«Si rischia di selezionare personalità “nella media”, penalizzando chi ha un pensiero originale, chi si interroga e proprio per questo è più capace di dare un giudizio equlibrato». Sono parole che Sarantis Thanopulos, psichiatra e psicoanalista, ha affidato al Fatto quotidiano. Lasciano intendere che il test psicoattitudinale potrebbe favorire la scelta di magistrati conformisti.

Al conformismo del magistrato è dedicato uno dei più belli tra gli apologhi dell’Elogio dei giudici di Piero Calamandrei, avvocato civilista, padre costituente: «La peggiore sciagura che potrebbe capitare a un magistrato sarebbe quella di ammalarsi di quel terribile morbo dei burocrati che si chiama il conformismo. È una malattia mentale, simile all’agorafobia: il terrore della propria indipendenza; una specie di ossessione, che non attende le raccomandazioni esterne, ma le previene; che non si piega alle pressioni dei superiori, ma se le immagina e le soddisfa in anticipo».

Chissà, a un potere che non vuole grane, magari non oggi ma un domani - perché, si sa, le Costituzioni si scrivono da savi, per preservare le istituzioni anche il giorno in cui si dovesse cader preda dei fumi dell’alcol – potrebbe far gola un magistrato così, incline per dirla con Calamandrei alla «comoda indifferenza del burocrate (...), una crescente pigrizia morale, che sempre più preferisce alla soluzione giusta quella accomodante, perché non turba il quieto vivere e perché la intransigenza costa troppa fatica».

È un lavoro cui si mettono le basi con gli studi - il concorso è tosto - ma che poi si impara davvero nel tirocinio, nel confronto con chi è già esperto: è lì che si apprende l’arte difficile di incarnare il diritto scritto nelle leggi nella materia incandescente della vita, dei casi concreti, cioè delle persone che sempre ci sono, vittime, colpevoli, innocenti, complici, nascoste dentro l’apparente freddezza di una carta processuale. Ecco, dà da pensare il fatto che mentre si introducono test psicoattitudinali per il concorso del 2026, si sia un mese fa accorciato di un terzo il tirocinio dei prossimi magistrati idonei, per immetterli in fretta, privandoli di una fetta importante di esperienza guidata.

Lo si vede da certe leggi, scritte per legare le mani al giudice - che poi la Corte costituzionale sistematicamente smonta perché mostrano la corda all’impatto con la realtà della vita che sempre ha più fantasia del più fantasioso dei legislatori –: gli altri poteri sono spesso tentati da una magistratura limitata al corto orizzonte della burocrazia, da giudici irrealisticamente immaginati come meccanici esecutori di norme talvolta poco chiare con le quali si tenta di inibire l’atto interpretativo, necessario e ineliminabile, perché essenza del lavoro del magistrato: essenza che serve a non produrre ingiustizie sostanziali trattando formalmente con lo stesso metro situazioni e casi diversi.

Ci vuole un miscuglio inestricabile di sapere e di umanità per interpretare e applicare esercitando l’indipendenza che è un esercizio impegnativo: chiede a volte di andare controcorrente trattando tanto la vox populi quanto la voce del potere con distacco, per rendere giustizia a chi lo merita a costo di andare controcorrente. Difficile immaginare che un test che oggi serve per le forze dell’ordine, che agli ordini per definizione devono stare, funzioni altrettanto bene per chi per guarentigia costituzionale deve saper decidere in solitudine ascoltando solo la propria coscienza: si direbbero - da profani - attitudini diverse, se non proprio agli antipodi.

Sarebbe interessante sapere quali attitudini avrebbe osservato il test che avesse indagato per esempio la mente di Gaetano Costa, procuratore di Palermo, che nel 1980 firmò da solo di proprio pugno - gli assegnatari del fascicolo non lo fecero - 55 ordini di cattura nel processo di mafia Spatola-Inzerillo, firmando così la propria condanna a morte, poi avvenuta il 6 agosto 1980 in un agguato, mentre guardava i libri di una bancarella probabilmente non di meccanica (una domanda del test Minnesota pare che chieda: "Mi piacciono le riviste meccanica. Vero/falso"). Sarebbe curioso sapere che cosa avrebbero rivelato quei test di Elena Paciotti, giudice civile a Milano, che nel 1980 chiese il trasferimento all’ufficio istruzione, nel penale, da cui tutti fuggivano dopo che i terroristi rossi avevano messo nel mirino e ucciso a pochi mesi di distanza Emilio Alessandrini e Guido Galli, giudici istruttori in quell’ufficio. Chissà quei quiz come avrebbero valutato queste due menti pronte a rischiare, mettendo un po’ o tanto da parte l’istinto di sopravvivenza: avrebbero magari ravvisato qualche stranezza? Un quantum di bizzarria fuori misura? Tali da giustificare l’esclusione?

Se si trattasse solo di smaltire fascicoli in un efficientismo disincarnato utile a far tornare i conti in quantità senza interrogarsi sulla qualità, di certo non servirebbero atti eroici (a proposito, saranno mica matti questi eroi?) e nemmeno anima e corpo da mettere nel lavoro, magari basterebbe, anzi funzionerebbe meglio, un’intelligenza artificiale capace di fare calcoli velocissimi comparando in tempi rapidissimi i precedenti fino a Caino e Abele.

Ma non è così che funziona. Lo spiegò bene al Cortile di Francesco del 2023 ad Assisi, dialogando con Edmondo Bruti Liberati e con un Giovanni Maria Flick molto scettico sul tema della giustizia predittiva, Fausto Cardella, per 43 anni magistrato: «Mi capitò da pubblico ministero il caso di un padre che aveva avuto un incidente stradale, causando la morte del proprio figlio. Nessun altro era stato coinvolto, non c’erano danni a terzi. Giuridicamente la colpa di quel pover'uomo c’era, era lampante. Ci pensai su qualche notte e poi chiesi l’archiviazione, motivando con una dinamica non chiara. Il giudice la accolse: è stato un errore giuridico, ne sono consapevole. Ecco, io mi chiedo se esisterà mai una macchina in grado di contemplare l’errore del giudice». È una bella domanda. Cui probabilmente né una macchina né un test saprebbero rispondere.