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Al Meeting di Rimini la premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini hanno annunciato un nuovo piano casa. Un progetto ambizioso, soprattutto se lo si paragona al piano casa per antonomasia, quello che trasformò l'Italia della ricostruzione e al quale verosimilmente i due si ispirano. In attesa di sapere se si tratta di prosopopea o di una misura realistica, non farà male conoscere la pietra di paragone, su cui si misurerà necessariamente quello di Meloni e Salvini e su cui si sono cimentati tutti i precedenti governi (con risultati mai paragonabili, a volte disastrosi, molto spesso rimasti sulla carta).
Ed ecco la storia. Nel cuore del Dopoguerra, quando l’Italia cercava di rialzarsi dalle macerie, Amintore Fanfani (1908‑1999), ministro del Lavoro, immaginò una risposta ambiziosa all'emergenza abitativa e alla disoccupazione: il cosiddetto "Piano INA‑Casa", noto talvolta anche come Piano Fanfani. Fu più di un piano edilizio: fu un discorso pubblico sull’abitare e il lavoro, una sfida a coniugare efficienza, qualità, solidarietà e sviluppo da parte di un'Italia che si apprestava a vivere il boom economico. Grazie a questo progetto, migliaia di famiglie trovarono una casa vera, migliaia di lavoratori persero la disperazione di viviere in veri e propri tuguri (come i sassi di Matera, oggi patrimoinio dell'Unesco ma allora vere e proprie caverne, oppure le capanne del Polesine), e il nostro Paese pose le basi per una modernità concreta.
Le origini e le finalità
L'iter legislativo prese il via nel luglio del 1948, con la presentazione del progetto al Consiglio dei Ministri; la legge fu approvata il 28 febbraio 1949 (legge n. 43), con il titolo "Provvedimenti per incrementare l’occupazione operaia, agevolando la costruzione di case per lavoratori". In quella fase, le teorie keynesiane si miscelavano con un forte spirito di solidarietà cristiana, caro a Fanfani fin dal suo volume del 1942 Colloqui sui poveri, dove denunciava in particolare il degrado delle abitazioni tra le cause della povertà.
Il meccanismo finanziario e organizzativo
Il piano venne finanziato in maniera “innovativa”: una raccolta congiunta tra Stato, datori di lavoro e lavoratori, con una trattenuta in busta paga — «l’equivalente di una sigaretta al giorno», come recitava la propaganda dell’epoca — a sostegno degli operai più bisognosi
I fondi furono affidati all’Istituto Nazionale delle Assicurazioni (INA), che istituì la sezione “Gestione INA‑Casa” dedicata al progetto
Estensione, numeri e impatto
Originariamente previsto per sette anni, il piano venne prorogato fino al 1963 grazie alla legge del 26 novembre 1955 (n. 1148) . In questi quattordici anni, il progetto sdoganò un’esperienza massiccia: secondo fonti autorevoli, si aprirono oltre 20.000 cantieri durante l’esecuzione del piano, impiegando annualmente circa 40.000 operai, pari a un impatto significativo sull’occupazione
Altri studi parlano di 355.000 alloggi realizzati su scala nazionale e della copertura del 10 % delle giornate-operaio dell'epoca
Architettura, urbanistica e qualità
Il "Piano Fanfani" non fu un semplice fenomeno assistenziale: architetti del calibro di Adalberto Libera, Figini e Pollini, Giò Ponti, Ridolfi, Albini, BBPR, e altri, si misero all’opera su progetti di qualità. Fu un’esperienza di neorealismo architettonico, rispettosa delle tradizioni ma proiettata nel futuro, attenta ai materiali, alla composizione e alla dimensione umana dell’abitare
Un esempio efficace di questo approccio è il quartiere INA‑Casa di via Harar‑Dessiè a Milano: ideato da Figini, Pollini (padre del pianista Maurizio), Gio Ponti e Gigi Gho', con le celebri “torri orizzontali” e “insulae” bilanciate da spazi verdi, dotato di qualità spaziali e urbane non scontate per gli standard dell’epoca


Critica e continuità: la legge 167/1962
Quando la stagione dei cantieri INA‑Casa si concluse, la politica dell’edilizia residenziale pubblica evolse. Nel 1962, il IV governo Fanfani — con il Ministro dei Lavori Pubblici Fiorentino Sullo — varò la legge 18 aprile 1962 n. 167, che introdusse i Piani di Zona (PEEP), strumenti urbanistici all’interno del Piano Regolatore Comunale per contrastare la speculazione e pianificare insediamenti con servizi, aree e standard qualitativi adeguati
Il nuovo strumento consentiva anche l'esproprio a prezzo calmierato e generava un meccanismo di finanziamento a rotazione: i Comuni e gli enti potevano acquisire aree a basso costo, urbanizzarle e rivenderle per reinvestire altrove
Eredità e memoria
I quartieri nati con il piano — spesso in periferia, ma autosufficienti e dotati di servizi — oggi sono parte integrante delle nostre città e conservano una propria identità urbana. Rappresentano una testimonianza di come il passato, quando ha saputo guardare oltre l’oggi, può generare risultati duraturi e dignitosi




