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A Wall Street, una campanella ha suonato per un’azienda italiana nata tredici anni fa nel retrobottega di un fallimento. Bending Spoons, la società tecnologica milanese che ha fatto della resurrezione di app moribonde la propria ragione sociale, si è quotata alla borsa di New York raccogliendo 1,68 miliardi di dollari, circa 1,5 miliardi di euro, vendendo 58 milioni di azioni a 29 dollari l'una. Alla chiusura delle contrattazioni il titolo valeva già 40,50 dollari, quasi il 40 per cento in più: il mercato, che raramente concede entusiasmo gratuito, ha scommesso senza esitazioni. La valutazione dell'azienda è così passata da 18,4 miliardi di dollari a circa 25,7 miliardi, l'equivalente di 22,6 miliardi di euro: una cifra che colloca Bending Spoons tra le imprese italiane di maggior valore di sempre, a un soffio dai 130 miliardi di Luxottica che il suo amministratore delegato ha indicato, senza troppi pudori, come traguardo dichiarato.
Non è un caso che la scelta sia caduta su New York e non su Milano. Il listino americano è più profondo, più liquido, più affollato di capitali pazienti: lì, tra Apple, Microsoft e Alphabet, un'azienda italiana può misurarsi con i giganti che ha sempre avuto come riferimento, anche quando gli uffici restano in corso Como.
La storia di Bending Spoons comincia però lontano dai riflettori di Wall Street, e comincia con un fallimento. Nel 2010 tre ingegneri italiani, Luca Ferrari, Francesco Patarnello e Matteo Danieli, si erano trasferiti a Copenaghen per completare gli studi. Insieme fondarono Evertale, un diario digitale che si scriveva da solo attingendo ai dati dello smartphone: un'idea che anticipava di anni l'intelligenza artificiale generativa, ma che il mercato non era pronto ad accogliere. Il progetto chiuse pochi anni dopo. Da quelle ceneri, nel 2013, nacque Bending Spoons, un nome che è insieme un manifesto e una citazione: piegare i cucchiai con la sola forza della mente, come nella scena più celebre di Matrix. "Abbiamo imparato a ridurre al minimo le probabilità di un secondo errore", ha raccontato più volte Ferrari, oggi amministratore delegato e volto pubblico dell'azienda, insieme al quarto socio, Luca Querella, arrivato in un secondo momento a completare il quartetto fondatore.


Il grande pubblico italiano ha imparato a conoscere l'azienda per due strade diverse. La prima fu il gioco per smartphone Live Quiz, un fenomeno passeggero ma capace di portare Bending Spoons fuori dalla nicchia degli addetti ai lavori. La seconda, ben più seria, fu Immuni: l'app di tracciamento dei contagi sviluppata gratuitamente durante la pandemia, quando il paese cercava disperatamente strumenti per orientarsi nel buio del contagio. Ma né il quiz né l'app di Stato raccontano davvero cosa sia diventata l'azienda: il suo mestiere, fin dall'inizio, non è stato costruire prodotti da zero, bensì individuare app e servizi digitali gestiti male o in difficoltà, comprarli e renderli redditizi attraverso ristrutturazioni profonde, tagli al personale, rinnovamento dei prodotti e, spesso, aumenti dei prezzi. Gli utili vengono reinvestiti nell'acquisizione successiva, in un meccanismo che si autoalimenta.


È un modello ibrido, a metà tra una società tecnologica e un fondo di private equity: lo stesso Ferrari lo ha definito, in un'intervista, "25 per cento private equity, 75 per cento società tecnologica", respingendo i paragoni con il colosso canadese Constellation Software. "Loro comprano moltissime piccole aziende di nicchia e le lasciano operare senza trasformarle", ha spiegato in un’intervista. "Noi ne compriamo meno, più grandi, e le cambiamo profondamente per integrarle nella nostra piattaforma". Più di cinquanta aziende sono passate sotto questa cura in poco più di un decennio. Tra le più note, l'app di appunti Evernote, diventata quasi un sinonimo della produttività digitale prima di finire in crisi; WeTransfer, il servizio con cui mezzo mondo si scambia file troppo grandi per una email; Vimeo, la piattaforma video nata come alternativa colta a YouTube; ed Eventbrite, il sistema con cui si organizzano e si vendono biglietti per eventi in tutto il pianeta. A queste si aggiungono, negli anni, nomi come AOL, StreamYard, Meetup e Remini.
I numeri restano contrastanti, e raccontano un'azienda ancora in cerca di stabilità sotto la superficie della crescita. Nel 2025 Bending Spoons ha registrato ricavi per 1,31 miliardi di dollari, ma ha chiuso l'anno con una perdita netta di 204mila dollari, dopo utili di 161 e 89 milioni rispettivamente nei due anni precedenti. L'azienda rivendica 500 milioni di utenti attivi mensili e 9 milioni di utenti paganti, che da soli generano l'84 per cento dei ricavi; il resto arriva da pubblicità e altre fonti minori. Oggi i dipendenti sono circa 2.200, selezionati con un rigore che l'azienda considera il proprio vero vantaggio competitivo: quest'anno, ha raccontato Ferrari, sono arrivate 800mila candidature per trecento posizioni aperte.
Dietro il racconto del successo, però, resta una zona d'ombra che accompagna Bending Spoons fin dalle prime acquisizioni: la controversia sulla gestione del personale. I licenziamenti di massa che seguono ogni operazione, e le trasformazioni radicali imposte a prodotti amati da comunità di utenti storiche, hanno alimentato critiche ricorrenti, in Italia e all'estero, da parte di chi vede in questo modello una logica puramente finanziaria applicata a servizi nati con altre ambizioni.


Eppure è proprio questa disciplina, quasi ossessiva, ad aver reso l'azienda una delle mete più ambite per chi lavora nella tecnologia in Italia, e ad avere attirato investitori sofisticati, dall'ex direttore finanziario di Apple Luca Maestri fino all'ex tennista Andre Agassi. Con la quotazione di New York, i quattro fondatori, tutti attorno ai quarant'anni e tutti cresciuti tra Verona, Padova, Vicenza e Torino prima di incontrarsi nei corridoi di un'università danese, diventano ufficialmente miliardari. Resta da capire se il debutto di Wall Street segnerà l'inizio di una nuova fase, quella della grande azienda pubblica chiamata a rendere conto trimestre dopo trimestre, o se Bending Spoons continuerà a muoversi con la stessa spregiudicatezza silenziosa con cui, da un garage di startup fallita, è arrivata fino al cuore della finanza globale.



