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Sergio Mattarella è un tipo d’uomo e di presidente della Repubblica di cui anche il camaleontico Crozza fatica a disegnare la caricatura: troppo sobrio per dare appigli. Ma la sua storia di uomo delle istituzioni e le pieghe dei suoi discorsi, mai involuti, dicono che non bisogna lasciarsi ingannare dall’apparente basso profilo: le parole, mai fuori dalle righe, rivelano chiarezza espositiva e di intenti e, quando serve, prontezza nell’assumere le decisioni consone al ruolo.
L’aveva lasciato intendere nel discorso di insediamento, breve ma chiarissimo, in cui Sergio Mattarella nulla aveva concesso a ridondanze formali e sconfinamenti, ma in cui aveva disegnato un’idea di Presidente della Repubblica, intenzionato a occupare con precisione e rigore lo spazio istituzionale che la Costituzione assegna al ruolo di garanzia, senza uscire dalle righe ma anche senza concedere ad altri lo spazio che la Carta cuce sulla figura Capo dello Stato. Parole precise cui quando le circostanze lo hanno richiesto è seguita rapidità d'azione: come il giorno dell’attentato in tribunale a Milano, in cui morirono un giudice, un avvocato e un testimone, quando convocò un plenum straordinario del Csm all’impronta – pur non obbligato dalle procedure - per far sentire la propria vicinanza alla giustizia ferita.
Qualcosa di simile ha fatto il 12 maggio. L'occasione era il ricordo di Luigi Einaudi, l'ha colta pronunciando un discorso che, tra le righe della commemorazione, è servito a ribadire i contorni della funzione presidenziale, del proprio margine di manovra in questa delicata fase del suo mandato e, probabilmente anche a mandare un messaggio rassicurante a chi, in Italia e fuori, si preoccupa per l'avvento in seno all’Unione di un governo con potenziali spinte “antisistema”.
Mattarella ha esordito delineando il contesto in cui operò Einaudi nell’Italia uscita dalle elezioni del 48: « Era, quella italiana, una democrazia in bilico. Erano avvenute scelte divaricanti, con la formazione di governi che avevano lasciato alle spalle la straordinaria condizione di unità tra le forze politiche rappresentata dal Comitato di Liberazione Nazionale. (…). E la democrazia uscì vincente dalla prova. Difatti, la divaricazione tra le forze politiche chiamate a guidare il Paese e le forze politiche alle quali era assegnato il ruolo di opposizione non si tradusse mai in una democrazia dissociativa che avrebbe reso la Repubblica fragile e debole».
Poi, a partire da quel complicato momento storico del passato, Mattarella ha cominciato a descrivere, attraverso Einaudi, le prerogative che la Costituzione giovanissima assegnava (e assegna) alla funzione presidenziale: prerogative che Mattarella, da professore di diritto parlamentare ha sviscerato da studioso ben prima che un momento drammatico della vita lo portasse alla politica attiva: «Riferendosi alla prerogativa del sovrano (e, vien da pensare, interrogandosi implicitamente sul ruolo del Presidente della Repubblica), (Einaudi ndr.) osservava che essa: "Può e deve rimanere dormiente per lunghi decenni e risvegliarsi nei rarissimi momenti nei quali la voce unanime, anche se tacita, del popolo gli chiede di farsi innanzi a risolvere una situazione che gli eletti del popolo da sé, non sono capaci di affrontare, o per ristabilire l'osservanza della legge fondamentale, violata nella sostanza anche se ossequiata nell'apparenza"».




