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«Se la coppia è informata e consapevole della propria scelta e se non ci sono figli, personalmente non vedo motivi per attendere anni prima di potersi risposare e iniziare una nuova vita». Luisella Fanni è avvocato da quarant’anni, con una straordinaria esperienza nell’ambito del diritto minorile e di famiglia, ed è presidente dell’Aiaf, associazione non profit che riunisce i legali esperti del settore. «E sulla proposta di legge dedicata al divorzio breve ci sono ovviamente posizioni diverse, ma tra i colleghi vedo una sostanziale convergenza favorevole».
- Avvocato, perché si dice che attualmente le cause di separazione e divorzio congestionano i tribunali italiani?
«Il procedimento di separazione, come è noto, può essere consensuale oppure giudiziale, in questo caso perché si vuole giungere a un addebito di responsabilità e non c’è accordo sugli aspetti relazionali, soprattutto rispetto ai figli, e patrimoniali della separazione. Oggi capita che il giudice emetta una sentenza parziale sullo stato, ovvero dichiari la separazione a prescindere dalle decisioni su tutti gli altri aspetti, sui quali la causa va avanti. Dopo tre anni, il procedimento per il divorzio si innesta sulle questioni ancora aperte, che procedono parallelamente. Noi avvocati assistiamo dunque a una abnorme duplicazione di cause, che in qualche modo sviliscono la nostra funzione: mentre le persone arrivano da noi per avere chiarezza, il percorso in tribunale complica enormemente la loro vita, con costi notevoli in termini economici, di tempo, e di sofferenze. Per questo mi sento favorevole a una riduzione dei tempi».
- E’ vero che la coppia arriva alla decisione di separarsi con un alto grado di conflittualità?
«Purtroppo in Italia non c’è l’abitudine a rivolgersi preventivamente all’avvocato, cercando di studiare tutte le soluzioni possibili, ma ci si arriva a relazione già consumata. Un avvocato esperto non cerca mai di alimentare la litigiosità, anzi, piuttosto è in grado di indirizzare le coppie su percorsi alternativi, come la terapia familiare, il consultorio, lo psicologo, a volte lo psichiatra. Il vero problema è che servirebbero sostegni prima della rottura completa del rapporto e manca un’organizzazione sociale che sostenga le persone. Quando si arriva alla decisione della separazione, è rarissimo che si ritorni indietro. E chi chiede il divorzio lo fa perché vuole risposarsi».
-Non pensa che la proposta in discussione possa banalizzare i rapporti coniugali?
«Credo profondamente nel matrimonio e non condivido certe semplificazioni. Il problema è che la nostra società ha messo in crisi molto velocemente dei valori antichi e importanti senza più trovare un ordine di priorità nelle scelte di vita. Non penso che sarà il divorzio breve - soprattutto, lo ripeto, per le coppie senza figli - ad alimentare questa tendenza. Piuttosto mi sento molto preoccupata per l’alto grado di irresponsabilità nella gestione dei figli, in alcuni casi sballottati da una situazione all’altra, con nuove figure che entrano ed escono dalla loro vita. Ecco, su questo credo che tutti gli avvocati dovrebbero farsi carico di puntualizzare ai propri clienti i doveri comportanti dall’essere genitori, perché l’ebbrezza dei diritti rischia di far dimenticare a molti le proprie responsabilità verso i più piccoli».
- Avvocato, perché si dice che attualmente le cause di separazione e divorzio congestionano i tribunali italiani?
«Il procedimento di separazione, come è noto, può essere consensuale oppure giudiziale, in questo caso perché si vuole giungere a un addebito di responsabilità e non c’è accordo sugli aspetti relazionali, soprattutto rispetto ai figli, e patrimoniali della separazione. Oggi capita che il giudice emetta una sentenza parziale sullo stato, ovvero dichiari la separazione a prescindere dalle decisioni su tutti gli altri aspetti, sui quali la causa va avanti. Dopo tre anni, il procedimento per il divorzio si innesta sulle questioni ancora aperte, che procedono parallelamente. Noi avvocati assistiamo dunque a una abnorme duplicazione di cause, che in qualche modo sviliscono la nostra funzione: mentre le persone arrivano da noi per avere chiarezza, il percorso in tribunale complica enormemente la loro vita, con costi notevoli in termini economici, di tempo, e di sofferenze. Per questo mi sento favorevole a una riduzione dei tempi».
- E’ vero che la coppia arriva alla decisione di separarsi con un alto grado di conflittualità?
«Purtroppo in Italia non c’è l’abitudine a rivolgersi preventivamente all’avvocato, cercando di studiare tutte le soluzioni possibili, ma ci si arriva a relazione già consumata. Un avvocato esperto non cerca mai di alimentare la litigiosità, anzi, piuttosto è in grado di indirizzare le coppie su percorsi alternativi, come la terapia familiare, il consultorio, lo psicologo, a volte lo psichiatra. Il vero problema è che servirebbero sostegni prima della rottura completa del rapporto e manca un’organizzazione sociale che sostenga le persone. Quando si arriva alla decisione della separazione, è rarissimo che si ritorni indietro. E chi chiede il divorzio lo fa perché vuole risposarsi».
-Non pensa che la proposta in discussione possa banalizzare i rapporti coniugali?
«Credo profondamente nel matrimonio e non condivido certe semplificazioni. Il problema è che la nostra società ha messo in crisi molto velocemente dei valori antichi e importanti senza più trovare un ordine di priorità nelle scelte di vita. Non penso che sarà il divorzio breve - soprattutto, lo ripeto, per le coppie senza figli - ad alimentare questa tendenza. Piuttosto mi sento molto preoccupata per l’alto grado di irresponsabilità nella gestione dei figli, in alcuni casi sballottati da una situazione all’altra, con nuove figure che entrano ed escono dalla loro vita. Ecco, su questo credo che tutti gli avvocati dovrebbero farsi carico di puntualizzare ai propri clienti i doveri comportanti dall’essere genitori, perché l’ebbrezza dei diritti rischia di far dimenticare a molti le proprie responsabilità verso i più piccoli».





