PHOTO
La legge 40, o almeno quel che ne resta, stavolta è stata rispettata. Ma non basta. Perché le domande da porsi sono altre: qual è il bene maggiore o, se vogliamo, il male minore per l’eventuale nascituro? È giusto mettere al mondo un bimbo senza padre? Quali rischi si corrono avere una gravidanza a 50 anni? Si può portare a termine un progetto genitoriale vent’anni dopo?
La produzione della vita per mezzo della tecnica, possibile tramite la fecondazione artificiale, s’arricchisce di un altro capitolo controverso. C’è una coppia di Ferrara che 19 anni fa concepisce un figlio. In provetta. Decidono di congelare quella vita in attesa di inserire gli embrioni nel grembo della madre. Nel frattempo, il marito muore nel 2011. Dopo il no all’impianto dell’embrione da parte del policlinico Sant’Orsola di Bologna nel 2013 e un primo diniego dei giudici, il tribunale civile nei giorni scorsi ha dato il via libera e la donna, che oggi ha 50 anni ed è vedova dal 2011, può ricominciare a sperare in una gravidanza.
«Una sentenza pro vita», secondo l'avvocato Boris Vitiello, che aveva firmato prima il ricorso per la donna e poi il reclamo, valutato dal collegio della prima sezione civile. «Senza l'intervento del tribunale - osserva il legale - non si sarebbe potuto conoscere quale sorte riservare ad embrioni già formati».
Gli embrioni erano stati prodotti con fecondazione assistita nel 1996, quindi prima dell’entrata in vigore della legge 40. E proprio alle linee guida di questa legge si richiamano i giudici. La legge, infatti, vieta la crioconservazione di embrioni in Italia - se non nel caso in cui la donna, dopo la fecondazione, non possa procedere all'impianto per gravi motivi di salute - ma regola anche le procedure di fecondazione intraprese prima della sua entrata in vigore, come nel caso della coppia. Per il tribunale, quindi, «in caso di embrioni crioconservati, ma non abbandonati, la donna ha sempre il diritto di ottenere il trasferimento».
La legge 40 limitò il congelamento indiscriminato di embrioni (ce ne sono circa 30mila in Italia) e per evitare manipolazioni varie e tutelare la vita umana dispose che tutti gli embrioni concepiti in vitro andassero impiantati nell’utero. Una decisione saggia che poi è stata smantellata dalla Corte Costituzionale.
L’articolo 5 della stessa legge recita infatti che possono accedere alla provetta solo «le coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi». Tutti requisiti che questa coppia di Ferrara aveva nel momento in cui decise di sottoporsi alla fecondazione assistita. Poi sono passati gli anni, uno dei due coniugi è morto e la donna ora si trova alle prese con un dilemma complesso. Ha detto di essere «consapevole che non è facile a 50 anni procedere con una gravidanza e quindi valuterò coi medici cosa fare». La sentenza dei giudici è formalmente corretta ma l’intera vicenda dimostra come sia difficile regolare adeguatamente le tecnologie della procreazione.
La produzione della vita per mezzo della tecnica, possibile tramite la fecondazione artificiale, s’arricchisce di un altro capitolo controverso. C’è una coppia di Ferrara che 19 anni fa concepisce un figlio. In provetta. Decidono di congelare quella vita in attesa di inserire gli embrioni nel grembo della madre. Nel frattempo, il marito muore nel 2011. Dopo il no all’impianto dell’embrione da parte del policlinico Sant’Orsola di Bologna nel 2013 e un primo diniego dei giudici, il tribunale civile nei giorni scorsi ha dato il via libera e la donna, che oggi ha 50 anni ed è vedova dal 2011, può ricominciare a sperare in una gravidanza.
«Una sentenza pro vita», secondo l'avvocato Boris Vitiello, che aveva firmato prima il ricorso per la donna e poi il reclamo, valutato dal collegio della prima sezione civile. «Senza l'intervento del tribunale - osserva il legale - non si sarebbe potuto conoscere quale sorte riservare ad embrioni già formati».
Gli embrioni erano stati prodotti con fecondazione assistita nel 1996, quindi prima dell’entrata in vigore della legge 40. E proprio alle linee guida di questa legge si richiamano i giudici. La legge, infatti, vieta la crioconservazione di embrioni in Italia - se non nel caso in cui la donna, dopo la fecondazione, non possa procedere all'impianto per gravi motivi di salute - ma regola anche le procedure di fecondazione intraprese prima della sua entrata in vigore, come nel caso della coppia. Per il tribunale, quindi, «in caso di embrioni crioconservati, ma non abbandonati, la donna ha sempre il diritto di ottenere il trasferimento».
La legge 40 limitò il congelamento indiscriminato di embrioni (ce ne sono circa 30mila in Italia) e per evitare manipolazioni varie e tutelare la vita umana dispose che tutti gli embrioni concepiti in vitro andassero impiantati nell’utero. Una decisione saggia che poi è stata smantellata dalla Corte Costituzionale.
L’articolo 5 della stessa legge recita infatti che possono accedere alla provetta solo «le coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi». Tutti requisiti che questa coppia di Ferrara aveva nel momento in cui decise di sottoporsi alla fecondazione assistita. Poi sono passati gli anni, uno dei due coniugi è morto e la donna ora si trova alle prese con un dilemma complesso. Ha detto di essere «consapevole che non è facile a 50 anni procedere con una gravidanza e quindi valuterò coi medici cosa fare». La sentenza dei giudici è formalmente corretta ma l’intera vicenda dimostra come sia difficile regolare adeguatamente le tecnologie della procreazione.



