PHOTO
Il Papa non c’è al Colosseo, «per conservare la salute in vista della Veglia di domani e della Santa messa di Pasqua», fa sapere la sala stampa. Ma ci sono le sue parole. Potentissime. Per la prima volta Francesco scrive personalmente le meditazioni per le 14 stazioni. Il tema scelto, “In preghiera con Gesù sulla via della Croce”, diventa un invito a mettere le proprie sofferenze nelle mani del Signore, di percorrere, con Lui, la strada del Golgota. Le sofferenze quotidiane e quelle del mondo sono elencate una a una, la guerra, la malattia, la perdita di una persona cara… E a portare la croce nel luogo dove i cristiani furono martirizzati tante persone comuni: ci sono alcune suore di clausura e un eremita, persone residenti in una Casa Famiglia, altre accolte in una Comunità di recupero e di assistenza sociale, una famiglia, disabili, partecipanti a gruppi di preghiera, sacerdoti confessori, donne impegnate nella pastorale sanitaria, migranti, catechisti, parroci della diocesi di Roma, giovani, consacrate, persone impegnate nella Caritas. Studenti universitari reggono le torce per illuminare una notte dove le parole di Francesco risuonano consolatorie e piene di speranza, nonostante tutto. «Cadrò nella vita», scrive il Pontefice nella meditazione per la terza stazione, «ma con l’amore potrò rialzarmi e andare avanti, come hai fatto tu, che sei esperto di cadute. La tua vita, infatti, è stata un continuo cadere verso di noi: da Dio a uomo, da uomo a servo, da servo a crocifisso, fino al sepolcro; sei caduto in terra come seme che muore, sei caduto per rialzarci da terra e portarci in cielo. Tu che risollevi dalla polvere e fai rinascere la speranza, dammi la forza di amare e ricominciare».
Parla di Maria, che è rimasta da sola farsi carico della sofferenza del figlio, del suo sguardo «pieno di lacrime e di luce», della «memoria della tenerezza, delle carezze, delle braccia amorevoli», dello «sguardo materno che è lo sguardo della memoria, che ci fonda nel bene. Non si può fare a meno di una madre che ci mette al mondo, ma neppure di una madre che ci rimette a posto nel mondo».
E, come ci insegna il Cireneo, abbiamo bisogno anche degli altri, di Dio anche se «davanti alle sfide della vita, presumiamo di farcela da soli! Com’è difficile chiedere una mano, per paura di dare l’impressione di non essere all’altezza, noi sempre attenti ad apparire bene e a metterci in bella mostra! Non è facile fidarsi, ancor meno affidarsi».
Il Papa ricorda poi, citando la Veronica, che asciuga il volto di Gesù, che oggi «basta una tastiera per insultare e pubblicare sentenze. Ma, mentre tanti urlano e giudicano, una donna si fa strada in mezzo alla folla. Non parla: agisce. Non inveisce: s’impietosisce. Va controcorrente: sola, con il coraggio della compassione, rischia per amore, trova il modo di passare tra i soldati solo per darti sul volto il conforto di una carezza. Il suo gesto passerà alla storia ed è un gesto di consolazione».
Sofferenza e speranza sono il filo conduttore delle parole del Pontefice. E così anche quando sentiamo il peso delle sconfitte, del fallimento, delle eccessive «responsabilità e del lavoro», quando ci sentiamo compressi «nella morsa dell’ansia, assalito dalla malinconia, mentre un pensiero soffocante mi ripete: non ne esci, stavolta non ti rialzi», quando siamo delusi da noi stessi, dobbiamo ricordare che anche Gesù è caduto più volte sotto il peso della croce e lo ha fatto per starci vicini. Perché potessi essere sicuri che è lui ad aiutarci a rialzarci dopo ogni caduta.
E poi un tributo alle donne, che seguono Gesù lungo la via della croce. A stare accanto a Gesù, lungo la via della sofferenza, infatti, non ci sono «i potenti, che ti aspettano sul Calvario, non gli spettatori che stanno lontano, ma le persone semplici, grandi ai tuoi occhi e piccole a quelli del mondo. Sono le donne, a cui hai dato speranza: non hanno voce ma si fanno sentire». E allora il Papa chiede a Gesù di essere aiutati a «riconoscere la grandezza delle donne, loro che a Pasqua sono state fedeli e vicine a te, ma che ancora oggi vengono scartate, subendo oltraggi e violenze».
Nel cuore del Papa i sofferenti e gli ultimi che, come Gesù fu spogliato delle vesti, ancora oggi vengono privati di tutto. Il Pontefice chiede di avere la grazia di vedere Gesù«nei sofferenti e che veda i sofferenti in te, perché tu sei lì, in chi è spogliato di dignità, nei cristi umiliati dalla prepotenza e dall’ingiustizia, da guadagni iniqui fatti sulla pelle degli altri nell’indifferenza generale».
