Da giorni la ginnastica vive con il fiato sospeso e con un tifo diverso e più intenso rispetto a quello che si vive per la più importante delle gare: si tifa per “Bonni” e c’è in gioco molto più di una medaglia. Era il 23 luglio, Lorenzo Bonicelli, 23 anni, ginnasta della Ghilanzoni gal di Lecco, impegnato con l’Italia alle Universiadi di Essen (Germania), stava completando il suo esercizio agli anelli, quando nell’uscita, un salto triplo, qualcosa è andato storto ed è caduto malamente sulle vertebre cervicali, restando sulla pedana. "Lorenzo - si legge nel comunicato della Federginnastica - presenta gli esiti di un trauma distorsivo cervicale con sublussazione della quinta vertebra, ridotta tempestivamente e in maniera ineccepibile in sede chirurgica. Permane purtroppo un danno neurologico, la cui entità non è, al momento, ancora valutabile". Il ginnasta di Abbadia Lariana è tuttora ricoverato all'Ospedale universitario di Essen, vicinissimo al campo di gara. Non è in pericolo di vita e risulta “vigile e orientato”, ma la Federginnastica ha comunicato il 31 luglio, dopo un lungo consulto del  professor Andrea Ferretti, presidente della nuova commissione medica FGI e direttore dell’Istituto di Medicina dello Sport del CONI, con i neurochirurghi che hanno operato l'atleta, che appena sarà possibile farlo in sicurezza verrà dimesso e tornerà per la riabilitazione in Italia, la sua famiglia e la sua fidanzata sono con lui e la sua società sportiva ha avviato online una raccolta fondi #insiemeabonni per aiutarlo nell’impegnativo percorso che dovrà affrontare, ma è chiaro che quando accadono cose così gravi il mondo dello sport esce profondamente turbato.

E chi ha figli e nipoti che praticano lo stesso sport si identifica e si interroga sui rischi. Igor Cassina, campione olimpico di Atene 2004 nella sbarra, ideatore di un movimento che porta il suo nome, oggi è padre di tre figli, l’ultima Atena nata il 25 giugno, non ha ruoli federali, fa l’imprenditore e il coach nel settore benessere, non è più direttore tecnico, ma è aggiornatissimo perché continua a fare il commento di Mondiali e Olimpiadi di ginnastica per la Rai. Con tutto questo bagaglio la sua voce, in un giorno così difficile, è preziosa per capire e orientarsi in quello che accade.

È normale che in momenti come questi chi ha un figlio o un nipote che pratica a livelli diversi la ginnastica artistica si chieda: quanto è rischioso? Si parla spesso di nuovi codici (regolamenti internazionali, aggiornati ogni 4 anni dopo ogni Olimpiade) che incoraggiano a cercare la difficoltà. C’è del vero?

«È una situazione delicata che non si vorrebbe mai affrontare, faccio un gran tifo per Lorenzo. Da un certo punto di vista è vero che la ginnastica si è evoluta e che i codici in parte spingono a cercare la difficoltà per arrivare a vincere gare di alto livello, ma io direi che questo in una scala da uno a dieci, non incide sul rischio reale più di quattro. Io ho inventato alla sbarra un movimento che è entrato nel codice con il mio nome che all’epoca aveva del temerario per la sua complessità ma che si adattava alle mie caratteristiche e che a me riusciva più semplice e naturale di altri sulla carta più semplici. Lorenzo era un maestro nell’eseguire il triplo salto che gli è costato l’infortunio, lo faceva anche alla sbarra perché lo aveva nelle corde e lo padroneggiava benissimo, questo per dire non solo che purtroppo esistono esistono la fatalità e la sfortuna ma che anche nella vita di tutti i giorni il rischio nel fare qualcosa è maggiore o minore a seconda della padronanza: chi è più preparato, allenato, esperto gestisce nello sport e nella quotidianità una cosa complessa meglio, fondamentale è non improvvisarsi. E certo non era il caso di Lorenzo che aveva quel salto nelle corde come pochi».

Ma è vero che nel creare esercizi nuovi si va verso l’esasperazione del rischio, più che in passato?

