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La vicenda del calciatore Luca Toni, attualmente in forza all'Hellas Verona, che è comparso davanti alla Corte di Appello di Monaco di Baviera, formazione nella quale ha militato dal 2007 al 2010, per difendersi dall'accusa, secondo quanto sostiene la Giustizia tedesca, di una tassa non pagata, dunque evasa, per tre anni alla Chiesa Cattolica della Germania, ci consente di fare chiarezza su come si finanziano le Chiese nel Paese governato dalla Cancelliera Angela Merkel. Nel caso concreto, Luca Toni si proclama innocente: al momento di iniziare a giocare con i tedeschi (nella foto, Luca toni con la maglia del Bayern) dal punto di vista fiscale non era stata registrata a suo nome alcuna appartenenza a confessioni religiose. Questo perché in Germania si paga un'imposta per finanziare la propria Chiesa. In seguito sembra essere saltata fuori la indicazione "religione cattolica". Per cui ora la corte bavarese chiede ancora al calciatore parte delle somme dovute nei tre anni di permanenza al Monaco.
Ma come funziona effettivamente questa tassa? Nel 2013 in Germania circa due terzi degli 80 milioni di tedeschi si è dichiarato “cristiano”. In particolare 24,2 milioni si sono dichiarati “cattolici” e 23,4 milioni “evangelici”. Ma vediamo come si finanzia la Chiesa cattolica nel Paese di Angela Merkel: a differenza dell’Italia – in cui il finanziamento è dato dalla percentuale di Irpef (8 per mille) che ogni contribuente può devolvere allo Stato per scopi di interesse sociale o di carattere umanitario oppure a una ristretta rosa di confessioni religiose con cui esso ha firmato specifiche intese (tra cui, appunto, la Chiesa cattolica) – in Germania sono direttamente i fedeli, attraverso una ritenuta volontaria, a finanziare la chiesa a cui appartengono.
Il finanziamento alle chiese in Germania è frutto di una storia lunga, che rispecchia i cambiamenti intervenuti negli ultimi secoli nei rapporti Stato-Chiesa. Per moltissimo tempo l’Assolutismo garantì i fondi a tutte le chiese in cambio di un controllo sulla vita interna delle stesse. Fu la Costituzione della Repubblica di Weimar (1919) ad operare un primo “taglio” del cordone ombelicale, garantendo l’autonomia alle chiese a fronte del finanziamento diretto da parte dei fedeli. La pausa del Nazionalsocialismo (1933-1945) – in cui i controlli statali ridivennero molto pesanti a fronte di aiuti pubblici – non impedì che la Costituzione repubblicana del 1949 riprendesse il filo interrotto, prendendo pari pari la stessa normativa di Weimar e dando vita quindi al sistema di finanziamento attuale.
Oggi la Chiesa cattolica, come ogni altra comunità religiosa o di tipo filosofico, si mantiene con una “tassa ecclesiale”, pagata liberamente dai cittadini nella forma di una ritenuta dell’8-9% (a secondo della Regione o Land) sulle tasse legate al reddito. Tale tassa è riscossa dagli uffici statali e da questi rimessa (previa piccola decurtazione per le spese di gestione) alle singole chiese o associazioni destinatarie. Attualmente solo un terzo di chi si dichiara cattolico paga il suo contributo alla Chiesa cattolica, tenendo conto però del fatto che né i bambini né gli anziani con pensione bassa né i disoccupati vi sono tenuti.
Il mancato pagamento della tassa ha di fatto lo stesso valore di una dichiarazione pubblica di non appartenenza alla Chiesa. Per questo, chi decide in questo modo, di fatto non ha più diritto (né evidentemente interesse da parte sua) ad usufruire dei servizi garantiti dalla sua comunità ecclesiale, fra cui i sacramenti (matrimoni, battesimi, cresime, ecc.), i funerali, eccetera. Di fatto, però, l’esperienza dice che, di fronte alla richiesta di una persona che faccia richiesta di un sacramento e che non abbia però ottemperato alla tassa ecclesiale, ogni curia indaga i reali motivi e concede, se del caso, il nullaosta per il sacramento o il servizio richiesto.
Ma come funziona effettivamente questa tassa? Nel 2013 in Germania circa due terzi degli 80 milioni di tedeschi si è dichiarato “cristiano”. In particolare 24,2 milioni si sono dichiarati “cattolici” e 23,4 milioni “evangelici”. Ma vediamo come si finanzia la Chiesa cattolica nel Paese di Angela Merkel: a differenza dell’Italia – in cui il finanziamento è dato dalla percentuale di Irpef (8 per mille) che ogni contribuente può devolvere allo Stato per scopi di interesse sociale o di carattere umanitario oppure a una ristretta rosa di confessioni religiose con cui esso ha firmato specifiche intese (tra cui, appunto, la Chiesa cattolica) – in Germania sono direttamente i fedeli, attraverso una ritenuta volontaria, a finanziare la chiesa a cui appartengono.
Il finanziamento alle chiese in Germania è frutto di una storia lunga, che rispecchia i cambiamenti intervenuti negli ultimi secoli nei rapporti Stato-Chiesa. Per moltissimo tempo l’Assolutismo garantì i fondi a tutte le chiese in cambio di un controllo sulla vita interna delle stesse. Fu la Costituzione della Repubblica di Weimar (1919) ad operare un primo “taglio” del cordone ombelicale, garantendo l’autonomia alle chiese a fronte del finanziamento diretto da parte dei fedeli. La pausa del Nazionalsocialismo (1933-1945) – in cui i controlli statali ridivennero molto pesanti a fronte di aiuti pubblici – non impedì che la Costituzione repubblicana del 1949 riprendesse il filo interrotto, prendendo pari pari la stessa normativa di Weimar e dando vita quindi al sistema di finanziamento attuale.
Oggi la Chiesa cattolica, come ogni altra comunità religiosa o di tipo filosofico, si mantiene con una “tassa ecclesiale”, pagata liberamente dai cittadini nella forma di una ritenuta dell’8-9% (a secondo della Regione o Land) sulle tasse legate al reddito. Tale tassa è riscossa dagli uffici statali e da questi rimessa (previa piccola decurtazione per le spese di gestione) alle singole chiese o associazioni destinatarie. Attualmente solo un terzo di chi si dichiara cattolico paga il suo contributo alla Chiesa cattolica, tenendo conto però del fatto che né i bambini né gli anziani con pensione bassa né i disoccupati vi sono tenuti.
Il mancato pagamento della tassa ha di fatto lo stesso valore di una dichiarazione pubblica di non appartenenza alla Chiesa. Per questo, chi decide in questo modo, di fatto non ha più diritto (né evidentemente interesse da parte sua) ad usufruire dei servizi garantiti dalla sua comunità ecclesiale, fra cui i sacramenti (matrimoni, battesimi, cresime, ecc.), i funerali, eccetera. Di fatto, però, l’esperienza dice che, di fronte alla richiesta di una persona che faccia richiesta di un sacramento e che non abbia però ottemperato alla tassa ecclesiale, ogni curia indaga i reali motivi e concede, se del caso, il nullaosta per il sacramento o il servizio richiesto.




