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«Pensiamo a un’espressione che, nella lingua italiana, si usa comunemente per incitare gli atleti durante le gare: gli spettatori gridano: «Dai!». Forse non ci facciamo caso, ma è un imperativo bellissimo: è l’imperativo del verbo “dare”. E questo può farci riflettere: non si tratta solo di dare una prestazione fisica, magari straordinaria, ma di dare sé stessi, di “giocarsi”. Si tratta di darsi per gli altri – per la propria crescita, per i sostenitori, per i propri cari, per gli allenatori, per i collaboratori, per il pubblico, anche per gli avversari – e, se si è veramente sportivi, questo vale al di là del risultato».
Sono parole pronunciate da Leone XIV nell’omelia della messa per il Giubileo degli sportivi, non per niente accolto sulla piazza con entusiamo da stadio. Raramente anche sportivi di professione hanno reso così efficacemente il senso profondo dello sport agonistico, un’attività che può essere percepita, dalla parte di mondo che non si appassiona al fatto sportivo e ai suoi eventi, come un tentativo, al limite anche un po’ futile, di autoreferenziale affermazione di sé, attraverso una prestazione meramente fisica.
E invece no - lo dice bene il Papa, non a caso un Papa sportivo -, lo sport agonistico non è mai una mera prestazione fisica, anzi: più è alta la posta, più è elevato il livello della competizione, più questo aspetto è evidente. Quando al competizione si sposta ai vertici addirittura mondiali il dato tecnico e il dato fisico quasi si sovrappongono, la distanza tra gli uni e gli altri può essere minima, nulla, persino inversa: si pensi ai 193 punti di Sinner e ai 192 di Alcaraz, serviti al secondo per vincere la finale di Parigi 2025, dopo 5 ore e 29 di partita risolta con un punto in meno dell’avversario sconfitto. Quello che entra in gioco, in modo determinante, è, invece, proprio quel «darsi» di cui parla Leone XIV, in prima persona: competere a certi livelli, e riuscire, è dare fondo alle risorse dell’umano. Un mettere in gioco tutto di sé: le risorse psicologiche, la paura di fallire, la capacità di resistere e anche di soffrire fisicamente – tendiamo a rimuovere il fatto che al limite la fatica diventa dolore fisico -, di reggere alla pressione dei punti che contano, di chiedere con la forza della mente al corpo le risorse che il corpo ha terminato. È sotto pressione, come ricorda spesso Dino Zoff, che il campo rivela la persona, la sua lealtà, la sua correttezza, o il contrario: «Il campo», ripete spesso il capitano dell’Italia campione del mondo 1982, «ti tira fuori come sei davvero, perché toglie i filtri della buona educazione».
C’è un momento, nello sport, in cui, in quel qui e ora, quando viene il momento in cui due singoli o due squadre si giocano la sfida a chi sia in quel momento il migliore al mondo, in cui ciascuno mette in gioco tutto di sé: può succede che entrambi diano fondo alle proprie risorse al meglio e che a decidere sia un dettaglio, il caso della finale Sinner-Alcaraz. Ma può anche accadere che solo uno dei due riesca a reggere mentalmente la posta in gioco o a spremere risorse che non sapeva di avere. Così si spiegano sovraprestazioni, in cui Davide sconfigge Golia contro ogni pronostico: il Leicester guidato da Claudio Ranieri che vince il campionato inglese 2016, mettendo in fila Chelsea, Machester City, Manchester United, Arsenal, Tottenham, non solo più forti e blasonate, ma anche economicamente molto più attrezzate. E controprestazioni in cui il campione designato si sfarina sul più bello: si pensi alla finale Us Open di tennis 2021, in cui Novak Djokovic affrontò il più importante dei suoi appuntamenti con la storia, l’occasione di entrare tra i pochissimi capaci di vincere in un solo anno: Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e Us Open, senza riuscire davvero a giocarsela, perdendo con 6-4, 6-4, 6-4 da Daniil Medvedev: mai visto il tennista più vincente dell’era professionistica lasciarsi sconfiggere così, in una partita importante, senza mai entrarci.
Nessuna di queste prestazioni straordinarie, nel bene e nel male, si spiega solo con un fatto fisico. Ma con quello che ciascuno ha in quel momento dentro di sé, con lo specchio metaforico con cui ci si confronta a tutto tondo al di là dei corpi. Si sia appassionati o meno, è innegabile che in quello che accade in un campo di gara soprattutto ad alto livello ci siano un fattore sociologico e umano che meritano di essere indagati, anche per la loro capacità di coinvolgimento. Se è vero infatti che una parte di mondo non vede in una partita di calcio che "Ventidue uomini in mutande che ricorrono una palla" (Futbol, Edoardo Galeano), un'altra parte se ne lascia appassionare fino a perderci il sonno e a volte la misura.
In questo senso lo sport è anche un potentissimo strumento educativo, non solo perché senza regola non si può né giocare, né competere, ma perché quello che si misura su un campo di gara a tutti i livelli è, per dirla ancora con Leone XIV è: «l’uomo a confronto, nell’arte della sconfitta, con una delle verità più profonde della sua condizione: la fragilità, il limite, l’imperfezione. Questo è importante, perché è dall’esperienza di questa fragilità che ci si apre alla speranza. L’atleta che non sbaglia mai, che non perde mai, non esiste. I campioni non sono macchine infallibili, ma uomini e donne che, anche quando cadono, trovano il coraggio di rialzarsi». È lì che lo sport cessa di essere simbolo e si impasta con la vita, per questo chi guarda, anche se magari ha come massima prestazione atletica la pressione del pollice sul telecomando, vi si identifica.