Francesco poi, nella decima stazione, insiste sul perdono partendo proprio dalle parole di Gesù in croce: «Padre, perdona». E non si tratta solo del perdono, ma anche della giustificazione «davanti al Padre: non sanno quello che fanno. Prendi le nostre difese, ti fai nostro avvocato, intercedi per noi». E così facendo «adesso, nell’impotenza, ci riveli l’onnipotenza della preghiera. Sulla vetta del Golgota ci sveli l’altezza della preghiera d’intercessione, che salva il mondo»
Quando Gesù muore, poi, gridando Dio mio Dio mio perché mi hai abbandonato, il Pontefice ricorda che, quando Gesù grida il suo «perché?» lo fa con un salmo, «così hai messo in preghiera persino la desolazione più estrema. Ecco cosa fare nelle tempeste della vita: anziché tacere e tenere dentro, gridare a te. Gloria a te, Signore Gesù, perché non sei fuggito dal mio smarrimento, ma l’hai abitato fino in fondo; lode e gloria a te che, caricandoti di ogni distanza, ti sei fatto vicino a chi è da te più lontano. E io, nel buio dei miei perché, ritrovo te, Gesù, luce nella notte. E nel grido di tante persone sole ed escluse, oppresse e abbandonate, rivedo te, mio Dio: fa’ che ti riconosca e ti ami».
Meditazioni brevi ma efficacissime. Che saldano la vita di ciascuno con quella di Gesù che cambia il corso della storia. Che porta un ladro in paradiso, che fa di un malfattore un santo, «della croce, emblema del supplizio, l’icona dell’amore; del muro della morte un ponte sulla vita. Tu trasformi le tenebre in luce, la separazione in comunione, il dolore in danza, e persino il sepolcro, ultima stazione della vita, nel punto di partenza della speranza».
E quando poi Cristo è deposto dalla croce nelle braccia di Maria il Papa ricorda il sì della Vergine anche nel momento più duro quando «quel bimbo che tenevi tra le braccia è un cadavere straziato». Noi, invece, «siamo poveri di “sì” e ricchi di “se”: se avessi avuto genitori migliori, se fossi stato più compreso e amato, se mi fosse andata meglio la carriera, se non ci fosse quel problema, se solo non soffrissi più, se Dio mi ascoltasse… Perennemente a chiederci il perché delle cose, fatichiamo a vivere il presente con amore». Ma Gesù, morendo, ci ha affidati a sua madre e lei può aiutarci a dire quei sì sciogliendo «le resistenze del cuore e i nodi dell’anima».
Dopo aver ricordato, nell’ultima stazione, Giuseppe di Arimatea, che regala un sepolcro nuovo, quello che aveva preparato per sé, a Gesù e aver sottolineato che c’è un Giuseppe all’alba del Natale e un Giuseppe nell’aurora della Pasqua, il Papa chiude le sue meditazioni con una preghiera che ripete per 14 volte il nome di Gesù. Una preghiera da fare nostra soprattutto in questo anno preparatorio al Giubileo dedicato proprio alla preghiera.
«Signore», conclude il Papa, «ti preghiamo come i bisognosi, i fragili e i malati del Vangelo, che ti invocavano con la parola più semplice e familiare: con il tuo nome.
Gesù, il tuo nome salva, perché tu sei la nostra salvezza.
Gesù, sei la mia vita e per non perdere la rotta nel cammino ho bisogno di te, che perdoni e rialzi, che guarisci il mio cuore e dai senso al mio dolore.
Gesù, hai preso su di te il mio male e dalla croce non mi punti il dito contro, ma mi abbracci; tu, mite e umile di cuore, risanami dal livore e dal risentimento, liberami dal sospetto e dalla sfiducia.
Gesù, ti guardo in croce e vedo spalancarsi davanti ai miei occhi l’amore, senso del mio essere e meta del mio cammino: aiutami ad amare e perdonare, a superare l’insofferenza e l’indifferenza, a non lamentarmi.
Gesù, sulla croce hai sete, ed è sete del mio amore e della mia preghiera; ne hai bisogno per portare a compimento i tuoi progetti di bene e di pace.
Gesù, ti rendo grazie per quanti rispondono al tuo invito e hanno la perseveranza di pregare, il coraggio di credere e la costanza di andare avanti nelle difficoltà.
Gesù, ti presento i pastori del tuo popolo santo: la loro preghiera sostiene il gregge; trovino tempo per stare davanti a te, conformino il loro cuore al tuo.
Gesù, ti benedico per le contemplative e i contemplativi, la cui preghiera, nascosta al mondo e a te gradita, custodisce la Chiesa e l’umanità.
Gesù, porto davanti a te le famiglie e le persone che stasera hanno pregato dalle loro case, gli anziani, specialmente quelli soli, gli ammalati, gemme della Chiesa che uniscono le loro sofferenze alla tua.
Gesù, questa preghiera di intercessione raggiunga le sorelle e i fratelli che in tante parti nel mondo soffrono persecuzioni a motivo del tuo nome; coloro che patiscono il dramma della guerra e quanti, attingendo forza in te, portano croci pesanti.
Gesù, con la tua croce hai fatto di tutti noi una cosa sola: stringi nella comunione i credenti, infondi sentimenti fraterni e pazienti, aiutaci a collaborare e a camminare insieme; custodisci la Chiesa e il mondo nella pace.
Gesù, giudice santo che mi chiamerai per nome, liberami dai giudizi temerari, dai pettegolezzi e dalle parole violente e offensive.
Gesù, prima di morire dici: “è compiuto”. Io, nella mia incompiutezza, non potrò dirlo; ma confido in te, perché sei la mia speranza, la speranza della Chiesa e del mondo.
Gesù, ancora una parola voglio dirti e continuare a ripeterti: grazie! Grazie, mio Signore e mio Dio.





