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Come immagine di Dio, Parola incarnata, anche noi siamo un “discorso”: siamo comunicazione, siamo relazione, portatori di questo annuncio. Ecco, siamo angeli della Parola». Don Fabio Rosini, 65 anni, sacerdote della diocesi di Roma, biblista e formatore, è uomo della Parola: nella sua quotidianità, nei tantissimi incontri con giovani alla ricerca della propria vocazione o con persone che sentono di aver perso la propria strada, annuncia il Vangelo con entusiasmo, ma rigore. Dopo i libri che lo hanno reso popolare (L’arte di ricominciare. I sei giorni della creazione e l’inizio del discernimento, L’arte di guarire. L’emorroissa e il sentiero della vita sana, solo per citare i più noti), ora è in libreria con il primo volume de L’Origine del sublime, un percorso in cinque tappe, un personalissimo viaggio interiore in compagnia di Maria, per passare da una vita quotidiana stanca e povera, a una vita che – se vissuta come deve essere vissuta – può ritornare ad essere il capolavoro che è. Il 23 maggio, ne parlerà a Vicenza, a Palazzo Trissino, alle 16,30, nell’ambito del Festival biblico. La fede non si capisce, si vede Rosini ci accoglie al Pontificio Seminario Romano Maggiore. Ritarda oltre mezz’ora, perché impegnato in un colloquio con alcuni giovani. È uno dei sacerdoti più “richiesti”, a Roma. E più amato dai ragazzi: tiene anche un corso, molto apprezzato, su “Il potere comunicativo della Bibbia”, alla Pontificia università della Santa Croce. Una tematica che, secondo il suo stile franco e schietto, declina con i verbi del vivere reale. Così come, del resto, cerca di fare il Festival biblico, proposto in questi giorni dalla Società San Paolo assieme alla diocesi di Vicenza, per rileggere la Scrittura attraverso la quotidianità. Don Fabio ci tiene a specificare: «Non c’è bisogno di incontrare Gesù di persona, perché Lui irrompe per mezzo di una Parola resa tangibile dai cristiani. La Parola, annunciata e accolta in una relazione, è capace di generare vita e fede». Già, la fede. Croce e delizia per tutti. Rosini lo sa e, senza giri di parole, senza frasi da manuale ma con la semplicità di chi comunica la teologia tra le vie dell’esistenza, spiega: «La fede non si capisce, si vede. Solo dopo averla vista, la si capisce. E, sorpresa: la fede, e con lei il sublime – ossia l’opera di Dio – non entrano per il cervello, ma per lo spirito, per l’apertura e l’adesione della parte più intima del cuore».


La vita va “mangiata”
Scrive Rosini nel suo libro: «La fede è lasciar agire Dio in noi, accogliere la sua irruzione nella nostra vita, è dargli il volante della nostra esistenza, fidarsi della sua onnipotenza. La fede va oltre le categorie della nostra vita piccola-piccola. Bella e benedetta, per carità di Dio, ma incompleta, non portatrice per sé stessa di eternità». In una società che chiede di spiegare, controllare tutto attraverso dati e algoritmi, dobbiamo quindi tornare alla relazione. «E tutto sommato, dovendo soppesare», aggiunge, «c’è da valutare se il capire tutto, ma non vivere, sia preferibile a vivere, ma non capire tutto. Sperimentiamo la conseguenza di un delirio razionalista e che ci ha portati a sopravvalutare la comprensione. Purtroppo, molta gente passa la vita a capire i problemi e non risolverli, a spaccare il capello in quattro e a fare uno sminuzzato di esistenza, senza poi mangiarsela, la vita». Un appello soprattutto ai giovani, sempre più immersi in esperienze virtuali, sempre meno capaci di abitare il reale. «La virtualizzazione dell’esistenza ci fa perdere il senso. Scrivere un post o un whatsapp a un amico è tutta altra cosa rispetto ad abbracciarlo, a ridere, a stare insieme».
