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Fernanda Herrera
«Come Assist siamo al fianco dell’atleta Fernanda Herrera e auspichiamo che in fase di appello venga ribaltata un'assoluzione che al momento per la ragazza e per tanti e tante di noi è incomprensibile». C’è sconcerto nelle parole di Luisa Garribba Rizzitelli, presidente di Assist l’associazione nazionale che si batte per la parità dei diritti nello sport, la parità di accesso alla pratica sportiva e la cultura sportiva in generale e si impegna nel contrasto a molestie ed abusi nel mondo dello sport attraverso progetti di sensibilizzazione e di comunicazione.
I fatti contestati da Fernanda risalgono alla notte tra il 4 e il 5 agosto 2023, durante un raduno internazionale di scherma a Chianciano Terme (Siena), al quale partecipavano atleti di diverse federazioni straniere. Per l'accusa, la giovane atleta - che gareggia per l'Uzbekistan - sarebbe stata abusata durante il soggiorno. I due imputati hanno sempre respinto ogni accusa. Il processo si è svolto in rito abbreviato. Fino all’assoluzione in primo grado, il 18 maggio, da parte del tribunale di Siena "perché il fatto non sussiste".


Luisa Garribba Rizzitelli, presidente di Assist
«Sappiamo per esperienza» continua Garribba Rizzitelli «che spesso dietro una decisione del genere esiste la convinzione imperante culturalmente - ahinoi anche nelle aule dei Tribunali - che il corpo di una donna sia “accessibile” sempre e che a maggior ragione se la donna non è in grado di manifestare consenso, questo autorizzi ogni tipo di abuso. Noi crediamo, invece, che solo con un manifestato e "chiaro" consenso si possano escludere responsabilità: quello che l’atleta ha raccontato e i referti del pronto soccorso che hanno confermato la violenza ci lasciano pensare che questa assoluzione sia inspiegabile. Tale visione non tiene conto della paura che le donne vivono, delle condizioni oggettiva in cui era la vittima e di cui gli imputati hanno approfittato. Leggeremo la sentenza di primo grado e comprenderemo meglio le motivazioni, ma in tutta franchezza questa vicenda assomiglia troppo ad altri casi e ad altre decisioni prese in aule dove le vittime diventano bugiarde e colpevoli. Noi ringraziamo Fernanda perché il suo coraggio e la sua determinazione sono un enorme esempio per le ragazze e le donne che vogliono vedere riconosciuto il diritto all’inviolabilità del proprio corpo. Nonostante questo primo grado manteniamo piena fiducia nella giustizia e, anche secondo noi, come ricordava il centro anti violenza più grande d’Italia Differenza Donna, le parole di Gisele Pelicot sono un principio da affermare: la vergogna deve cambiare lato».
E così è stato. Fernanda Herrera davanti alla sentenza di assoluzione in primo grado letta dal gup Andrea Grandinetti è scoppiata in lacrime e ha deciso, dopo tre anni di silenzio di metterci la faccia e uscire allo scoperto: «Mi chiamo Fernanda Herrera» ha detto all'esterno del palazzo di giustizia, «sono una sciabolatrice messicana, sono venuta in Italia per allenarmi per le Olimpiadi di Los Angeles 2028. Ero qua con mia madre e con la sicurezza che tutto potesse andare avanti, che avrei potuto trovare un futuro in Italia, ma purtroppo mi sono trovata con le peggiori persone che potessero esistere a questo mondo».
E ancora: «Ci sono tanti casi nello sport e nel mondo in cui vogliono silenziare le donne e questo non può più succedere» è stata la “sciabolata” della giovane che ha spiegato che domani partirà per una competizione internazionale ma che «sarà difficilissimo dimenticare». La giovane atleta, all'epoca dei fatti ancora minorenne, ha spiegato di avere scelto finora di non esporsi pubblicamente. «Non ho mai voluto far vedere la mia faccia in questi tre anni in cui ho sofferto questa cosa, ma sono stanca e mi farò vedere perché sono orgogliosa di me. Per tre anni, oltre a lottare per i miei risultati e per le mie medaglie, ho lottato per la mia giustizia e non mi fermerò mai». Il suo legale, Luciano Guidarelli, ha annunciato ricorso in appello evidenziando che «il processo avrebbe dovuto prendere una direzione completamente diversa soprattutto perché durante l'incidente probatorio e dalle sommarie informazioni raccolte dagli inquirenti è emerso che la mia assistita non era nelle condizioni di potere discernere e prestare consenso per avere rapporti».
Quell’inaccettabile “consenso” promosso dal Ddl Bongiorno che, come ha detto Elisa Ercoli presidente di Differenza Donna intervenuta a fianco dell’atleta «non accetteremo mai perché costringe la vittima ad una dimostrazione di non disponibilità, invece di riconoscere la responsabilità di chi stupra».







