«Quando sento dire che il femminicidio non esiste, provo un dolore difficile da descrivere. Non perché si tratti di una semplice opinione diversa dalla mia, ma perché quelle parole sembrano cancellare una realtà. Ho assistito all'uccisione di mia madre e di mia nonna. Quella violenza non è una teoria, non è uno slogan e non è una questione ideologica: è una ferita che porto dentro ogni giorno. Sentire negare l'esistenza del femminicidio significa, in qualche modo, negare anche il dolore delle vittime e delle loro famiglie. Significa non voler vedere che ci sono donne che vengono uccise proprio perché donne, perché decidono di essere libere, di interrompere una relazione, di sottrarsi a un controllo o a una sopraffazione».

Giovanna Cardile non ha fiato in gola per dire la sua indignazione. Era il 6 aprile 1985 quando vide morire «mia mamma e mia nonna davanti ai miei occhi: mio padre biologico a colpi di fucile uccise entrambe. Io lo dico sempre: nella mia vita ho avuto una nascita e una rinascita. Una nascita a fine 5 anni e mezzo e una rinascita dopo i 5 anni e mezzo. Mia mamma conobbe quest’uomo molto più grande di lei, che non le fece continuare gli studi prospettandole quella che era la vita felice del matrimonio, dei figli eccetera. Purtroppo, appena si sposarono, mia madre incominciò a subire tutti i tipi di violenza psicologica, fisica o economica eccetera. In cinque anni e mezzo non ricordo una sola sera in cui non ci siano stati i carabinieri o comunque le forze dell'ordine a casa nostra, tutte le sere. Dopodiché, mia madre dopo questi primi anni di matrimonio vissuti in una maniera terribile, decise di separarsi e noi andammo ad abitare da mia nonna materna. Lui questo non lo condivise, però per un primo periodo sembrava che la situazione si fosse tranquillizzata. Purtroppo non fu così. Premetto che lui deteneva dei fucili. Allora era il 1985 ma anche oggi, nel 2026, chi detiene delle armi da fuoco e viene denunciato, queste gli vengono requisite».

«Accade che quella sera» ricorda Giovanna «suonò alla porta e mia nonna, vedendo dallo spioncino che era lui, gli aprì pensando che fosse accaduto qualcosa a mia nonna paterna. Nell'aprire la porta - io ero lì proprio accanto a lei perché la camera da letto nella quale dormivo con mia madre era attigua alla porta di casa- la uccise. Poi cercò mia madre che cadde a terra, mi misi davanti a lei per proteggerla ma lui purtroppo mi spostò. Dico purtroppo perché non potei proteggere mia madre, però da un lato, insomma, almeno oggi sono viva. Fu trovata sotto il letto deceduta. La polizia e i vicini di casa mi portarono via».

Per qualche tempo Giovanna andò a stare «da una vicina di casa che aveva una figlia con la quale giocavo e poi da parenti. In uno degli incontri con gli assistenti sociali conobbi i miei genitori. Dico sempre che fu amore a prima vista. Ero seduta sulle gambe di mia zia paterna, sentiti i passi, mi affacciai e vidi queste persone entrare. Mi divincolai per andargli incontro. Fu amore a prima vista e furono, poi, i miei genitori per tutta la vita».

Da lì incomincia il suo cammino. «Li chiamai praticamente subito mamma e papà, ma soprattutto devo l'essere la donna che sono a mio padre perché lui mi ha insegnato delle cose importanti: soprattutto a non odiare proprio colui che mi aveva tolto la figura più importante della mia vita, mia madre. Perché sarei stata male io e lei non sarebbe tornata indietro, mi ha insegnato a essere rispettosa del mio dolore, e questo grazie al volontariato, a essere una donna libera, culturalmente ed economicamente. E soprattutto a non pensare che gli uomini sono tutti come lui. E questo è stato decisivo per le relazioni che poi ci sono state».

