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La svolta che ha portato alla cattura di Matteo Messina Denaro si deve a una circostanza quasi fortuita, racconta il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia, a capo della formidabile squadra che riuscì ad arrestarlo dopo 30 anni di latitanza, quel 16 gennaio di quest’anno. Per intercettare la sorella del boss di Castelvetrano, Rosalia, un agente del Ros si era infiltrato in casa sua per inserire nel cavo della gamba di una sedia di ferro una microspia. Ma a nascondere lì dentro qualcosa ci aveva già pensato la sorella: era il pizzino delle visite mediche e delle operazioni del fratello Matteo, malato di tumore, che il carabiniere si ritrovò tra le mani. Da quell’appunto segreto gli investigatori sono riusciti con tecnologie sofisticatissime a individuare il vero paziente della clinica palermitana che si nascondeva dietro il nome di Andrea Bonafede.
Matteo Messina Denaro si porta dentro molti segreti sui rapporti di Cosa Nostra con il cosiddetto “terzo livello”?
«Del terzo livello non parlo, perché queste cose, come diceva Falcone, vanno portate nei processi. Ma non c’è dubbio che la mafia ha avuto relazioni esterne e che Messina Denaro è a conoscenza di una serie di accadimenti a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 – compresi gli attentati di Firenze, Roma e Milano – di cui noi sappiamo ancora poco. Ma anche di alcuni rapporti di natura economica e politica che riguardano gli anni più recenti; le nostre attività di indagine, a pre-scindere da lui, sono orientate su questi settori».
Avete messo in campo tecnologie digitali all’avanguardia e metodi investigativi tradizionali da vecchio maresciallo: pedinamenti, microspie, appostamenti…
«È vero, questo tipo di indagine si può realizzare solo mettendo insieme le nostre tecniche del passato – come i pedinamenti, e soprattutto la conoscenza delle famiglie mafiose e i rapporti tra le cosche, – nel nostro caso i legami “storici” tra la famiglia Bonafede e la famiglia Messina Denaro – e le acquisizioni tecnologiche di cui disponiamo oggi. È una guerra parallela, perché sia noi che loro mettiamo in campo gli strumenti il più sofisticati possibile. I mafiosi fanno affari utilizzando le piattaforme criptate, comunicano con sistemi che carabinieri, polizia e Guardia di finanza spesso fanno fatica a “bucare” e noi adoperiamo gli strumenti più avanzati che la tecnologia ci offre, come il malware trojan, un virus informatico che si insinua in cellulari e pc. Naturalmente con la differenza che, mentre noi dobbiamo rispettare le regole, loro questo problema non ce l’hanno».
Si può parlare di nuova mafia?
«Non è una nuova mafia: è la mafia di sempre che coglie tutto quello che è utile e innovativo per fare affari, una delle cose più importanti di Cosa nostra». E infatti nei loro dialoghi i boss si definiscono imprenditori. «Imprenditori è una parola un po’ forte, perché rispetto al mercato c’è il valore aggiunto della violenza ». E anche dell’evasione fiscale, che tra l’altro produce concorrenza sleale. «L’evasione non è un tratto distintivo dell’organizzazione mafiosa, ma il punto di contatto con la società non mafiosa. Per evadere o riciclare denaro in nero servono dei professionisti (commercialisti, esperti di finanza ecc.). Delle loro prestazioni usufruiscono sia i mafiosi che i semplici evasori. Chi ha l’esigenza di riciclare il nero ha la stessa esigenza del mafioso che deve ripulire i proventi di quintali di cocaina, il che tra l’altro genera relazioni illegali importanti tra gli uni e gli altri».
Non c’è anche una cultura arcaica, patriarcale, una specie di codice d’onore?
«Una sorta di codice d’onore c’è. Ma è solo scritto, non è praticato. Quello che rimane è la struttura “familista” con la donna in posizione sotto-ordinata, tranne quando torna utile all’organizzazione. Ad esempio, quando tutti gli uomini sono in prigione le donne assumono un ruolo importante. Un altro tratto caratteristico è quello della religione, molto dichiarata ma ovviamente non praticata».
Cosa nostra è subalterna alla ’ndrangheta?
«Dal punto di vista economico in questo momento la ’ndrangheta – oggi la più potente organizzazione criminale probabilmente d’Europa – è nettamente superiore a Cosa nostra. Lo è perché non ha subito gli stessi colpi devastanti. Oggi uno degli obiettivi di Cosa nostra è quello di tornare sul mercato degli stupefacenti, cercando di dialogare con gli ’ndranghetisti. Ma Cosa nostra ha una storia di rapporti con altri poteri che nessun’altra organizzazione ha, incidendo perfino su scelte della politica nazionale. Ha una storia molto più importante, ha avuto una struttura unitaria, con una Cupola, un vertice, che le consentiva di avere un centro che può parlare con altri poteri».
