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Lunedì 22 giugno, all’Almo Collegio Borromeo di Pavia, Alessandro Bergonzoni porterà in scena il suo spettacolo “Arrivano i dunque”, appuntamento che si inserisce all’interno della Milanesiana, la rassegna ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi.
Bergonzoni, il tema della Milanesiana di quest’anno è il desiderio e la legge. Cosa significano per lei queste parole?
«La legge spesso viene confusa con la giustizia. Bisognerebbe scrivere che la giustizia è uguale per tutti, non la legge. Al massimo, chi legge è uguale per tutti. In quanto al desiderio, per me è il voler stare nell’altro, per l’altro e con l’altro. Per questo mi definisco un “altrista” che fa “tealtro”. Il desiderio è anche quello di una legge diversa. Con legge intendo dire anche il “decreto scurezza”, non sicurezza come viene chiamato. E allora bisogna leggere questi migranti, nel senso di interpretare i loro corpi imprigionati. Ci sono gli imprigionati dentro, le persone in coma, e gli imprigionati fuori, cioè i rei. Ho conosciuto due persone, una che è stata in galera un anno e un’altra che è stata un anno in coma. Ora vogliono incontrarsi e farò in modo che questo avvenga»
In questo periodo qual è la parola che le sta più simpatica di tutte?
«Non amo la parola simpatia, non mi è mai piaciuta, non la uso e spero che gli altri non la usino con me. Diciamo la parola che prediligo, che mi affascina di più, che mi coinvolge di più è anima. Ne aggiungo altre due: immedesimazione e arte».
E a parte simpatia, quali altre parole non sopporta?
«Attualmente, politica, squadra e sfida»
Cosa pensa dei ragazzi di oggi?
«A giovani direi non guardare la giovinezza, non guardare la morte, ma guardate le bellezze, le meraviglie, la sovrumanità. Se potete girate la testa, non date la precedenza a quello che viene da destra come dice il codice stradale, ma a quello che viene dall'alto e dall'altro. Credo che siano pronti, ben più di noi per recepire questo messaggio. No, io odio la parola messaggio, mettiamo anche lei tra quelle che non sopporto, e sostituiamola con senso. Io spero che i ragazzi siano in grado di trovare altri sensi rispetto ai i soliti cinque che vengono devastati dai social, che sono una delle malattie più gravi in questo momento, insieme alla televisione. Sono due sostanze stupefacenti che vanno ben oltre i danni dell'alcol e del fumo».
Si punta spesso il dito sulla povertà lessicale dei giovani…
«Tutti questi studi, queste statistiche che dicono che un bambino a 3 anni deve possedere almeno 30 vocaboli, poi ne deve avere 60… A me interessano poco i vocaboli, mi interessano i pensieri, mi interessano i concetti, mi interessano le energie, la luce, la scintilla. Queste sono le cose che voglio sentire nei giovani, non solo sentirli parlare bene. E poi vorrei capire: dove li trovano questi esempi di persone che parlano bene? Nei filosofi, negli antropologi? Io li vedo nei festival. Fanno una relazione, ma non mettono in relazione.
Quando hai finito di fare un incontro col pubblico, e io nelle scuole ci vado, non hai finito di hai cominciato l'incontro che deve continuare a vita. Questo è l'unico ergastolo che io rispetto, è l'ergastolo dell'incontro».
Le capita di ascoltare delle canzoni in rap interessanti?
«Mio figlio mi ha portato a vedere dei concerti. Anticipo che sono un pessimo fruitore di musica, ma ammetto che ho fatto molta fatica. Mi sento un pochettino arrabbiato, un pochettino triste nel notare come l’elaborazione del pensiero scritto sia così tristemente basico. E non solo nella musica rap. Se escludiamo 4 o 5 nomi, da Paolo Conte a Vinicio Capossela, in questi concerti da stadio vedo un aggrapparsi all’amore con la “a” minuscola, vedo una facilità che non corrisponde alla felicità»
Del resto, siamo immersi, per usare un altro suo neologismo, nell’era del “geniocidio”...
«Noi mandiamo giù qualsiasi cosa perché uccidiamo la nostra parte più spirituale, più artistica, più poetica. Tutti parlano di etica e mai di poetica. Adesso magari viene fuori la poesia per moda, come la moda della gentilezza, la moda del silenzio, ma queste cose arrivano per disperazione, non per rivelazione. Le cose arrivano per rivelazione quando tu ami il silenzio non perché fuori c'è troppo rumore, quando tu adori l'altro, non perché adesso ti fanno vedere che l'altro è continuamente bistrattato. Tante volte ho chiacchierato con il cardinale Matteo Zuppi: lui insiste molto sull’idea del “torniamo umani” e io gli ho spiegato che non sono d’accordo perché l’umanità è questa, una triste categoria già finita: l’umanità è strage, violenza, sopraffazione. Volete vedere la bomba atomica? Ma c’è già stata, siamo già gocciolanti, siamo già rasi al suolo. Il tema allora è diventare sovrumani, ricercando la parte divina che c’è in noi»
I bambini sono bravissimi a giocare con le parole. Lei si sente ancora un bambino?
«Figuriamoci se non sono bambino, sono diventato nonno da cinque mesi, è nata Aria, mia nipote, uno degli allagamenti d'amore più grossi della mia vita dopo i miei figli. Io gioco tutti i giorni, cerco persone che giochino con me in tutti i sensi, non solo il gioco intellettuale ma proprio un gioco da trastullarsi, è importantissimo. Però non gioco con le parole, sono le parole che giocano con noi e ci chiedono: ma ci fate o ci siete? Non mi alzo la mattina e penso alla parola geniocidio, è il concetto di geniocidio che preesiste. Io non sono uno scrittore, sono scritturato, non sono un autore, sono autorizzato. Ho solo il privilegio di avere delle antenne per captare questi pensieri, queste saette e donarle agli altri»





