(L'incontro sui 30 anni della Fondazione Ferrero al Conferenze Centre di Expo Milano 2015. Da sinistra: Mario Magatti, Alberto Quadrio Curzio, Enrico Cisnetto, don Antonio Sciortino e Francesco Paolo Fulci. In copertina: Maria Franca Ferrero).


Il 28 ottobre 1983, davanti ai dipendenti  riuniti al castello di Grinzane Cavour, in quelel Langhe che sono la culla della multinazionale dolciaria, il papà della Nutella Michele Ferrero f
ece un discorso molto semplice e asciutto, com’era nel suo stile. Il problema del pensionato, disse, sta assumendo dimensioni sempre più ampie: la pensione non è più il confine che segna la fine della vita attiva, chi lascia la nostra azienda non è certo in quiescenza, ha ancora molto da dare. Quella di andare a riposo e non avere nulla a che fare con il pianeta aziendale usciti dalla fabbrica è una vecchia concezione materialistica, in realtà il patrimonio di saggezza che l’anziano può dare ai giovani è ancora immenso. E’ così che nasce la Fondazione Ferrero. Un modo per rendersi ancora utili anche in pensione. In questo modo il dipendente non lascerà mai la “fabbrica di cioccolato” anche alle soglie della terza età.

E’ l’ambasciatore Francesco Paolo Fulci, presidente di Ferrero Spa, a ricordare queste parole di straordinaria preveggenza, nel corso della celebrazione dei 30 anni  della Fondazione nella cornice del Conference Center di Expo Milano 2015. La tesi di Fulci è che Ferrero ha realizzato con il suo impero dolciario - modello unico per integrazione tra azienda, collaboratori e territorio - e con la Fondazione, il grande sogno di Adriano Olivetti, “quello di armonizzare lo sviluppo industriale con l’affermazione dei valori umani all’interno e  all’esterno della fabbrica”. “La sua gente lo adorava, in 70 anni non c’è mai stata una giornata di sciopero”, ricorda Fulci. Come primo atto concreto Ferrero mise a disposizione un miliardo di lire, una somma allora importante. Alla presidenza (e questo ci fa capire quanto tenesse alla sua nuova creatura) chiamò alla presidenza sua moglie Maria Franca. Nacque così un’istituzione governata da tre parole: lavorare, creare, donare. Un motto  “che rappresenta ancora oggi un archetipo della sintesi tra cultura, assistenza e terapia del lavoro e dell’azienda lungimirante, che accanto ai profitti crea qualità della vita”.

Del papà della Nutella, dell’ovetto Kinder e di tanti altri prodotti di successo planetario non esistono interviste, come ha ricordato il direttore della Stampa Mario Calabresi, che ebbe il privilegio di avere un lungo colloquio con lui, con il vincolo di non pubblicarla, negli stabilimenti di Alba, almeno finché fosse ancora in vita. Di Ferrero Calabresi ha ricordato le sue tre caratteristiche: la riservatezza totale, la fede religiosa e l’ossessione per la qualità. Cosa resta di lui oggi, al di là della sua immensa eredità, dui quell’imepro dolciario su cui non tramonta mai il sole? “Resta l’idea di fare qualcosa di diverso, del think different di Steve Jobs”. Come quando si mise a vendere i  Mon Cheri nella Germania della ricostruzione: “Era un visionario caparbio, tenace e concreto come solo un langhetto può essere”. Anche l’economista Alberto Quadrio Curzio ha sottolineato i concetti che stanno alla base del motto della Fondazione: “Rappresentano la trilogia modello della creatività italiana nel mondo e la formula alchemica attraverso la quale una buona impresa riesce a creare una identità tra i suoi dipendenti e poi, senza alcuna discontinuità, trasformarla in solidarietà quando lasciano il lavoro”. 

La Fondazione Ferrero nasce “come continuità naturale dell’impresa e non come strumento per farsi pubblicità”. Sta tutto in questo sodalizio creativo il cuore della creatura di Ferrero:  utilizzare gli anziani per aiutare i giovani, con il loro patrimonio di esperienza, oppure facendo da nonni ai figli dei dipendenti, o ancora con le tante opere sociali e filantropiche legate all’attività dell’ente. Un antidoto a quella cultura dello scarto di cui parla papa Francesco. Un antidoto concepito trent’anni fa. Mauro Magatti, sociologo dell’Università Cattolica, definisce Ferrero "imprenditore generativo": “Chi aspira alla bellezza, chi restituisce quel che ha ricevuto, è un resiliente, è capace di far andare avanti la sua creatura”. Enrico Cisnetto, l’editorialista che ha presentato le testimonianze, ha sottolineato che nella Fondazione Ferrero ci sono esempi che hanno fatto da battistrada  per la cultura della centralità della terza età.

Una fascia, quella degli anziani, che si sta dilatando, ha sottolineato il direttore di Famiglia Cristiana don Antonio Sciortino: “E’ una benedizione questo allungamento dell’aspettativa di vita in Italia, ma non deve diventare isolamento solo perché i nonni non appartengono a una società attiva. Bisogna tenere assieme questo arco sociale che va dai nonni ai nipoti”. Dati demografici alla mano, il Paese corre il rischio di avere nei prossimi anni 8 milioni di giovani a fronte di 23 milioni di anziani. Una piramide rovesciata.  Il problema, aggiunge don Sciortino, “è che tra pochi anni avremo moltissimi nonni e pochissimi nipoti, andiamo verso il suicidio demografico, non ci sono politiche familiari serie che puntano alla famiglia. I nonni sono una grande ricchezza, come i nonni della Fondazione Ferrero, ma se non si inverte questa tendenza demografica il Paese non può reggere”.

Il direttore di Famiglia Cristiana ha ricordato l’incontro di papa Francesco con 40 mila nonni e la definizione di Benedetto XV di nonno, che con la sua saggezza assiste il pontefice in Vaticano: “ Perché se non riusciamo a  recuperare la memoria difficilmente riusciremo a costruire un futuro”. L’Italia, conclude don Sciortino, è come un palazzo in cui abitano al piano di sopra gli anziani e al piano di sotto i giovani, ma senza scale e senza ascensore: “Ma un popolo che dimentica le proprie radici è un popolo che non ha futuro”.