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Per la prima volta dopo anni — forse decenni — il G7 non sarà molto di più che una passerella con foto opportunity e dichiarazioni generiche, almeno per la stampa. Stavolta la percezioen generale è che si discuterà davvero di questioni profonde, esistenziali, per l’Occidente e per l’ordine globale. Due guerre bruciano al centro del mondo: l’invasione russa dell’Ucraina e lo scontro tra Israele e Iran, che ha trasformato il Medio Oriente in un campo di battaglia permanente. In questa cornice, il ritorno di Donald Trump al tavolo dei Grandi non è un dettaglio: è un terremoto geopolitico.
Nel 2018, a Charlevoix, Canada, Trump fece saltare il vertice, invocando il ritorno della Russia nel club dei sette e uscendo platealmente di scena dopo aver imposto dazi su acciaio e alluminio ai canadesi. Oggi, mentre si ripresenta nella città canadese Kananaskis (in Alberta non lontana da Calgary, dove si tennero le olimpiadi invrnali), quelle fratture non si sono saldate: si sono allargate. Trump vuole ridurre il ruolo militare globale degli Stati Uniti, smantellare le alleanze, sfidare l’ordine liberale internazionale che i suoi predecessori avevano costruito nel secondo Dopoguerra. O almeno ci prova. Nel frattempo, Israele ha colpito Teheran con un’azione militare senza precedenti, mirando ai vertici del regime e alle infrastrutture nucleari. Il rischio di una guerra non solo regionale è diventato reale. Eppure, quando gli hanno chiesto se stesse facendo qualcosa per fermare l’escalation, Trump ha risposto con il suo solito fatalismo: «A volte devono affrontarsi. Vedremo cosa succede. Forse ci sarà un accordo».
Nel linguaggio trumpiano, l’accordo è un’illusione permanente, ha scritto il New York Times. Ma intanto i suoi consiglieri ripetono che lui ha una deadline: novanta accordi commerciali in novanta giorni. È il suo mantra. Peccato che, dopo alcune intese di facciata con Regno Unito e Cina, i negoziati veri siano in stallo. E la sua arma preferita, i dazi, è ora sotto giudizio nei tribunali federali. Se non arriveranno risultati, la Casa Bianca potrebbe alzare ancora la posta, scatenando nuove turbolenze nei mercati globali. I suoi alleati lo sanno. E stavolta non si illudono più. I canadesi hanno già fatto sapere che non ci sarà alcun comunicato congiunto finale: troppe le divergenze, troppo forte il sospetto che Trump lo rinneghi, come fece nel 2018. In fondo, questo G7 è il funerale della vecchia idea di Occidente. Quella basata su valori comuni, istituzioni condivise, una fiducia reciproca che si è dissolta tra guerre, populismi e mutamenti d’epoca.
Anche sull’Ucraina si consuma lo strappo. Trump si mostra sempre più ostile a un impegno prolungato nel conflitto, mentre i leader europei si compattano attorno a Zelensky, presente anche lui al vertice. Il presidente ucraino non è solo un simbolo: è la cartina di tornasole della fedeltà atlantica. E il fatto che la sua causa sia ormai sostenuta più da Roma, Parigi e Berlino che da Washington dice molto su chi tiene in piedi l’idea stessa di Europa. E poi c’è la Russia. Trump ha continuato a parlare a Putin anche durante la guerra. E ha accusato Kiev di aver iniziato il conflitto. Ma il suo obiettivo non è la pace: è la rottura sistematica di tutti gli equilibri precedenti. Il G7, nato come vertice economico tra democrazie industrializzate, è oggi un’arena geopolitica, dove si confrontano due visioni opposte del mondo: cooperazione contro nazionalismo, multilateralismo contro isolazionismo, diplomazia contro forza bruta. Questa volta, le foto ricordo potrebbero non bastare.





