Ordine. C’era bisogno di ordine. Sulla vicenda della “Famiglia del bosco” che da novembre scorso riempie giornali, siti di informazione, social media e persino l’agenda politica di Ministri e rappresentanti di Stato, c’era bisogno di riavvolgere il filo e ritrovare senso, uscendo dal labirinto delle parole e dei commenti. Ci ha pensato Corrado Zunino, l’inviato di Repubblica incaricato di seguire il caso fin dal principio, che con lo stile del reportage giornalistico ha scritto il libro La famiglia nel bosco. La storia che ha diviso il Paese e l’ha costretto a riflettere (Diarkos Edizioni) raccogliendo in ordine cronologico tutti i fatti, le testimonianze e gli atti giudiziari che hanno portato il Tribunale per i Minorenni de L’Aquila a sospendere la responsabilità genitoriale dei coniugi Birmingham-Trevallion e a portare temporaneamente i tre figli minorenni in una casa protetta di Vasto.


Al di là degli elementi noti che hanno polarizzato il dibattito su questa vicenda (le condizioni di scarsa sicurezza del casolare in termini strutturali e di salubrità, il mancato rispetto dell’obbligo scolastico da parte dei bambini, la quasi assente socializzazione con i pari) Zunino porta alla luce dettagli che in questi mesi si erano persi nel caos delle opinioni. Si va dall’episodio dell’avvelenamento da funghi del settembre 2024 alla fuga tentata da Catherine all’inizio delle indagini da parte dei Servizi sociali; da un approfondimento sul metodo educativo Steiner-Waldorf che la donna dichiarava di seguire per la formazione dei figli, fino alle bugie e ai numerosi episodi di opposizione che sono finiti agli atti della Procura e del Tribunale per i Minorenni. Gli stessi episodi che hanno determinato l’intervento dei Servizi sociali nel novembre 2025 e l’allontanamento temporaneo dei minori in una struttura, causando le reazioni indignate dell’opinione pubblica e della politica.

«Ho sentito il bisogno di scrivere questo libro per riuscire ad approfondire alcuni aspetti che col tempo e con la cronaca si erano sfilacciati, e per capire al tempo stesso come mai le vicende di questa famiglia stessero suscitando tanta attenzione da parte delle persone – spiega Zunino – Un’attenzione che è andata ben oltre le canoniche “3 settimane di interesse” che hanno tutte le notizie di cronaca più calde, persino quelle legate a fatti drammatici come l’11 settembre o la guerra in Ucraina. La famiglia nel bosco anche a distanza di 6 mesi genera ancora curiosità, numeri di lettori altissimi, condivisioni, commenti, dibattiti sui social. Questo perché ogni volta che i servizi sociali entrano nelle questioni delle famiglie con minori l’opinione pubblica reagisce come davanti a un’irruzione della Guardia di Finanza. Non si percepisce come una misura di sicurezza che lo Stato mette in atto per aiutare le famiglie, ma come un’ingerenza che fa scalpore, crea opposizione e paura».

Eppure tutti i Paesi occidentali (Francia, Germania, Spagna e la stessa Australia da cui proviene Catherine Trevallion) hanno norme stringenti in tema di obbligo di istruzione, cure sanitarie e parametri evolutivi dei minori, con servizi sociali legittimati a intervenire senza riserve. Norme così stringenti che – si legge nel libro – determineranno la scelta dei coniugi Birmingham-Trevallion di rimanere a Palmoli e non trasferirsi all’estero per condurre la loro vita nei boschi. «La differenza con gli altri Paesi occidentali sta nel fatto che all’estero certe norme vengono fatte rispettare con rigore e acquistano rilevanza penale – continua Zunino – Le modalità con cui il Tribunale e i servizi sociali sono intervenuti qui in Italia sono stati invece sempre concilianti e cautelativi. L’assistente sociale ha incontrato i genitori per ben 5 volte, assai di più di molti atri casi. E anche nel caso dell’obbligo di istruzione sono stati fatti tentativi di conciliazione, di ascolto e comprensione dei metodi di unschooling usati dalla madre, malgrado il Governo nel 2023 abbia approvato il decreto Caivano che rafforza la vigilanza e le pene legate all’adempimento dell’obbligo di istruzione, con la reclusione fino a due anni per i genitori che non iscrivono i figli a scuola o non garantiscono la frequenza minima alle lezioni».