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La Direzione investigativa antimafia, più nota con la sigla Dia, è stata istituita il 29 ottobre del 1991 con un Decreto legge 29 ottobre 1991, n. 345, poi convertito nella legge 410 del 30 dicembre 1991. Si tratta, per dirla con la definizione del Ministero dell’Interno, di «un organismo investigativo con competenza monofunzionale, composta da personale specializzato a provenienza interforze (Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza e finché non è stato assorbito dai Carabinieri il Corpo forestale ndr.) con il compito esclusivo di assicurare lo svolgimento, in forma coordinata, delle attività di investigazione preventiva attinenti alla criminalità organizzata, e anche di effettuare indagini di polizia giudiziaria relative esclusivamente a delitti di associazione mafiosa o comunque ricollegabili all’associazione medesima».
COME SI ARTICOLA
Al vertice della Dia c’è un direttore, scelto a rotazione tra i dirigenti della Polizia di Stato e gli ufficiali generali dell’Arma dei Carabinieri e del Corpo della Guardia di Finanza, che abbiano maturato specifica esperienza nel settore della lotta alla criminalità organizzata. Al suo fianco due vice che si occupano rispettivamente delle attività operative e di quelle amministrative. La struttura centrale di supporto è articolata in una divisione di Gabinetto, tre Reparti, rispettivamente deputati alle ”Investigazioni preventive”, ”Investigazioni giudiziarie” e “Relazioni internazionali ai fini investigativi”, e sette uffici. La Dia si avvale anche di un’articolazione periferica, strutturata su dodici Centri operativi e nove Sezioni distaccate che, attraverso una ripartizione definita, hanno competenza sull’intero territorio nazionale. Sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Dia, il ministro dell’Interno riferisce, ogni sei mesi, al Parlamento.
DA UN'INTUIZIONE DI GIOVANNI FALCONE
La sua origine nasce da un’intuizione di Giovanni Falcone che, nella sua lunga esperienza di indagini antimafia istruite da giudice istruttore prima da pubblico ministero poi, aveva intuito che la dimensione tentacolare di Cosa nostra (ma vale per tutta la criminalità organizzata a maggior ragione per la ‘ndrangheta oggi ramificata in tutto il mondo) non si sarebbe potuta contrastare con la parcellizzazione delle conoscenze e con la dispersione determinata dagli steccati della competenza territoriale. Capì in anticipo sui tempi che un nemico unitario, ramificato e capace di grandi interconnessioni, si sarebbe potuto contrastare soltanto attivandosi con una eguale coordinazione e con competenza su tutto il territorio nazionale, anche per evitare la dispersione di informazioni che è invece decisivo mettere in comune, con unità di metodo. Un concetto che si riassume nel motto della Dia, una locuzione latina che recita vis unita fortior, il cui senso è: la forza unita è più forte.
CONTRASTO GLOBALE ANTE LITTERAM
«Con la nascita della Direzione investigativa antimafia», ha spiegato al Quirinale nel corso della cerimonia (foto) per i 30 anni della nascita della Dia, il capo della Polizia di Stato Lamberto Giannini «ha trovato autorevole legittimazione quel moderno metodo d’indagine, che è ancora oggi punto di riferimento dell’azione investigativa nel contrasto al crimine organizzato. Da quell’esperienza, da quella visione, è nato un metodo di lavoro unico, che ha posto la conoscenza dei fenomeni mafiosi come fondamenta su cui costruire l’intera architettura antimafia. Uno sforzo che si declina in un costante e categorico impegno per aggredire la dimensione patrimoniale del crimine organizzato». Si tratta di un metodo che, in effetti, viene studiato nel mondo e capita di frequente che polizie e magistrature straniere alle prese con fenomeni criminali di matrice mafiosa chiedano all’Italia “lezioni di contrasto”. Nell’Accademia dell’Fbi di Quantico non per caso gli allievi vengono accolti da un busto di Giovanni Falcone, in omaggio al suo ruolo di pioniere nella lotta globale al crimine. «Fino ad ora», affermava Giovanni Falcone in un’intervista a Repubblica nel 1991, «a Palermo abbiamo lavorato al massimo per costruire una stanza pulita, per rifinirla al meglio come può fare un muratore di grande capacità. Ma questo non basta, non può bastare. Purtroppo ci siamo accorti che serve poco lavorare alla pulizia di una sola stanza. Il problema non ha confini Che bisogna fare allora? Costruire un palazzo intero? Sì, la lotta alla mafia non può fermarsi ad una sola stanza, la lotta alla mafia deve coinvolgere l'intero palazzo. All' opera del muratore deve affiancarsi quella dell' ingegnere. Se pulisci una stanza non puoi ignorare che altre stanze possono essere sporche, che magari l' ascensore non funziona, che non ci sono le scale...».
DIA, DDA, DNA TRE SIGLE ANTIMAFIA DA NON CONFONDERE
In questa ottica è nata la Dia e sono nate la direzione nazionale antimafia (Dna, il 20 novembre 1991) e le relative direzioni distrettuali (Dda), con le cui sigle la Dia non va confusa. Se infatti la Dia è una struttura investigativa interforze, Dna e Dda sono articolazioni del potere giudiziario e segnatamente della funzione requirente: le Direzioni distrettuali sono sezioni specializzate della Procura della repubblica presenti in ogni distretto di Corte d’Appello e competenti in via esclusiva per indagini in tema di reati di mafia; la Direzione Nazionale antimafia, presso la Procura generale della Corte di Cassazione, è l’ufficio che a livello nazionale ha funzione di dare impulso al coordinamento alle indagini delle singole Dda con possibilità di applicarvi magistrati in servizio alla Dna. Per quanto riguarda le indagini Dna e Dda dispongono della Dia con il medesimo rapporto di dipendenza funzionale che il Codice di Procedura Penale assegna al Pm nei riguardi della Polizia giudiziaria.




