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(Nella foto sopra: un'immagina tratta dalla Home Page del sito Internet dell'Unar)
Molto clamore c’è stato attorno alle dimissioni di Francesco Spano, Direttore dell’Unar (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) da gennaio 2016, a seguito della denuncia lanciata dal “Le Iene” qualche giorno fa rispetto ad alcuni finanziamenti (oltre 55 mila euro) erogati dall’Unar all’associazione Anddos, rete nazionale di circoli/enti culturali, ma, sempre secondo “Le Iene”, destinati a promuovere/ospitare incontri sessuali anche a pagamento fra uomini gay, e a favorire la prostituzione. Un fatto triste da commentare, soprattutto perché si tratta di una struttura pubblica istituita per uno scopo ben preciso e meritorio, “contrastare ogni forma di discriminazione fondata sull’appartenenza etnica e religiosa”. Che ben poco ha a che fare con le finalità dell’ente beneficiato. Attendiamo altre notizie, altri riscontri, e riteniamo apprezzabile il gesto di dimissioni del Direttore Spano, confidando che aiuti a proteggere l’Unar. Però alcune cose vanno pur dette - o meglio, vanno ricordate, perché non ci si può sorprendere, purtroppo, di questo scandalo annunciato.


L’Unar è nato nel 2003, recependo una direttiva europea, con un mandato specifico, ampiamente discusso e condiviso nelle aule parlamentari europee e nazionali: evitare la discriminazione “secondo l’appartenenza razziale o religiosa”. Si tratta di due questioni su cui il consenso internazionale è ampio, condiviso, radicato, ma che sono anche chiaramente e giuridicamente definite. Per questo l’Europa ha deciso di intervenire, per questo anche l’Italia ha deliberato l’istituzione di un organismo dedicato. La discriminazione è sempre odiosa, ed è già, peraltro, ampiamente e diffusamente vietata dalle nostre leggi; però, in tema di razza o libertà religiosa, si è voluto intervenire con più rigore e con strumenti più efficaci e specifici. L’uso improprio dell’Unar per altre campagne (e segnatamente per promuovere i diritti dei movimenti LGBT, avviato qualche anno fa) ha strumentalizzato questa istituzione in modo unilaterale e controverso, e questi sono i risultati. Fondi pubblici che arrivano a chi non avrebbe titolo – e, per di più, a cui non si dovrebbero proprio dare, se quanto denunciato dalle Iene risulterà confermato.
In secondo luogo già nel 2013-2014 c’era stato un grande dibattito sull’Unar, quando era stata costruito una piattaforma e un registro specificamente dedicati alle associazioni LGBT, ammettendo senza particolari meccanismi di accreditamento 29 associazioni all’interno di un comitato e poi emanando strategie a sostegno della ideologia LGBT, che dovevano entrare nelle scuole, con manuali cosiddetti di “antidiscriminazione” scritti dalla Fondazione Beck, da diffondere nelle scuole, ma pagati con i soldi dell’Unar (cioè nostri). Con successivo scontro istituzionale tra i vari ministeri, proteste dei genitori nella scuola e delle loro associazioni, chiusura all’iniziativa da parte del Ministero dell’Istruzione (molto opportuna) e ritiro dei volumi, fortunatamente non distribuiti (ma comunque pagati dal bilancio Unar). L’Unar in questo caso ha improvvidamente preso posizioni molto schierate sul tema, e questo è un cattivo modo di gestire istituzioni che dovrebbero rappresentare un po’ tutti e non cavalcare singoli temi in modo unilaterale.
In aggiunta, quando c’è la possibilità di gestire fondi pubblici per vertenze precise questa responsabilità va custodita con grande attenzione, perché bisogna essere capaci di valorizzare una risorsa che è tolta ad altre destinazioni e che quindi deve essere capace di custodire un bene comune. Non si può genericamente finanziare qualunque cosa. Le regole ci sono, sono serie, vanno rispettate e bisogna preoccuparsi di dove vanno a finire i soldi, e quindi anche della qualità dei destinatari. E allora spiace davvero che un ente che ha una finalità importante, come l’Unar, sia stato piegato e strumentalizzato a favori di interessi particolaristici, distorcendo l’uso del denaro pubblico. È un triste esempio di un modo poco trasparente e poco appropriato di usare risorse pubbliche.
L’errore c’è stato, è grave, e ci sono responsabilità amministrative e politiche
Da ultimo, proprio per l’importanza dell’Unar, le dimissioni del suo Direttore non chiudono il “caso politico”. Chi ha responsabilità di governo non può chiamarsi fuori, non può dire: “Me l’hanno fatta sotto il naso, non sapevo…”. Il problema del nostro Paese è anche la ricostruzione delle catene di responsabilità e forse anche il Dipartimento per le pari opportunità, il soggetto politico a cui dovrebbe rispondere l’Unar, qualche responsabilità ce l’ha. Insomma, non si può dire: “L’ha fatto l’Unar, punto e basta”. Bisogna verificare le attività di enti di questo tipo, soprattutto se vengono occupati da “interessi specifici”, e vigilare. L’Unar è un ente che va riprogrammato e protetto, non va stigmatizzato per definizione perché ha fatto un errore. Però l’errore c’è stato, è grave e ci sono responsabilità, amministrative ma anche politiche.
E forse la prospettiva migliore sarebbe quella di rifocalizzare le attività dell’Unar sul suo mandato originario, di protezione della libertà religiosa, in una società sempre più multiculturale, anche contro un certo laicismo antireligioso, e contro la discriminazione razziale, che tanto ha ferito l’’Europa nel secolo scorso, e che è tutt’altro che debellata, in quest’epoca di nuovi muri. Allora sì che l’Unar potrebbe mettere nel suo Pantheon anche Albert Einstein, che, alla domanda “Di che razza sei”?”, rispose “Razza umana”. Di questa rinnovata Unar c’è assoluto bisogno; invece di un ente che pretende di essere diventare il custode etico di qualsiasi problema, per di più in modo fazioso, facciamo volentieri a meno.