«Direi di no, oggi rispetto ad anni fa la ginnastica è più sicura: prima ci si buttava di più senza una propedeutica di avvicinamento, oggi sono migliorate le conoscenze tecniche, la propedeutica, ma anche le strutture delle palestre che consentono di provare e apprendere per gradi difficoltà maggiori in condizioni protette, gli stessi campi di gara hanno protezioni migliori: questo fa sì che oggi esercizi anche molto difficili siano meno a rischio di altri più semplici del passato. Il triplo al corpo libero è stato eseguito per la prima volta una quarantina di anni fa, la stessa uscita costata l’infortunio a Lorenzo risale all’Unione sovietica, veniva portata in gara da Dimitri Karbanenko nel 1990. Poi è chiaro che l’errore e la sfortuna sono dietro l’angolo, ma anche nella vita: basti pensare che il luogo statisticamente più pericoloso è la propria casa».

È vero che l’aggiornamento del codice serve anche a bandire movimenti visti in gara e giudicati troppo rischiosi? Oggi Olga Korbut non potrebbe fare le parallele di Montreal 1972.

«Sì, non a caso sono stati aboliti tutti i salti che arrivavano non in piedi ma in rotazione (per capirci, in termini non tecnici, atterrando in una capriola), come la cosiddetta “araba” degli anni Ottanta. Sono banditi non perché siano in sé movimenti particolarmente difficili, ma perché si è valutato che quando atterri da due metri basta un errore per renderli rischiosi per le vertebre cervicali. La Federazione internazionale non ha alcun interesse a far correre agli atleti rischi gratuiti: ne soffrirebbero gli atleti ma anche l’immagine della disciplina. Non ne faccio più parte, posso dirlo oggettivamente, non avendo interessi diretti posso dire che la ginnastica è stata ed è ancora la mia passione ma se vedessi una corsa al rischio sarei il primo a denunciarlo, ma posso dire che la Federazione internazionale interviene anche a scoraggiare il rischio per il rischio: Igor Radivilov a Rio 2016 ha presentato il triplo salto al volteggio, ma la Federazione internazionale lo ha bandito subito, perché anche se sei un fenomeno il rischio è troppo alto».

Ha mai rischiato veramente?

«Sì, ma perché ero uno che si buttava, per troppa passione un po’ temerario, oggi, acquisita la saggezza dei 48 anni e della paternità, mi rendo conto che sono stato a volte un po’ incosciente. Con la testa di oggi, da padre, tirerei le orecchie a quell’Igor. Ma so anche che nelle palestre attuali sarei più protetto anch’io, se non dal mio carattere almeno dalle strutture: era un rischio che veniva dal mio atteggiamento non dalla rischiosità intrinseca della disciplina. Poi purtroppo è vero che la fatalità esiste, come nella vita, e magari ti colpisce quando non te la vai a cercare: ma gli infortuni gravissimi a livello vertebrale nella ginnastica sono davvero una cosa rarissima. Nell’intera storia della ginnastica italiana io ne ricordo solo uno: quello di Federico Chiarugi, che atterrò male su un’araba (oggi vietata) nel 1986».

Oggi la ginnastica è uno sport social, capita anche, soprattutto tra le ragazzine dove è popolarissima, che si condividano video in cui qualche ginnasta influencer non di primo livello si cimenta con cose anche rischiose per poi diffondere le prove su youtube acchiappando clic di bambine estasiate. Quanto è pericolosa questa dinamica?

«Molto, molto perché un bambino guarda e poi fa maldestri tentativi di emulare salti mal riusciti sul trampolino che ha in giardino, sulla battigia o saltando dal muretto al parco, cose in cui si corre molto maggior rischio di quanto si possa correre in palestra dove si è tra strutture adeguate e controllati. Purtroppo c’è anche chi abusa del luogo protetto e delle competenze per acchiappare clic, come sempre dipende dalla persona, gli strumenti sono buoni o cattivi a seconda di come si adoperano. Purtroppo in Rete c’è di tutto: c’è chi la usa per diffondere conoscenza e chi per acquisire popolarità ad ogni costo senza preoccuparsi delle conseguenze. Ai genitori mi vien da dire che si deve stare molto attenti ai rischi di emulazione sui social».