Quando nel 2013 uscì la prima edizione del suo libro, Due vite in una storia di rinascita (edizione Ponte Gobbo) Giovanna si chiese: «cosa posso fare per gli altri? Perché nel libro io parlo della mia storia, ma vuole essere anche un messaggio di rinascita: anche nei dolori più grandi noi abbiamo la possibilità di rinascere. Mio padre mi ha sempre insegnato che quello che ci capita di bello dobbiamo condividerlo con gli altri. Così ho cercato delle “alleate”. La Presidente della Commissione delle Elette di Piacenza, che è consigliera comunale e consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta per il femminicidio, l'avvocato Gloria Zanardi, lei e la Commissione hanno votato in maniera unanime la risoluzione per il supporto di progetti a favore degli orfani di femminicidio, meno di un mese fa».

Qual è la rivoluzione di questi progetti?
«La scelta di Piacenza di sostenere gli orfani di femminicidio rappresenta un segnale di grande civiltà, sensibilità e responsabilità sociale. Dietro ogni femminicidio non c'è soltanto una vittima, ma spesso anche figli e figlie che si trovano improvvisamente privati dell'affetto materno e segnati da un trauma che li accompagnerà per tutta la vita. Per questo motivo meritano attenzione, sostegno concreto e vicinanza da parte dell'intera comunità. Sono particolarmente significativi i due progetti che stanno prendendo forma sul territorio piacentino».

Da un lato, il percorso promosso da Confindustria Piacenza…
«Che punta a costruire una rete di "adozione sociale" capace di offrire opportunità di studio, lavoro e autonomia agli orfani di femminicidio, trasformando la solidarietà in un aiuto concreto per il futuro. Dall'altro lato, la proposta di istituire una Giornata nazionale dedicata agli orfani di femminicidio vuole rompere il silenzio che troppo spesso circonda queste giovani vittime invisibili, affinché il loro dolore non venga dimenticato e affinché cresca la consapevolezza collettiva su una delle conseguenze più drammatiche della violenza di genere. Il sostegno espresso dalle istituzioni piacentine nasce proprio da questa esigenza di riconoscimento e sensibilizzazione. Fa particolarmente riflettere il fatto che il Comune di Piacenza e la Provincia di Piacenza siano stati i primi enti locali in Italia ad approvare risoluzioni a sostegno di questi progetti. Una scelta che dimostra come le istituzioni possano non limitarsi alle parole, ma assumere un ruolo attivo nella tutela delle persone più fragili e nella promozione di una cultura del rispetto e della solidarietà. Piacenza lancia così un messaggio importante a tutto il Paese: nessun orfano di femminicidio deve sentirsi solo. Quando una comunità si prende cura dei suoi figli più vulnerabili, costruisce non solo un futuro migliore per loro, ma una società più giusta per tutti».

Lei sa bene cosa vuol dire non sentirsi riconosciuta…
«Ricordo che quando facevo le domande per la scuola e non ero ancora di ruolo, c'era una sezione dove tu inserivi se eri orfano di mafia o di guerra. Gli orfani di femminicidio non ci sono. Ecco a cosa serve una giornata».

Giovanna Cardile (al centro) riceve il diploma in memoria di sua madre Rosalba Tedesco, vittima di femminicidio

Il 15 giugno a Messina al liceo Artistico "Ernesto Basile" ti è stato consegnato un diploma in memoria di tua madre. Un gesto simbolico ma fortemente evocativo. Cosa significa per te, per lei e per gli orfani e le vittime di femminicidio?
«È stata una mattinata che porterò per sempre nel cuore. Ho ricevuto il Diploma alla Memoria dedicato a mia madre, Rosalba Tedesco, la prima donna vittima di femminicidio a ottenere questo importante riconoscimento. Per me non rappresenta soltanto un attestato istituzionale, ma un simbolo di riscatto, memoria e affermazione dell’indipendenza culturale, economica e sociale delle donne. È il riconoscimento di una battaglia che riguarda tutte e tutti: quella per la libertà, la dignità e il rispetto. Il ricordo di mia madre continua a vivere anche attraverso gesti come questo, che trasformano il dolore in consapevolezza e impegno. Che ogni donna possa essere sempre libera di scegliere la propria strada, di costruire il proprio futuro e di inseguire i propri sogni senza paura, senza condizionamenti e senza dover rinunciare a ciò che è».