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Di Marco Tonino
«In genere mi definisco agnostico, anche se, quando sono soprappensiero, mi scopro vagamente panteista… Il senso religioso della vita può nascere da una morale che hai assunto fin da quando eri bambino. Poi si è modificato con certe conoscenze, certi incontri e certe cose, ma grosso modo è quello. E quindi per me il senso religioso della vita è innanzitutto attenersi alla propria morale e poi pensare che tutto sommato anche per me, che sono laico, c’è la parte misteriosa della vita che non può essere schiacciata dal positivismo, dallo scientismo, come poi i secoli hanno sempre dimostrato, e quindi le fughe nell’irrazionale ci sono e ci saranno sempre… anzi, sono un po’ non solo la nostra condanna, ma anche, a volte, la nostra fortuna, la nostra possibilità di espansione…».


Così, anni fa, Francesco Guccini aveva risposto a una mia domanda sul suo rapporto con Dio: il vizio impenitente dell’amico teologo che, peraltro, sapeva già in buona parte la risposta che avrebbe ricevuto. Parlare con lui, che ci ha lasciato per l’ultima Thule giovedì 6 agosto, era sempre difficile ma piacevole: difficile perché lui ha coltivato sin da giovane la religione dell’esattezza e della precisione, alla Italo Calvino per capirci, ma anche piacevole perché in lui non c’era mai nulla di scontato, di già acquisito una volta per tutte (non a caso, dubbio e perplessità sono state due parole chiave, nelle sue canzoni e nella sua visione della vita).


Un’altra volta si è descritto così: «Sono un semplice artigiano della parola, niente di più». In realtà, la sua proverbiale modestia gli aveva fatto difetto: perché pensando a lui vengono in mente una serie di brani – da Dio è morto a Canzone per un’amica, da Auschwitz a Il vecchio e il bambino, da Via Paolo Fabbri 43 a Bologna, da Amerigo a Don Chisciotte, per citarne appena una manciata – che hanno nutrito e accarezzato senza stancarsi l’immaginario di alcune generazioni di italiani, nell’arco di una carriera che ha superato il mezzo secolo. Ma il Guccio non è stato solo un cantautore, direi il più rappresentativo fra quelli nati nel Belpaese: ma anche uno scrittore (celebri i suoi gialli firmati a quattro mani con Loriano Macchiavelli, ma anche i best seller dei Dizionari delle cose perdute, o lo struggente Tralummescuro, finalista al premio Campiello); uno sceneggiatore di fumetti di classe, con gli amici Bonvi e Magnus; un attore in film impegnati e in pellicole di cassetta come quelle di Pieraccioni; uno studioso della lingua, del dialetto e della sua zona di elezione, l’Appennino fra Bologna e Pistoia; e così via. A lui sono stati dedicati, nel corso degli anni, un asteroide, una pianta, una farfalla, un numero ormai imponente di volumi sulla sua produzione discografica. Un paio, inoltre, le lauree a lui assegnate honoris causa. Ha ricevuto alcuni voti nelle elezioni per il presidente della Repubblica, e ha costituito l’argomento di un tema per l’esame di maturità. Ma soprattutto Francesco è (stato, ed è ancora) amato da un pubblico di ogni età perché uomo e artista sincero, coerente e rigoroso, per nulla interessato alle dinamiche dello star system e antidivo per eccellenza: probabilmente, una delle chiavi della sua grande popolarità, e dell’oceano di affetto suscitato dalla notizia della sua morte.


Discutendo insieme, naturalmente si era parlato anche di morte, uno dei leitmotiv dei suoi album. Mi aveva accennato a una canzone, «che forse però non ultimerò mai, che sarebbe la mia personale Spoon River, e che vorrei intitolare Vignale, dal nome della località in cui si trova il cimitero di Pàvana», il minuscolo paese appenninico paterno dove si era rifugiato da un quarto di secolo: «Vedo i miei passati con cui parlo… se si vive in un paesino come questo, la morte è presente, ogni anno se ne va qualcuno…». Poi aveva proseguito: «Mi viene in mente un pezzo di molto tempo fa, Gli amici, in cui canto: “Se e quando moriremo, ma la cosa è insicura,/ avremo un paradiso su misura,/ in tutto somigliante al solito locale,/ ma il bere non si paga e non fa male./ E ci andremo di forza, senza pagare il fìo/ di coniugare troppo spesso in Dio:/ non voglio mescolarmi in guai o problemi altrui,/ ma questo mondo ce l'ha schiaffato Lui”.E ancora: «Ho scritto, tempo fa, un ricordo per Biggi, un amico che se n’è andato, un farmacista ligure che era stato partigiano assieme a Calvino, per una pubblicazione del Club Tenco, in cui gli dico: hai presente la mia canzone Gli amici? Immagino sarai sicuramente là - lui era un discreto bevitore - e stapperai le bottiglie di vino: ci sarà Amilcare del Club Tenco, Augusto dei Nomadi, Victor dell’Equipe 84, il fumettista Bonvi, e poi ora è arrivato anche De André… vedrai che un tavolo di carte lo organizzate di certo! Gli dicevo anche che la morte è un fatto del tutto naturale, e che noi uomini siamo come piante, che hanno un’infanzia, una giovinezza, una maturità poi, a un certo punto, il loro ciclo è finito e se ne vanno: siamo esseri umani, Biggi, fondamentalmente buoni e retti, con una nostra morale implacabile ma religiosi il giusto… Del resto, che noia sarebbe essere immortali…».


Caro Francesco, che dire? Grazie, per essere stato quello che sei stato, per quello che di unico e straordinario ci lasci. Ora, non ti resta che allungare il tavolo, e stappare un’altra bottiglia di lambrusco. È stato bello esserti amico…




