PHOTO
«Sulla statale 640, quella mattina, morimmo in due: il povero giudice e Pietro Ivano Nava. Quello fu l’ultimo giorno della mia vita di prima. Nel momento esatto in cui andai a denunciare quel che avevo visto tutto cambiò per sempre». Dall’altra parte del telefono arriva la voce di quel testimone che, passando per caso dal luogo dell’agguato, vide e parlò. E che, nonostante lo stravolgimento personale, continua a dire, dopo 30 anni: «Certo che lo rifarei. È l’educazione che mi hanno dato i miei genitori. Non c’era un’altra scelta. Pensa che mi sarei potuto svegliare il giorno dopo in albergo, farmi la barba, andare a fare colazione, leggere della morte del giudice e far finta di nulla? Se avessi taciuto non sarei più stato un uomo libero, non mi sarei più potuto guardare allo specchio».
Perché era lì quella mattina?
«Stavo andando da un cliente. Ero responsabile commerciale per il Sud di una grande azienda di porte blindate. Andavo piano, nonostante la mia lancia Thema station wagon nuova fiammante. Ma avevo forato e, con la ruota riparata alla meglio, non potevo correre. Ho visto passare un camioncino carico di uva Italia e, subito dopo, fui sorpassato malamente da due giovani in moto. Notai la targa coperta con del nastro adesivo da carrozzeria. Pensai che erano in ritardo per la prima ora di scuola che cominciava in quei giorni. Poi, dopo qualche chilometro, vidi la moto ferma, un’altra macchina, la ford Fiesta amaranto, un uomo che scavalcava il guardrail inseguito da un altro con la pistola. Non sapevo che si trattasse di un giudice. Ma avevo visto la pistola. Allora provai a telefonare subito dall’apparecchio che avevo in auto, ma a quei tempi non prendeva in tutta la Sicilia. Arrivai dal mio cliente, denunciai, mi feci riportare indietro, parlai con un poliziotto fidato. Il mio cliente e quelli che erano con lui piangevano, mi abbracciavano, mi dicevano che non ci saremmo rivisti. Io invece pensavo che, dopo aver detto tutto quello a cui avevo assistito, avrei potuto riprendere le chiavi della mia macchina e andare all’appuntamento che avevo a Sciacca».
Cosa successe, invece?
«Mi tennero con loro, in questura. Arrivò anche Falcone, con tutta la sua scorta, a interrogarmi. Abbiamo avuto uno scambio di battute un po’ ruvido perché era scettico sul fatto che io potessi aver riconosciuto il tipo di moto e ricordare tutti quei particolari. Ma avevo una mente allenata, per via del mio lavoro, ad annotare i piccoli dettagli, i gusti dei miei clienti, come muovevano le mani, com’erano vestiti. E di moto, poi, me ne intendevo. Ne avevo avute due diverse e sapevo riconoscere il modello da come si sta in sella. E comunque, mentre parlavamo, entrò un colonnello dei carabinieri dicendo che avevano trovato sia la moto che la macchina che avevo indicato bruciate nelle campagne di Favara. Falcone mi chiese scusa. Risposi che non ce n’era bisogno».
Poi andò anche in Germania per riconoscere uno dei killer?
«Sono stato a disposizione della giustizia senza mai rifiutare nulla. Sono stato presente anche al primo processo, nonostante l’incidente probatorio fosse stato ritenuto valido. Avrei potuto non andare, ma il giudice voleva che ci fossi e acconsentii. Fu durissimo».
Lei aveva due figli piccoli. Come spiegò ai ragazzi cos’era successo?
«Con molta semplicità. Abbiamo detto che il papà aveva visto delle cose e aveva denunciato e che quindi avremmo dovuto fare una vita di versa. Il ragazzo aveva sette anni e la bambina tre. Sono stati bravissimi. Mio figlio ha cambiato cognome cinque volte e non si è mai tradito. Abbiamo vissuto in nove posti diversi, cambiato identità, amicizie, case. Certo, sono diventati poco spontanei perché davanti a una domanda prendono sempre qualche secondo per capire come devono rispondere. Ma non mi hanno detto una sola volta: “Papà, perché lo hai fatto?”. Anzi, quando mia glia si è sposata e io non sono potuto andare al matrimonio mi ha detto che capiva benissimo. La mia, purtroppo, è sempre una presenza ingombrante».
E la sua compagna?
«Ci siamo lasciati. Le priorità erano diventate altre e ci siamo scoperti due persone che collaboravano per risolvere un problema, non più una coppia. Dopo 14 anni di quella vita mi ha detto che era stanca, che aveva bisogno di qualcuno che tornasse a casa e mettesse le pantofole. Abbiamo mantenuto un ottimo rapporto anche se oggi ci separano tanti chilometri. Oggi sono sposato con un’altra persona».
Lei ha denunciato prima ancora che ci fosse una legge sui testimoni.
«Sì, e mi rammarico che oggi non ci sia un esercito di testimoni. Di testimoni puri come me, che cioè non hanno alcun legame con la criminalità, né hanno pagato il pizzo, e che non sono imparentati con nessuno, senza aver subìto reati. Io passavo semplicemente da lì, è toccato a me. Non potevo fare diversamente. Penso però che se tutti facessero come me la mafia sparirebbe in un giorno. Non possiamo aspettare che sia lo Stato a intervenire. Ciascuno di noi è un sessanta milionesimo di Stato e se cominciamo a fare la nostra parte l’Istituzione arriva. Magari zoppicando, ma arriva».
Si è sentito protetto e aiutato dallo Stato?
«Non posso parlarne male. Lo Stato ha fatto quello che poteva in una situazione nuova anche per chi mi doveva proteggere. Certo, è stata molto dura. Sono stato fermo dieci anni con il lavoro. Per sfogarmi lucidavo talmente il pavimento che i miei cani non riuscivano a stare in piedi. Abbiamo avuto paura, siamo stati armati, ed è brutto avere le armi con dei bambini piccoli in casa. Poi, a 50 anni, ho ricominciato come se fossi un ragazzino di 18. Oggi sono “dispiaciutamente” soddisfatto di me stesso. Dispiaciutamente perché ero lanciatissimo e a quest’ora sarei in qualche consiglio di amministrazione o avrei un’azienda tutta mia. Però soddisfatto di essermi rialzato, con le mie forze, di aver ricostruito, anche se non sono più riuscito a tornare al livello economico di allora».




