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In Italia non sappiamo nemmeno quanti siano. Gli orfani di femminicidio restano spesso invisibili anche per le istituzioni. Nei giorni scorsi l’insegnante e pedagogista Giovanna Cardile, rimasta orfana di femminicidio a cinque anni quando il padre uccise sua madre davanti ai suoi occhi, ha proposto di istituire una Giornata nazionale dedicata ai figli delle donne vittime di violenza. L’idea è maturata nel dialogo con l’avvocata Rosy Amaddeo, del foro di Messina e responsabile territoriale dell’Associazione Matrimonialisti Italiani, e potrebbe tradursi in una proposta parlamentare sostenuta dal deputato Tommaso Calderone. Un passo che punta a riconoscere ufficialmente la condizione degli orfani di femminicidio.
Ma cosa accade davvero a questi bambini e ragazzi dopo la tragedia? Chi li accompagna nel loro percorso di crescita e quali strumenti prevede la legge per sostenerli? A queste domande prova a rispondere Giuseppe Delmonte, presidente dell’associazione Olga, nata in memoria di sua madre vittima di femminicidio.
I figli delle donne uccise vengono definiti “orfani speciali”. Qual è oggi, in Italia, la situazione di questi bambini e ragazzi? Che cosa accade loro, concretamente, dopo il femminicidio?
«Si chiamano così perché sono speciali i bisogni che manifesteranno. Hanno un’elaborazione del lutto diversa da quella di chi perde un genitore per cause naturali. Il problema principale, in Italia, è che non sappiamo quanti siano: non esiste un osservatorio nazionale. Il sistema funziona a macchia di leopardo: dove c’è attenzione mediatica, qualcosa si muove; altrove, invece, molto meno. Spesso si dice che il bambino è stato affidato ai nonni materni, ma è una prassi che avviene nel 90% dei casi. Il problema è che non esiste un protocollo che si attivi subito con avvocati, psicologi e assistenti sociali preparati su questo tipo di trauma. E non dimentichiamo che quei nonni, a loro volta, stanno vivendo il dolore di aver perso una figlia uccisa».
Nel 2018 è stata approvata una legge specifica per gli orfani di femminicidio. A distanza di anni, questa norma funziona davvero? Che cosa manca ancora?
«È stata una legge apripista, ma incompleta. Sono stati stanziati 21 milioni di euro e ne sono stati spesi solo 3 milioni e mezzo perché, se non fai domanda, per lo Stato non esisti. Non è pensabile che una famiglia, il giorno dopo un femminicidio, debba preoccuparsi di compilare un modulo per accedere ai diritti. Dovrebbe essere lo Stato ad attivarsi automaticamente. Manca un protocollo nazionale chiaro e manca la formazione degli operatori».
Questi bambini non perdono soltanto la madre: perdono anche il padre, che si è macchiato di omicidio. Che tipo di trauma è questo dal punto di vista psicologico ed emotivo?
«Si parla di stress post-traumatico e di child traumatic grief. Sono bambini che spesso hanno assistito alle violenze domestiche e all’omicidio della madre. Manifestano paure, ansie, problemi di insonnia, alimentazione, socializzazione e apprendimento. Molti vanno incontro a una forma di dissociazione: rimuovono i ricordi brutti, ma anche quelli belli della madre perché ricordarla significa, inevitabilmente, ricordare come è morta».
Voi come associazione non intervenite nell’emergenza, ma accompagnate questi ragazzi quando diventano maggiorenni…
«Sì, come associazione Olga ci occupiamo degli orfani quando diventano maggiorenni. Io avevo 19 anni quando mia madre è stata uccisa e non ho potuto frequentare l’università. Per questo abbiamo creato borse di studio che permettano a questi ragazzi di studiare e costruirsi un percorso. Non è accettabile che un ragazzo non possa costruirsi un futuro solo perché è orfano di femminicidio».
Che ruolo possono avere la scuola, le comunità, le parrocchie e le famiglie affidatarie nel ricostruire per questi ragazzi un tessuto di fiducia e di futuro?
«Il ruolo sociale è fondamentale. Come Olga, uno dei nostri obiettivi è far conoscere l’esistenza degli orfani di femminicidio, perché se la società non li conosce, la politica non se ne occuperà mai. Nelle scuole, ad esempio, facciamo educazione all’affettività e informazione sui diritti: molti ragazzi non sanno che cosa siano il codice rosso o la legge sullo stalking. Gli insegnanti, e più in generale gli adulti che stanno accanto ai ragazzi, possono diventare figure di riferimento decisive. Bisogna investire davvero sulla prevenzione».
Che cosa dice alla nostra società il fatto che esistano migliaia di orfani speciali di cui si parla pochissimo, finché un nuovo fatto di cronaca non riporta l’attenzione su di loro?
«In Italia se ne parla solo quando c’è il caso mediatico. Eppure, parliamo di quasi 3.000 orfani speciali dei quali un terzo assiste all’omicidio e un terzo trova il corpo della madre. Il femminicidio non finisce con la morte della donna: è un ergastolo del dolore che accompagna questi bambini per tutta la vita».








