È ancora contenuto il focolaio di hantavirus scoppiato a bordo della nave da crociera olandese MV Hondius. A dirlo è Gloria Taliani, professore ordinario di Malattie infettive alla Sapienza Università di Roma, che invita però a mantenere alta l’attenzione sul piano della sorveglianza sanitaria internazionale.

Dopo i nuovi casi confermati, le evacuazioni e le quarantene precauzionali scattate in diversi Paesi europei, abbiamo nuovamente intervistato l’infettivologa per capire cosa sta cambiando rispetto alle prime fasi della vicenda.

Professoressa, rispetto alla nostra ultima intervista del 4 maggio ci sono stati nuovi casi confermati, evacuazioni e quarantene. Dal punto di vista epidemiologico siamo ancora davanti a un focolaio contenuto?

«Sì, in verità sembra che il focolaio sia ancora contenuto. Sono emersi nuovi soggetti positivi, ma al momento asintomatici. Questo conferma che il contagio si è esteso all’interno della nave, ma il numero complessivo degli infettati rimane molto basso rispetto al numero degli esposti. Non si può quindi parlare di un focolaio epidemiologicamente rilevante dal punto di vista del pericolo generale. Ovviamente bisognerà continuare il monitoraggio, perché l’incubazione può essere molto variabile: da pochi giorni fino a sei, sette o addirittura otto settimane in alcuni casi sporadici. Ma che questo possa tradursi in un rischio epidemico esteso direi proprio di no».

Eppure, il caso sta riaccendendo paure e timori nella popolazione…

«Sì, ed è evidente quanto il Covid abbia lasciato una paura collettiva profonda. Le racconto un episodio: stamattina un’infermiera, in ospedale, mi ha fermata prima di entrare in ascensore dicendomi di aspettare quello successivo “visto questo virus che circola”… C’è molta disinformazione. Comprensibilmente le persone sono più sensibili davanti a qualunque notizia riguardi virus e contagi, ma l’informazione deve essere puntuale, basata sui fatti e non su ipotesi vaghe o spaventose, altrimenti si rischia il panico».

Quindi non esiste un reale rischio pandemico?

«No, francamente no. Il ceppo identificato è l’hantavirus Andes, per il quale la trasmissione interumana è considerata possibile. Ma resta una trasmissione difficile, non facile. Non siamo davanti a un virus influenzale o al morbillo, che hanno livelli di contagiosità completamente diversi. Per l’hantavirus serve generalmente una contiguità stretta, un contatto ravvicinato e prolungato. È un ordine di rischio molto più basso rispetto a quello che la popolazione oggi tende istintivamente a immaginare».

Quanto incidono i cambiamenti climatici e ambientali nell’emergere di virus di origine animale?

«Incidono molto. La deforestazione, i cambiamenti climatici e lo spostamento delle specie animali alla ricerca di cibo rendono più frequente la vicinanza tra esseri umani e animali selvatici. Questo aumenta il rischio di zoonosi, cioè di trasmissione all’uomo di patogeni che normalmente non lo colpiscono. Però, nel caso dell’hantavirus, ci sono elementi che ci rassicurano: la trasmissione richiede condizioni specifiche e non avviene con facilità».

Lei ritiene plausibile che tutto sia partito dal cosiddetto “paziente zero” individuato prima dell’imbarco?

«Sì, è plausibile. Da quello che emerge, questa persona avrebbe frequentato ambienti contaminati da roditori prima di salire a bordo. Ma questo conferma proprio il fatto che il focolaio rimane confinato a chi è stato esposto direttamente o molto da vicino. Non esiste alcun motivo concreto per cui oggi una persona comune debba preoccuparsi di un rischio generalizzato».

Anche i quattro italiani posti in isolamento fiduciario, quindi, non destano particolari preoccupazioni?

«Francamente no. Si tratta di una misura di estrema prudenza. Erano sullo stesso aereo di una passeggera poi risultata positiva, ma in una zona diversa e lontana rispetto a lei. In questi casi le autorità sanitarie adottano criteri molto cautelativi, anche per evitare eventuali contestazioni future. Ma ritengo molto improbabile che questi soggetti sviluppino l’infezione».

Dopo il Covid molti Paesi hanno aggiornato i piani pandemici. In situazioni come questa quali strumenti scattano concretamente?

«I protocolli nascono dalle modalità di trasmissione del patogeno. Essendo questo un virus che può diffondersi per via aerea, anche se con difficoltà, le autorità sanitarie tendono ad adottare misure molto prudenti come il confinamento fiduciario. Ma c’è un altro elemento importante: nella fase avanzata della malattia, quando il paziente è già molto sintomatico, la carica virale tende spesso a diminuire. Questo rende il contagio ancora meno probabile. Nel caso della passeggera deceduta, ad esempio, la combinazione tra bassa infettività del virus e probabile riduzione della carica virale rende il rischio di trasmissione molto basso».

Dopo il ritiro ufficiale degli Stati Uniti dall’Oms, quanto rischia di pesare l’indebolimento del coordinamento sanitario internazionale in situazioni come questa?

«Pesa moltissimo. Il monitoraggio condiviso e le linee guida comuni sono fondamentali. Quando ogni Paese affronta le emergenze in modo isolato si creano inevitabilmente confusione e falle nel sistema. In questo caso specifico il rischio rimane basso, ma immaginiamo uno scenario diverso, con un patogeno più trasmissibile: qui parliamo di persone provenienti da tutto il mondo che si spostano rapidamente tra continenti diversi. Senza un coordinamento internazionale efficace il rischio aumenterebbe enormemente».

Quanto può diventare più fragile il sistema di sorveglianza sanitaria globale senza organismi internazionali forti?

«Può diventare molto più fragile. Il depotenziamento dell’Organizzazione mondiale della sanità o il definanziamento di organismi come il CDC statunitense rischiano di indebolire sistemi di controllo preziosissimi. Non dimentichiamo che l’HIV fu identificato proprio mettendo in relazione casi apparentemente scollegati. Il monitoraggio globale e la capacità di correlare eventi diversi sono strumenti strategici fondamentali. Oggi convivono tre fattori: l’enorme mobilità internazionale delle persone, l’aumento del contatto tra uomo e animali selvatici e il possibile indebolimento dei sistemi di sorveglianza sanitaria globale. Questa combinazione può creare problemi di prontezza e di efficienza nella risposta alle emergenze. Ed è un tema su cui bisognerebbe riflettere molto seriamente».