C’è la guerra, quella degli eserciti, dei soldati caduti, ma anche dei civili vittime dei bombardamenti. E poi ci sono gli eccidi: lo sterminio freddo e calcolato di donne, vecchi, bambini al di fuori di un’azione bellica. Per creare terrore, per annientare psicologicamente il nemico. E nel 1944 si consumò in Italia il capitolo più atroce della Seconda guerra mondiale: furono una quarantina, lungo la Linea Gotica, gli eccidi nazisti, che sterminarono le popolazioni inermi di interi paesi. I più noti furono quello di Sant’Anna di Stazzema e quello di Marzabotto.

Il sacrario a Sant'Anna di Stazzema

Sant’Anna di Stazzema, a 660 metri s.l.m., era al centro dello schieramento partigiano nella zona delle Alpi Apuane, lungo la Linea Gotica. Prima della guerra contava 300 abitanti, a cui si erano aggiunti centinaia di sfollati in fuga dalle città bombardate. La mattina del 12 agosto 1944 le truppe tedesche, affiancate da soldati della Rsi, arrivarono da tre direzioni diverse e iniziarono la strage. I morti furono 560, di cui solo 383 vennero poi identificati, tra cui la vittima più piccola, Anna Pandini, 20 giorni.

Le immagini di tutti i bambini morti nell'eccidio tra cui Roberto e Marisa Pieri, 5 e 12 anni

Solo nel 2004, nel Tribunale militare di La Spezia, venne celebrato un processo che si concluse nel 2005 con la condanna all’ergastolo per dieci ufficiali delle SS.

Siamo andati in quello che resta di un borgo fatto di gruppi di case sparse lungo la montagna, che all’epoca contava mille abitanti tra residenti e sfollati dalle città, ora ne conta solo venticinque, e che è un luogo simbolo dell’oscenità delle guerre, con il suo ossario il cui monumento si vede dal mare della Versilia.

A Sant’Anna di Stazzema Angelo Pieri aveva lasciato la moglie Laura e i figli Marisa e Riccardo, sapendoli al sicuro, per svolgere il suo lavoro di cameriere al servizio di una famiglia del Senese. Ignaro di tutto, solo due mesi dopo venne a sapere dell’eccidio, e che la sua famiglia, compresa la madre e una sorella, non c’erano più.

Angelo Pieri, con la moglie Laura e i figli Roberto e Marisa, tutti e tre morti nell'eccidio

La sua storia, ricostruita grazie alla figlia Marisa e a un diario che l’uomo scrisse per fermare i ricordi di una vita felice, è raccontata nel libro La montagna di fuoco (Minerva) di Margherita Lollini. È Marisa Pieri, nata dal secondo matrimonio del padre con Natalina, una giovane scampata all’eccidio in cui avevano perso la vita il primo marito, i genitori e un fratello piccolo, a ricostruire la vicenda del padre.

Il libro "La montagna di fuoco" di Margherita Lollini e una pagina del diario di Angelo Pieri

«Sono nata a Sant’Anna di Stazzema nel 1949 in quello che era di fatto un paese fantasma, dove i vivi si confrontavano ogni giorno con la morte. Mio padre mi aveva voluto battezzare come la sua prima figlia, morta a 12 anni, ma non usava mai quel nome, troppo doloroso per lui, e mi chiamava “Bimba” ed era sempre angosciato all’idea che mi potesse succedere qualcosa. La nostra era una casa triste in cui non si rideva mai, in cui ogni sera dovevo pregare per i miei fratelli morti, in un paese triste pieno di lapidi, in cui la scuola contava in tutto una sola pluriclasse con sedici bambini. Con noi viveva il nonno paterno, l’unica ragione per cui mio padre aveva deciso di continuare a vivere lì. Quando il nonno morì avevo 9 anni e ci trasferimmo a Pietrasanta. Mio padre un anno dopo fu colpito da una malattia terribile, l’artrite reumatoide, che lo costrinse ad abbandonare il lavoro e a vivere tra atroci sofferenze. Io amavo la scuola, ma, con il papà invalido, fui costretta ad andare a lavorare dopo la quinta elementare. Quando mi sposai portai i miei genitori a vivere con me e mio marito. Del passato dei miei genitori conoscevo molto poco, non se ne parlava mai in casa. Sapevo vagamente dell’esistenza di un diario, ma non avevo mai osato leggerlo.