La Cupola non esiste più?
«No, l’abbiamo smantellata, arrestando tutti i capimandamento. Ma ciò che emerge dalle nostre indagini è proprio il fatto che uno dei primi obiettivi di Cosa nostra per tornare a essere forte è ridarsi il vertice. Non c’è riuscita perché fino adesso le nostre indagini lo hanno sempre impedito».
Messina Denaro, in una lettera ritrovata in uno dei suoi covi, parla di un prete che continuava a mandargli saluti e che gli scriveva: «Se hai bisogno della benedizione di Gesù Cristo sai dove e come trovarmi».
«Questo è ciò che abbiamo troparole, vato, che sia vero o falso è oggetto di indagine. Ma è sempre accaduto che esistessero sacerdoti che avevano rapporti con le cosche. Quello che è cambiato è il rapporto della Chiesa nei confronti della mafia: non più di tolleranza o di condivisione, o anche di legittimazione politica per via della posizione anticomunista della mafia, come avveniva nel ’900».
C’è stata una svolta? Un momento di rottura secondo lei?
«Il monito di Giovanni Paolo II contro i mafiosi con l’invito a convertirsi per scampare al giudizio di Dio, nella Valle dei Templi di Agrigento, il 9 maggio 1993. Un punto di non ritorno. Dopo quelle parole dichiaratamente antimafia, che sono le parole di tutta la Chiesa, non solo di pastori come don Pino Puglisi, si apre un percorso inequivocabile che poi prosegue oggi col pensiero di papa Francesco». Dunque in un certo senso quelle parole non erano rivolte solo ai mafiosi, ma anche alla Chiesa… «Sono parole che tolgono ogni ambiguità in ambito ecclesiale. Una parte della Chiesa che in passato era stata benevolente o quanto meno indifferente rispetto ai mafiosi da allora non può più esserlo. E secondo me la Chiesa lo ha percepito nella sua totalità. Chi non l’ha percepito è stata Cosa nostra. I mafiosi chiedevano di risolvere una contraddizione che non si può risolvere. E allora dicono che il Papa sbaglia. Il Pontefice, dicono, deve fare il Papa e noi facciamo i fatti nostri. Lo si trova anche in un altro pizzino di Messina Denaro. Diciamo che la mafia è in una posizione quasi cesaro-papista, nel senso che loro sono i cesariani e vogliono imporre al Papa cosa fare. La Chiesa li deve legittimare e basta. L’unica cosa che gli consentirebbe di dirsi cattolici, ma a modo loro». Per il resto devono starsene in sacrestia o in parrocchia… «Direi solo nelle sacrestie perché se stanno nelle parrocchie e organizzano il doposcuola e le partite di calcio sottraggono i “picciriddi” alla mafia».
Che Chiesa era quella di Puglisi?
«Era una Chiesa antimafia, diciamo così, “eversiva” per il codice dei boss. La figura di don Puglisi è quella di chi sottrae, con l’esempio di quello che fa, i giovani a rischio mafia in una borgata come quella di Brancaccio».
Dove la mafia quasi si respira per le strade…
«La borgata che per definizione era la borgata mafiosa. Dove il potere dei fratelli Graviano era intoccabile. Mentre questo mite sacerdote mette in gioco le fondamenta di questo potere. Non fa proclami, ma attività costanti in parrocchia dirette ai bambini e ai giovani. Che capiscono che lì c’è un’alternativa alla cosca, che funziona come un’agenzia di servizi. La mafia ci arriva sempre prima a capire queste cose: lo aveva fatto due anni prima con il racket, uccidendo Libero Grassi, ammazzato non perché non paga il pizzo ma perché diventa un simbolo che può indurre gli altri a non pagarlo. Padre Puglisi per i boss è molto peggio. È quello che dice ai giovani: Brancaccio sembra un posto dove l’unica alternativa è la mafia, però non è così. E alle parole seguono i fatti. Finché sono solo parole, alla mafia interessa meno».
È vero che quando il boss seppe della beatificazione di Puglisi andò su tutte le furie?
«Di certo Cosa nostra non è stata contenta di questa beatificazione. Ne abbiamo le evidenze». Perché ci sono voluti 30 anni per catturare Messina Denaro? «In questi 30 anni abbiamo catturato tutti i capi di Cosa nostra: da Riina a Brusca, da Aglieri a Provenzano. Non è che ne cercavamo uno solo. C’è un lunghissimo elenco di capi che abbiamo assicurato alla giustizia. Nelle carceri italiane ci sono migliaia di mafiosi e i loro patrimoni sequestrati. Certo, mancava Messina Denaro. Ci sono voluti tempo e sacrifici, in mezzo a tante difficoltà. Stiamo lavorando per identificare tutte le protezioni che ha avuto. Siamo arrivati 30 anni dopo. Ma è anche un fatto che ci siamo arrivati».




