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«Pronto, è l’Ospedale delle bambole? Parlo con Tiziana Grassi?». «Sì, sono io. Le posso chiedere di richiamarmi tra qualche minuto? Sono in reparto e ho appena applicato il colore su una bambola».
Tiziana Grassi è la primaria dell’Ospedale delle bambole di Napoli, una struttura che sorge nel cuore pulsante della città, in una delle zone più caratteristiche del centro storico: Spaccanapoli.


I “pazienti” della struttura di San Biagio dei Librai non sono persone bensì oggetti, tutti con storie diverse ma con un’unica cosa in comune: sono pronti a vivere una seconda vita. In corsia ci sono orsetti, bambole, peluche, pupazzi di ogni tipo, insomma i giocattoli del cuore. «Sono 130 anni che la bottega si occupa della loro salute, da 0 a 99 anni, per chi li ha trattenuti, li ha conservati con cura o semplicemente perché dopo qualche tempo gli ha dato qualche problema: un nasino morso da un cane, una bambola caduta e rotta in mille pezzi...», racconta la primaria.
L’apprezzatissimo ospedale vanta una storia lunga cinque generazioni: «L’idea fu del mio bisnonno Luigi», spiega Tiziana Grassi, «dopo di lui mio nonno Michele, poi arrivò il turno di mio padre e ora ci sono io con i miei tre figli. Le parole chiave sono, da sempre, “usura” e “tempo”. Questa bottega ripara un po’ i ricordi delle persone».
Giovanissima, Tiziana si avvicina al mondo della restaurazione e dell’arte, inizialmente con qualche dubbio rispetto a quello che sarebbe diventato poi il suo mestiere di artigiana (che oggi rivendica con orgoglio): «Quando sei giovane», dice, «ti lasci prendere e sorprendere da nuove esperienze. Con il tempo mi sono accorta che quella che avevo intorno era la mia vera ricchezza e mi è venuto quasi in modo naturale proseguire. Mi dissi: “Perché no? Ho una bottega così bella... Potrò essere autonoma, un’imprenditrice unica».


Al suo fianco, oggi, ci sono i suoi tre figli poco più che ventenni: «Come si può immaginare è stato particolare per loro avere una madre che quando gli si veniva chiesto che lavoro facesse, la risposta era “la dottoressa delle bambole”. Hanno vissuto un’infanzia speciale: nei giorni di festività scolastica si ritrovavano nel mio piccolo laboratorio, dove li tenevo impegnati. Chi si occupava dello shampoo alle bambole, chi provava solo a guardare come si aggiustasse la gamba di un bambolotto, chi metteva lo smalto, chi pettinava...», racconta. E aggiunge: «Non mi sono mai posta il problema che, avendo tre figli maschi, le bambole dovessero per forza fare loro orrore. Anzi, questa cosa li ha resi molto liberi».
L’Ospedale delle bambole oggi conta più di 700 restauri all’anno, un luogo magico dove un oggetto può arrivare – proprio come avviene nella realtà – nei casi più estremi anche in codice rosso. «Entriamo in contatto con le persone attraverso i loro giocattoli e ciò di cui hanno bisogno. Spieghiamo precisamente come funziona il ricovero, quali sono i tempi di ripresa e come si arriva in sala operatoria. A ogni visitatore è come se piantassimo un seme che un giorno potrà germogliare: che sia maschio, femmina, di 4 o 99 anni, se un giorno si dovesse accorgere di aver conservato un oggetto a lui caro, potrebbe tornare a casa alla ricerca di quest’ultimo abbandonato in soffitta o in garage e restituirgli una seconda vita».


Quella che inizialmente era una piccolissima bottega di 18 metri quadri, si è trasformata in una struttura piena di storia, amore e passione, «un luogo meraviglioso», ci tiene a precisare la primaria Grassi, «che si è messo in piedi da solo, i cui inizi non sono stati privi di difficoltà». «Amo il mio lavoro e lo rivendico con fierezza, ma quanti artigiani ho visto sparire in tutti questi anni? Posso dire di avercela fatta». E aggiunge: «Oggi siamo molto forti e lo eravamo anche prima di diventare un museo. Quest’eco l’abbiamo sempre avuto forse già ai tempi di mio nonno: ricordo ancora pagine di giornali del ’58 indimenticabili: “La bambola non è morta, un mago la tiene in vita”».
Tiziana parla dei suoi “pazienti” come se ognuno di loro avesse davvero un cuore che pulsa. «Per me ogni giocattolo ha un’anima e sicuramente il trasporto me lo trasmette il cliente, chi si è affidato a noi. Abbiamo liste di attesa di 4 mesi, ci si prenota sul nostro portale attraverso un link e poi avvisiamo quando arriva il proprio turno. A quel punto il cliente può spedire il giocattolo e in circa un mese è pronto per tornare a casa con diagnosi, certificato di sana e robusta costituzione e una lettera di ringraziamento».
Non solo trasmettere l’amore per il restauro artigianale e preservare i ricordi dell’infanzia, tra le missioni più importanti dell’Ospedale delle bambole c’è l’idea di combattere quella che oggi più che mai riconosciamo come “società dei consumi”. Il desiderio costante – diventato l’elemento dominante dei nostri giorni – di acquistare qualcosa di nuovo, sempre più all’avanguardia, non solo alimenta danni ambientali, psicologici e obsolescenza ma finisce anche per svuotare il significato stesso del possesso, trasformando ogni oggetto in qualcosa di temporaneo, sostituibile e incapace di soddisfare i bisogni profondi. In questo senso, l’Ospedale rappresenta un chiaro esempio di economia circolare dove il riuso, la riparazione e il riciclo possono essere le carte vincenti.
«Il futuro della mia bottega? Beh mi auguro possa diventare un’azienda quotata in borsa», confida con ironia Tiziana. «Sono partita così piccola, ora ci sono i miei figli così giovani e professionali… Credo che la nostra realtà sia una cosa grande che può crescere sotto vari aspetti, ha così tante strade ancora da percorrere…».