L’allegria non è un ormone
Il libro di don Fabio – che appunto ripercorre le vicende dell’annunciazione a Maria – parte dall’invito dell’angelo Gabriele alla Vergine: «Rallegrati, o piena di grazia!». Un’esortazione controcorrente, nel mondo di oggi. «Sì, purtroppo», ammette Rosini, «perché siamo affezionati alla tristezza: ha un sapore dolciastro, come scriveva papa Francesco nella Evangelii gaudium. Il ruolo di vittime è affascinante. Viviamo nel sogno infranto di non poter essere il centro della realtà, e quindi l’infelicità è vista come auto-retribuzione». Nasce da qui la frustrazione, la depressione, sentimenti che gonfiano il cuore di troppi giovani. Don Fabio non fa sconti, ma con la pragmaticità che lo contraddistingue offre una visione della fede attuale. «L’allegria non è qualcosa che capita», sintetizza, «non è un ormone, ma è una apertura del profondo dell’essere. La letizia e la gioia sono un combattimento volontario, in cui bisogna entrare consapevolmente, prendendo il timone del proprio cuore e non lasciandolo andare alla corrente dell’umore». Sarebbe un esercizio da fare ogni giorno: «Anziché fare l’esame di coscienza, la sera, fai l’elenco delle cose buone di questa giornata», rincara don Fabio. «È una scelta del cuore aprirsi alla gratitudine. Che spesso all’inizio sembra un po’ stupida, poco attraente, e poi piano piano cresce, e fa scoprire che proprio nella gratitudine risiede la sapienza». E ai giovani raccomanda: «Non ti sottovalutare: non sarebbe umiltà, ma mediocrità. Pensa in grande per la tua vita».
Il “tumorato” di Dio
Il limite, si diceva. Proprio al “Potere del limite” è dedicato quest’anno il Festival biblico. E di “limite” parla spesso Rosini nei suoi libri, con la sua vita: «Sì, sono un “tumorato” di Dio, come mi definisco ormai da tempo. Un carcinoma ti arriva non so per quale causa fisiologica, ma Dio, che sa trarre la vita dalla morte, se ne è servito per la mia salvezza». La malattia è un limite oggettivo, ma anche la possibilità di fare esperienza di fede. «Il limite è il luogo dove ci si fida di Dio. Il luogo dove noi siamo costretti a vivere la realtà, a essere creature povere, dove la povertà è uno spazio che hanno gli altri per volerci bene. La malattia è un luogo di verità dove tutto è relativizzato e ridotto alla sua reale statura. A volte può essere amaro, ma terribilmente liberante. Alla fine, la nostra ultima malattia ci consegnerà il paradiso: la realtà più brutta della nostra vita ci conduce nella dimensione più bella».
La bellezza dell’impossibile
Maria, nel racconto dell’evangelista Luca, accoglie una parola, prima di comprenderla fino in fondo. «Questo atteggiamento», evidenzia don Fabio, «ci insegna che la fiducia è tutto. I giovani, ad esempio, si educano dando loro fiducia…». Proprio i giovani, che oggi è così difficile accompagnare: «Certo», ammette don Fabio, «per questo occorre nutrirli di bellezza, abbandonando le lamentele, ma offrendo loro vie di uscita per costruire avventure da vivere in pienezza». Ci aiuta, in questo percorso, l’impossibile, che per Rosini è una categoria della fede: «In un mondo che valorizza soltanto ciò che è efficiente e utile, l’impossibile sembra scandaloso: invece, è necessario, è capacità di andare oltre la morte, oltre il peccato e i limiti umani, è sfida e promessa allo stesso tempo». Nella sua “prima vita”, don Fabio è stato un violoncellista. Se il sublime si potesse suonare, che musica sarebbe? «Dopo l’ictus non riesco più a suonare, purtroppo. Però il sublime è il Preludio in do minore della Suite numero 5 per violoncello solo di Bach». E fa partire il brano su YouTube, mentre con le dita accarezza l’aria e con gli occhi ripercorre immagini dimenticate.



