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(Foto Ansa)
«Uno scoppio gigantesco, terribile. Poi più nulla. Buio e silenzio profondo». Quando Aldo Michelotti si risvegliò in un letto d’ospedale, questo era tutto ciò che poteva ricordare dell’incendio alla miniera di Bois du Cazier a Marcinelle. Lui che, essendo addetto al turno di notte, quella mattina dell’8 agosto 1956 avrebbe dovuto già essere fuori, all’aria aperta, e si trovava ancora in fondo al pozzo per un ritardo nel cambio dei turni. Lui che, ogni notte, si inabissava fino a 1.200 metri di profondità, il livello più basso del pozzo, e forse si salvò proprio per questo, perché le fiamme si fermarono prima, a poco più dai 900 metri, risparmiando chi stava sotto. «A 1.200 metri eravamo in tre. Quando scoppiò l’incendio e le porte tagliafuoco si bloccarono, noi ci buttammo sotto un vagone per ripararci. Il calore immenso che divampò fin laggiù ci fece perdere i sensi. Rimanemmo chiusi nel fondo del pozzo, in coma, per tre giorni. Al terzo giorno ci recuperarono e ci portarono in ospedale. Gli altri due minatori non ce la fecero. Io fui l’unico a riaprire gli occhi dopo tre giorni».
Aldo Michelotti era arrivato dal Trentino a Marcinelle appena sei mesi prima della tragedia, nel febbraio del ’56, all’età di 24 anni. «Fui tra gli ultimi gruppi di italiani che arrivarono nelle miniere del Belgio con un regolare contratto». Dopo la tragedia di Marcinelle, continuò a lavorare in un’altra miniera del posto fino al 1959. «Alla fine di quell’anno mi trovai coinvolto in un altro incidente. Nel pozzo ci fu una frana; rimanemmo sotto in dieci. Uno di noi morì schiacciato, io e gli altri otto ci salvammo per miracolo, prima che il grisou ci soffocasse. Da due anni mi ero sposato, avevo già una figlia. Allora dissi basta alla miniera».
«In miniera la cattiveria non esiste»
Mentre riaffiorano alla mente, i ricordi si caricano di amarezza. «La vita del minatore è terribile, non esiste un altro mestiere più pericoloso. Si guadagnava appena per sopravvivere. E ti rovinavi la salute: i miei polmoni ormai se ne sono andati. Da sempre mi pongo una domanda: se prima di partire per il Belgio ci visitavano accuratamente per verificare che fossimo sani, perché al nostro rientro nessuno si preoccupava di visitarci di nuovo?». Oggi, Michelotti ha 74 anni e vive sull’isola di Ponza. Ha una voce squillante, che a tratti si lascia andare a qualche battuta di umorismo. Ma quell’8 agosto 1956 a Marcinelle è una ferita che non si è mai rimarginata. Il ricordo brucia dentro ancora oggi, dopo cinquant’anni. E ritorna, puntualmente, di notte, nei sogni.
«Quando mi risvegliai dal coma in ospedale, il primo pensiero andò ai compagni morti. Anche se erano tutti del turno di mattina ci conoscevamo, ci incontravamo, eravamo tutti uniti. Laggiù, nella profondità, si diventa molto più che semplici amici. Si crea un legame forte di solidarietà. Nella miniera, a differenza che nella vita, la cattiveria non esiste».
«Uno scoppio gigantesco, terribile. Poi più nulla. Buio e silenzio profondo». Quando Aldo Michelotti si risvegliò in un letto d’ospedale, questo era tutto ciò che poteva ricordare dell’incendio alla miniera di Bois du Cazier a Marcinelle. Lui che, essendo addetto al turno di notte, quella mattina dell’8 agosto 1956 avrebbe dovuto già essere fuori, all’aria aperta, e si trovava ancora in fondo al pozzo per un ritardo nel cambio dei turni. Lui che, ogni notte, si inabissava fino a 1.200 metri di profondità, il livello più basso del pozzo, e forse si salvò proprio per questo, perché le fiamme si fermarono prima, a poco più dai 900 metri, risparmiando chi stava sotto. «A 1.200 metri eravamo in tre. Quando scoppiò l’incendio e le porte tagliafuoco si bloccarono, noi ci buttammo sotto un vagone per ripararci. Il calore immenso che divampò fin laggiù ci fece perdere i sensi. Rimanemmo chiusi nel fondo del pozzo, in coma, per tre giorni. Al terzo giorno ci recuperarono e ci portarono in ospedale. Gli altri due minatori non ce la fecero. Io fui l’unico a riaprire gli occhi dopo tre giorni».
Aldo Michelotti era arrivato dal Trentino a Marcinelle appena sei mesi prima della tragedia, nel febbraio del ’56, all’età di 24 anni. «Fui tra gli ultimi gruppi di italiani che arrivarono nelle miniere del Belgio con un regolare contratto». Dopo la tragedia di Marcinelle, continuò a lavorare in un’altra miniera del posto fino al 1959. «Alla fine di quell’anno mi trovai coinvolto in un altro incidente. Nel pozzo ci fu una frana; rimanemmo sotto in dieci. Uno di noi morì schiacciato, io e gli altri otto ci salvammo per miracolo, prima che il grisou ci soffocasse. Da due anni mi ero sposato, avevo già una figlia. Allora dissi basta alla miniera».
«In miniera la cattiveria non esiste»
Mentre riaffiorano alla mente, i ricordi si caricano di amarezza. «La vita del minatore è terribile, non esiste un altro mestiere più pericoloso. Si guadagnava appena per sopravvivere. E ti rovinavi la salute: i miei polmoni ormai se ne sono andati. Da sempre mi pongo una domanda: se prima di partire per il Belgio ci visitavano accuratamente per verificare che fossimo sani, perché al nostro rientro nessuno si preoccupava di visitarci di nuovo?». Oggi, Michelotti ha 74 anni e vive sull’isola di Ponza. Ha una voce squillante, che a tratti si lascia andare a qualche battuta di umorismo. Ma quell’8 agosto 1956 a Marcinelle è una ferita che non si è mai rimarginata. Il ricordo brucia dentro ancora oggi, dopo cinquant’anni. E ritorna, puntualmente, di notte, nei sogni.
«Quando mi risvegliai dal coma in ospedale, il primo pensiero andò ai compagni morti. Anche se erano tutti del turno di mattina ci conoscevamo, ci incontravamo, eravamo tutti uniti. Laggiù, nella profondità, si diventa molto più che semplici amici. Si crea un legame forte di solidarietà. Nella miniera, a differenza che nella vita, la cattiveria non esiste».




