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(Nella foto: il ministro dell'Economia Yanis Varoufakis durante il dibattito in Parlamento sul referendum sull'euro)
In queste ore così febbrili per il destino della Grecia, in cui tutto sembra precipitare, si moltiplicano le dichiarazioni di intenti di quelle stesse istituzioni che la stanno spingendo fuori dall’eurozona. Il presidente della Commissione Juncker si dice tradito affermando di aver fatto “di tutto per raggiungere un accordo” e sostiene come un allenatore che “o vinciamo tutti o perdiamo tutti: l’uscita della Grecia non è un’opzione”. La cancelliera Merkel dichiara che se “se l’euro fallisce, l’Europa fallisce”, auspicando un compromesso. Il presidente Hollande dice di deplorare le scelte di Atene ma aggiuge che “la Francia vuole che resti nell’euro”. Persino la sua concittadina Lagarde, presidente del Fondo Monetario Internazionale, si dice rattristata, nonostante esiga da mesi che il Paese rientri con il suo miliardo e mezzo di debiti. Tutti auspicano la ripresa dei negoziati. Tutti vogliono “scongiurare il disastro” dopo averlo provocato.
Il calendario della lunga notte della Grecia prevede due ultimatum e un appuntamento importante: il 30 giugno scadono i termini per la restituzione della maxi rata al Fondo Monetario, senza la quale la Grecia è tecnicamente in default. A meno che, lo stesso giorno, l’Unione europea, sblocchi il rinnovo di 7,2 miliardi di prestiti in cambio di un accordo sulle riforme. Accordo che, come è noto, sembrava a un passo dalla sua approvazione la notte di venerdì, quando il governo di Atene ha improvvisamente fatto saltare le trattative e annunciato un referendum consultivo della popolazione sul piano di riforme imposto dall’Unione. Invitando peraltro a votare “no” alle riforme.
Il nodo cruciale dunque è il referendum. L’ambiguità della coppia Tsipras-varoufakis emerge proprio con quest’ultima carta giocata sul tavolo della Troika. Se i greci diranno sì al piano di riforme draconiane (con una stretta soprattutto sulle pensioni) coerentemente Tsipras dovrebbe dimettersi. Ma il ministro dell’Economia ha già detto che in quel caso “il Governo farà seguito alle decisioni del popolo”. “Il 25 giugno”, ha spiegato Varoufakis in un’intervista a Bild, “le istituzioni dell’Eurogruppo ci hanno presentato una proposta dettagliata. Il tempo era ormai scaduto. Non abbiamo potuto accettare, ma non abbiamo nemmeno potuto rifiutare di fronte all’importanza della cosa per il futuro della Grecia. Perciò abbiamo deciso di rivolgerci ai cittadini e di chiarire la nostra posizione contraria, lasciando però a loro la scelta». Dunque il referendum è solo un modo per non prendersi la responsabilità di uscire dall’euro o di approvare un piano di riforme lacrime e sangue.
In queste ore così febbrili per il destino della Grecia, in cui tutto sembra precipitare, si moltiplicano le dichiarazioni di intenti di quelle stesse istituzioni che la stanno spingendo fuori dall’eurozona. Il presidente della Commissione Juncker si dice tradito affermando di aver fatto “di tutto per raggiungere un accordo” e sostiene come un allenatore che “o vinciamo tutti o perdiamo tutti: l’uscita della Grecia non è un’opzione”. La cancelliera Merkel dichiara che se “se l’euro fallisce, l’Europa fallisce”, auspicando un compromesso. Il presidente Hollande dice di deplorare le scelte di Atene ma aggiuge che “la Francia vuole che resti nell’euro”. Persino la sua concittadina Lagarde, presidente del Fondo Monetario Internazionale, si dice rattristata, nonostante esiga da mesi che il Paese rientri con il suo miliardo e mezzo di debiti. Tutti auspicano la ripresa dei negoziati. Tutti vogliono “scongiurare il disastro” dopo averlo provocato.
Il calendario della lunga notte della Grecia prevede due ultimatum e un appuntamento importante: il 30 giugno scadono i termini per la restituzione della maxi rata al Fondo Monetario, senza la quale la Grecia è tecnicamente in default. A meno che, lo stesso giorno, l’Unione europea, sblocchi il rinnovo di 7,2 miliardi di prestiti in cambio di un accordo sulle riforme. Accordo che, come è noto, sembrava a un passo dalla sua approvazione la notte di venerdì, quando il governo di Atene ha improvvisamente fatto saltare le trattative e annunciato un referendum consultivo della popolazione sul piano di riforme imposto dall’Unione. Invitando peraltro a votare “no” alle riforme.
Il nodo cruciale dunque è il referendum. L’ambiguità della coppia Tsipras-varoufakis emerge proprio con quest’ultima carta giocata sul tavolo della Troika. Se i greci diranno sì al piano di riforme draconiane (con una stretta soprattutto sulle pensioni) coerentemente Tsipras dovrebbe dimettersi. Ma il ministro dell’Economia ha già detto che in quel caso “il Governo farà seguito alle decisioni del popolo”. “Il 25 giugno”, ha spiegato Varoufakis in un’intervista a Bild, “le istituzioni dell’Eurogruppo ci hanno presentato una proposta dettagliata. Il tempo era ormai scaduto. Non abbiamo potuto accettare, ma non abbiamo nemmeno potuto rifiutare di fronte all’importanza della cosa per il futuro della Grecia. Perciò abbiamo deciso di rivolgerci ai cittadini e di chiarire la nostra posizione contraria, lasciando però a loro la scelta». Dunque il referendum è solo un modo per non prendersi la responsabilità di uscire dall’euro o di approvare un piano di riforme lacrime e sangue.




