Il 13 agosto 2007 a Garlasco, paesino come tanti nella campagna lombarda, adagiato tra le risaie della Lomellina, estati d’aria ferma, cieli bianchi d’afa e zanzare, Chiara Poggi, 26 anni, grandi occhi azzurri e una vita definita dalla Cassazione di una “limpidezza” che l’invadenza delle indagini penali non ha mai incrinato, viene trovata esanime sulle ripide scale della cantina della villetta che condivideva con il fratello e i genitori, tutti e tre in quei giorni in villeggiatura. Chiara era rimasta a casa per condividere tempo con il fidanzato, impegnato nella stesura della tesi di laurea. Da quel giorno Garlasco diventa, proprio malgrado, l’antonomasia di un delitto.
Nel 2015 la sentenza definitiva
Il “caso” trova risposta processuale definitiva nel 2015, quando la Cassazione conferma la sentenza di appello bis con la quale è stato condannato il fidanzato di Chiara, Alberto Stasi, a 16 anni (i 24, previsti dal codice per l’omicidio volontario non aggravato, sono stati scontati di un terzo per effetto del giudizio abbreviato, scelto dall’imputato accettando di essere giudicato allo stato degli atti). Competente a indagare all’epoca non era Pavia, come ora, ma la procura presso il Tribunale di Vigevano, poi rientrato tra quelli soppressi nel 2012 nell’ambito della revisione della geografia giudiziaria: una legge ha deciso di chiudere gli uffici più piccoli e accorparli ad altri più grandi, riducendo un po’ la prossimità della giustizia ai cittadini, per razionalizzare le risorse, ma anche per limitare il rischio che i casi della vita e le norme sulla competenza territoriale facessero ricadere vicende molto complesse su uffici, e relativa polizia giudiziaria, non provvisti della casistica necessaria a farvi fronte con la dovuta esperienza.
Le prime assoluzioni

Il percorso giudiziario di Stasi inizia con un’assoluzione in primo grado (2009) «per non aver commesso il fatto»: il Gup (giudice per l’udienza preliminare) di Vigevano ha ritenuto il quadro «contraddittorio e altamente insufficiente» a decidere per la colpevolezza, a dispetto di alcuni approfondimenti disposti da lui stesso.

L’assoluzione viene confermata in Corte d’Assise d’Appello a Milano (2011), che ha respinge le richieste del Procuratore generale di rinnovare alcuni atti per meglio chiarire punti controversi. Sulla storia processuale pesano incertezze e inesperienze dalle prime ore: carabinieri entrati senza calzari né guanti; accessi definiti «scorretti» da tutte le sentenze al computer su cui l’indagato stava lavorando hanno compromesso parte dei dati; mancato sequestro di una bicicletta da donna in uso alla famiglia Stasi, per verificarne la potenziale corrispondenza con quella descritta da due diverse testimoni, posata sul cancello della casa della vittima, a un’ora compatibile con il delitto.

Per tutti i gradi di giudizio resta sotto la lente di inquirenti e giudici la verosimiglianza del racconto di Stasi: il fidanzato avrebbe scoperto il corpo di Chiara, dopo averla chiamata più volte invano al telefono, entrando nella casa con il pavimento imbrattato di sangue. Ma né sulle scarpe da lui indossate, consegnate il giorno dopo ai carabinieri, né sui tappetini dell’auto, né nella casa restano tracce del suo passaggio. Questo dato, unito a incongruenze nella descrizione rispetto al corpo trovato dagli inquirenti e al fatto che l’assenza di segni di effrazione e di colluttazione induca a pensare che la ragazza conoscesse il suo assassino e se ne fidasse, indirizzano su di lui sospetti. Due indizi restano sempre stabili: la presenza dell’impronta digitale dell’anulare destro del solo Stasi sul portasapone liquido del lavandino del bagno nel quale si ritiene che l’assassino si sia lavato le mani; tracce di DNA della ragazza, materiale «altamente cellulato», su entrambi i pedali della bicicletta da uomo di Stasi. Durante l’appello bis la ditta produttrice documenterà che non sono i pedali originali che si montano su quel modello.


La Cassazione cambia rotta al processo

La vicenda processuale cambia rotta nel 2013 quando la Cassazione annulla la sentenza di assoluzione rinviando ad altra Corte d’assise d’appello: secondo la Suprema Corte infatti nel primo giudizio di appello gli indizi sarebbero stati valutati in modo «atomistico», ossia presi uno per uno come slegati l’uno dall’altro, avulsi dal contesto e non, come da giurisprudenza per i processi indiziari, nell’insieme di un organico ragionamento probatorio.

Alla nuova Corte d’assise d’appello, la Cassazione rinviando gli atti, indica di procedere a una «rivisitazione di tutte le evidenze disponibili, del materiale indiziario acquisito e degli elementi potenzialmente indizianti». E di rivalutare le richieste di istruttoria negate dal primo giudice d’appello.

Alla luce dei risultati della non piccola attività istruttoria compiuta nell’appello bis, compreso l’esperimento che ha riprodotto «con modalità plurime e più accurate» la camminata dentro la casa e sui primi gradini della scala, da cui si è ripartiti per stabilire l’inattendibilità del racconto del ritrovamento e riconsiderare l’insieme, la seconda Corte d’assise d’appello di Milano ritiene gli indizi gravi, precisi e concordanti a sufficienza per condannare oltre ogni ragionevole dubbio. La Cassazione conferma.

Una indagine a carico di Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara Poggi, a Pavia viene aperta e archiviata tra il 2016 e il 2017. Alberto Stasi oggi in semilibertà sta scontando con grande dignità la pena nel carcere di Bollate. Una richiesta di revisione nel 2020 viene respinta dalla Corte d’appello di Brescia e dalla Cassazione. Il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo stabilisce che il processo è stato equo.


Le nuove indagini per concorso di reato
Il resto è cronaca: dal marzo 2025 una nuova indagine per concorso in omicidio è stata aperta a Pavia nel marzo 2025: i consulenti del Pubblico ministero ritengono che tracce repertate all'epoca sulla scena del delitto e giudicate non attendibili con gli strumenti di allora, possano, rianalizzate oggi con nuove tecniche ricondurre ad Andrea Sempio. Un incidente probatorio dovrà verificare se è così. E, dopo, nel caso l'ipotesi fosse confermata si tratterebbe di dimostrare che le tracce non possano essere state lasciate lecitamente frequentando la casa prima dell'omicidio.