«Mio padre me lo consegnò insieme con altri ricordi, e mi costrinsi a stare in camera fino a quando non trovai il coraggio di leggerlo tutto. Solo in quel momento capii l’immane dolore che si portava nel cuore mio padre e sono convinta che sia stata l’impossibilità di dimenticare che lo fece ammalare».

Per molti anni la vita di Marisa è andata avanti senza altri scossoni.

Dopo la sua morte, Marisa si è presa cura della madre, anch’essa molto malata, ha cresciuto suo figlio Davide, poi è nata l’adorata nipote Giulia. In occasione delle celebrazioni dell’eccidio veniva coinvolta come figlia di scampati e fu invitata anche a Stoccarda nel 2013, in un evento della memoria voluto dal popolo tedesco. Fu in una di queste occasioni pubbliche che conobbe Ferruccio Laffi, uno dei sopravvissuti della strage di Marzabotto (oltre 800 morti tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944), che nell’eccidio aveva perso quattordici familiari e che si era salvato solo perché, sedicenne, si era rifugiato con due fratelli nei boschi, credendo che i nazisti volessero colpire solo gli adulti. La storia di Marisa e di Ferruccio fu oggetto di un documentario di Stefano Ballini, La novella scritta male. Fu presentato, tra l’altro, anche a Monzuno, dove vive Margherita Lollini, che aveva raccontato la storia di Laffi nel libro Io, sopravvissuto di Marzabotto, Longanesi (raccontata anche dal Famiglia Cristiana).

Fu allora che Marisa condivise con la scrittrice l’esistenza del diario. La storia di suo padre e della sua sofferenza doveva uscire dal cassetto dei ricordi ed essere condivisa con tutti.

«Ho capito subito che si trattava di una storia importante. Il diario è scritto in modo molto semplice», racconta Margherita Lollini. «Angelo Pieri non aveva studiato, ma era una testimonianza preziosa che, arricchita da altre ricerche storiche, mi ha permesso di scrivere il libro, in cui do voce sia ad Angelo sia alla figlia. Spesso ci concentriamo sulle vittime, ma non ci chiediamo come può essere stata la vita di chi resta o, peggio ancora, di chi nasce e cresce nel luogo dove una simile tragedia si è consumata».

Per capire il suo vissuto da bambina, Marisa Pieri ci racconta un episodio: «Un giorno dissi ai miei genitori che l’indomani la maestra ci avrebbe portati in “gita” all’ossario, dove avremmo cantato Quel mazzolin di fiori. Mio padre era indignato che in quel luogo sacro, dove erano sepolti i resti di un intero paese, si potesse pensare di cantare. Così il giorno dopo, durante il canto, decisi di muovere solo la bocca; non avrei dato un dispiacere a mio padre, ma neppure alla mia maestra. D’altronde, a casa mia non avevo mai sentito nessuno cantare; solo una volta sorpresi mia madre, in un momento di insolita leggerezza, che intonava una canzone. Fu per me un’esperienza così straniante da temere che mia madre fosse impazzita».

La bottiglia deformata dal fuoco del rogo della casa dei genitori di Angelo Pieri

Nella villetta di Pietrasanta dove Marisa Pieri vive col marito Piero c’è un oggetto simbolo di quella strage. Una bottiglia di vetro verde con il collo piegato dal fuoco appiccato alla casa dei nonni paterni. Simbolo di una memoria che tutti abbiamo il dovere di tenere accesa, perché quella follia non debba accadere mai più.