di Ivano Zoppi

Pedagogista
 

Uno scontro tra una macchina e uno scooter. In sella due giovani ragazze, una perde la vita, l’altra lotta in ospedale in condizioni gravissime. Eppure si sente sghignazzare. Dall’auto coinvolta, guidata da una neopatentata, scendono dei ragazzi. Uno di loro gira un video per i social. Ride, scherza, in evidente stato di alterazione. La morte diventa una leva per i like, un momento da condividere. La tragedia è lì, a pochi passi, ma questo ragazzo è già lontano. Non scappa per le vie di quella superstrada, non corre per i campi o le colline, si rifugia nel racconto. Resta, ma scappa. Fugge dalle responsabilità, dalle conseguenze letali di una serata oltre i limiti. L’importante è raccontare, condividere, nonostante la totale, disarmante e vigliacca assenza di empatia.

Nella cronaca di quanto occorso in questi giorni in Liguria c’è molto più di quello che il degrado ci può spiegare. C’è un meccanismo di rifiuto, lo scollamento da una realtà che molti ragazzi non riescono a gestire, se non da utenti. Utenti di esistenze che valgono quanto una storia su Instagram. Perfino quando si diventa protagonisti di un episodio di tale portata, il primo istinto è quello di defilarsi, assumendo il ruolo di regista, di testimone, quasi capitato per caso. A tal punto che questo ragazzo sembra quasi un passante, uno dei tanti che davanti agli incidenti stradali, alle zuffe o alle rapine tira fuori il telefonino per immortalare la scena.

Oggi quel ragazzo ha paura, chiede scusa, si rivolge alle Forze dell’ordine in seguito alle minacce e agli insulti ricevuti. Oggi quel ragazzo non è più testimone, regista o spettatore, in quel baratro ora il “protagonista” è lui. Un baratro sul quale ora si affacciano i lupi da tastiera, che vogliono a loro volta banchettare sull’angoscia, sulla paura e lo smarrimento di chi non ha saputo rispettare neppure la morte di una ragazza di 23 anni.

Questo testacoda ha bloccato il traffico dei media, che si interrogano sulla vicenda. Una storia che ha sbarrato la strada al rispetto, al cordoglio, a quel compito che solo il silenzio delle lacrime può svolgere in determinate circostanze. Resta solo un rumore, un disturbo di fondo che copre tutto e tutti.

Non esistono chiavi per uscire da questo oblio, se non il coraggio di ascoltarci. Basterebbe una domanda, da rivolgere a noi stessi e ai nostri figli: “E se capitasse a me?”. A prescindere dai ruoli, qualsiasi parte ci immaginiamo in questa storia – regista, spettatore o protagonista – capiremmo che la risposta non sta sugli schermi. Non davanti o fuori, ma dentro di noi, in quelle emozioni che vogliamo continuamente suscitare, condividere, postare, ma che non sappiamo indagare, comprendere e rispettare.

Basterebbe una domanda, ma ne aggiungo un’altra, a beneficio di tutti noi. Quale cittadinanza ci immaginiamo per il nostro domani? Scuola, famiglia, comunità non sono distributori di etica o dispensatori di umanità. Bene comune, buonsenso, pietà e civiltà sono parole tanto belle quanto inutili, se non decidiamo di abitarle. Se non decidiamo di sbloccarle e lasciare che possano contaminare le nostre vite, liberandole dal bisogno di essere raccontate a tutti i costi e in barba a qualsiasi limite.