Oggi migliaia di studenti italiani si siedono dietro un banco con una sensazione nuova: quella di stare per affrontare il loro primo esame. Per molti tredicenni l'esame di terza media rappresenta infatti il confine simbolico tra l'infanzia e l'adolescenza, il primo confronto con una prova ufficiale fatta di commissioni, tracce, colloqui e voti. Eppure, dietro la ritualità che accompagna queste giornate, si nasconde una domanda che da anni divide il mondo della scuola: che valore ha oggi un esame che, nella quasi totalità dei casi, si conclude con una promozione?

Sul piano normativo il meccanismo è chiaro. Per essere ammessi bisogna aver frequentato almeno tre quarti delle lezioni, aver partecipato alle prove INVALSI e aver ottenuto almeno sei in condotta. Poi arrivano le prove scritte di italiano, matematica e lingue straniere, seguite dal colloquio orale. Un percorso strutturato e rigoroso nella forma. Ma è proprio sulla sostanza che si concentra il dibattito. Da tempo insegnanti, pedagogisti e osservatori si interrogano sull'effettiva funzione dell'esame conclusivo del primo ciclo. Se quasi tutti vengono promossi, si tratta ancora di una verifica significativa o di un passaggio burocratico destinato semplicemente a certificare ciò che è già stato deciso durante l'anno scolastico?

Tra le voci più critiche c'è quella dello psichiatra Paolo Crepet, che ha più volte denunciato quella che considera una progressiva rinuncia della scuola italiana alla cultura dell'impegno, della responsabilità e persino del fallimento. Le sue riflessioni hanno trovato spunto anche nel dibattito francese, dove l'allora ministro dell'Istruzione Gabriel Attal aveva annunciato misure per rendere più severo e selettivo il percorso conclusivo della scuola media. Secondo Crepet, anche l'Italia dovrebbe avere il coraggio di interrogarsi su una valutazione meno indulgente e più aderente ai reali livelli di preparazione degli studenti. Una provocazione che tocca un nervo scoperto: la difficoltà tutta italiana di coniugare inclusione e merito. Ma il confronto con altri Paesi europei rischia di essere fuorviante se non si considera una differenza fondamentale.

Da noi l'esame di terza media certifica la fine di un ciclo, ma non la fine dell'obbligo scolastico. Nessuno esce realmente dal sistema formativo: tutti sono chiamati a proseguire il proprio percorso nelle scuole superiori o nella formazione professionale. È qui che emerge l'ambiguità di fondo. Si invoca una prova più severa senza chiarire quale debba essere la sua funzione. Se l'obiettivo è selezionare, il sistema non sembra costruito per farlo. Se invece l'obiettivo è orientare e accompagnare, allora forse il criterio non può essere quello della bocciatura. La verità è che la scuola media continua a occupare una terra di mezzo. Non è più la scuola elementare, ma non è ancora la scuola superiore. Non conclude davvero un percorso, ma non inaugura ancora quello successivo. E il suo esame finisce inevitabilmente per riflettere questa identità incerta. Eppure liquidarlo come una semplice formalità sarebbe un errore.

Per un ragazzo di tredici anni preparare un colloquio, organizzare lo studio, rispettare scadenze, gestire l'ansia e affrontare una commissione rappresenta un'esperienza autentica. Forse il valore dell'esame non sta più nella sua capacità di selezionare, ma nella sua funzione educativa. È il primo momento in cui si chiede agli studenti non solo di sapere, ma anche di dimostrare ciò che sanno. Per questo il dibattito resta aperto. L'esame di terza media deve tornare a essere una prova che distingue e seleziona oppure deve continuare a essere un rito di passaggio che accompagna la crescita? La risposta, probabilmente, racconta molto più della nostra idea di scuola che dell'esame stesso. Perché dietro una traccia di italiano o un colloquio interdisciplinare si nasconde una questione più profonda: vogliamo una scuola che giudica o una scuola che forma? E siamo davvero sicuri che le due cose debbano essere in contraddizione?