Da mezzo secolo, la sua voce attraversa piazze, parrocchie e raduni ecclesiali, in ogni angolo del mondo. Don Giosy Cento, nato a Ischia di Castro, nel cuore della Tuscia, e cresciuto dentro la vita semplice della sua comunità, è diventato cantautore quasi per caso. Entrato giovanissimo in seminario, ordinato prete alla fine degli anni Sessanta («Ho fatto 30 anni di parrocchia, tra parroco e viceparroco»), ha incontrato la musica una notte, dopo Pasqua, quando le parole della preghiera non arrivavano più; ha preso una chitarra e ha cominciato a cantare. E non si è più fermato. Le sue canzoni – nate come preghiere e diventate patrimonio di generazioni – hanno accompagnato la fede ben oltre i confini delle parrocchie. Così oggi, mentre il 12 agosto compie 80 anni, a 50 anni dal suo primo disco, don Giosy ci racconta che la sua storia non è stata una carriera, ma una lunga missione: raccontare Dio con il linguaggio più immediato e condiviso che c’è, quello della musica.

Don Giosy, quale canzone le piace di più tra quelle scritte da lei?

«La più nota è quella intitolata Viaggio della vita, anche se i più la conoscono per il ritornello “Prendimi per mano, Dio mio”. L’hanno tradotta in almeno 9 lingue e anche in cinese: mandarino e cantonese. Però, la canzone a cui sono più affezionato è quella che nel ritornello canta “Vorrei essere un grande albero dove ogni uomo fa il suo nido”, una delle prime che ho scritto. Nasce una sera quando, tornando dalla benedizione delle famiglie, mi sentii addosso tutte le problematiche che le persone mi avevano affidato».

Quale canzone invece avrebbe voluto scrivere?

«Un mondo d’amore di Gianni Morandi, che mi ha convertito alla preghiera e alle canzoni per i giovani».

Lei si sente prima di tutto un prete o un cantautore?

«Sono soltanto un sacerdote, cantare Dio è un prolungamento della mia missione. Ho tenuto concerti a Cuba, Hong Kong, Auschwitz… ma mi sono sempre sentito un prete».

Con quali suoni parlare ai giovani di Dio?

«Negli anni ’70, cantare in chiesa con la chitarra e un piccolo complesso era una grande novità e attraeva. Dalla fine degli anni ’80, iniziarono a essere popolari canzoni profonde, di spiritualità. Dopo il 2000, mi sono accorto che dovevo cantare tematiche umane molto forti. Ma i giovani, intanto, avevano smesso di frequentare la chiesa. Così, con il mio gruppo musicale, Parsifal, sono uscito nelle piazze, non per fare il cantante, ma per essere sempre prete, sulle strade».

Come si fa a radunare gente di tutte le età cantando Dio?

«La gente, se gratti la superficie, ha il bisogno di infinito nel cuore. La mia vita è stata “un confessionale di strada”. Ed è proprio per questa possibilità di incontro con Qualcuno che le persone sono numerose ai miei concerti».

Ha cantato a Sanremo, all’Ariston, dove nel 1999 è stato direttore artistico della prima rassegna mondiale di musica cristiana, e a San Pietro: qual è il palco più bello che ha calcato?

«La strada di Seul, la capitale della Corea del Sud. Con padre Vincenzo Bordo, un missionario che ogni sera accoglie centinaia di poveri, ho organizzato un concerto per i senzatetto: nessuno era cattolico, ma ho sentito il calore e il bisogno di spiritualità di ognuno di loro».

C’è qualche storia significativa dietro alle sue canzoni?

«Sì, nella canzone Il bambino di Anna. Parla di un aborto spontaneo, avvenuto al nono mese di gravidanza, capitato a una ragazza della mia parrocchia, che tanto aveva desiderato quel figlio. Dopo aver parlato con lei mentre era ricoverata, sono uscito e ho scritto di getto, sui gradini dell’ospedale».

Le è mai stato fatto capire, dentro la Chiesa, che sarebbe stato meglio “disturbare di meno”?

«Una volta, in una chiesa strapiena di giovani, fui chiamato per portare la mia testimonianza a un incontro vocazionale e il vescovo della città si stupì che in chiesa parlasse un prete con la chitarra... per fortuna, nella gerarchia ecclesiastica ci sono pastori diversi. Lo stesso san Giovanni Paolo II, in una delle sue ultime udienze in piazza San Pietro, mi riconobbe e disse: “Lei è quel prete di Viterbo che canta”. E mi volle nella commissione per il Giubileo del 2000».

Ha mai pensato di lasciare il sacerdozio?

«Mai. Il che non significa che non abbia avuto momenti difficili nella Chiesa. La mia forza, però, sono l’Eucaristia e la Madonna».

Quando scende dal palco, che uomo è don Giosy?

«Normalissimo. Sono figlio di una famiglia povera e semplice. Mio padre è stato sempre lontano da casa per lavoro. Ho una sorella, Pietra, di tre anni più grande. E poi c’era mia madre, una donna che ha fatto l’università della vita, dove ha imparato il sacrificio, l’amore, la dedizione. La sera della mia prima Messa, mi disse: “Pensa innanzitutto ai poveri come noi, altrimenti non piacerai né a me, né a Dio”. Questo è il suo testamento, che ancora oggi cerco di attuare».

Qual è il regalo più bello che le ha fatto il sacerdozio?

«L’Eucaristia. Avere Dio sulle mani, spezzarlo e offrirlo al mondo per farlo diventare vita dentro la vita della gente. Sono stato animatore, musicista, cantante… ma se non sono riuscito a portare la gente a Gesù Cristo, la mia vita non ha avuto senso».

E il sacrificio più grande che le ha richiesto?

«Non aver potuto formare una famiglia. È stato in molti momenti un tormento interiore. Ho però un “figlio”: circa 30 anni fa, mi è stata affidata una mamma con il suo bambino appena nato che, dopo poco, è stato dato in adozione. Quattro anni fa, questo bambino, ormai uomo, mi ha ritrovato e mi considera un po’ suo padre».

Quali sono i suoi prossimi progetti?

«L’ultimo mio disco, dal titolo Scintilla io, è stato presentato lo scorso giugno: 15 pezzi inediti con al centro Gesù, disponibile in tutte le piattaforme e realizzato con il mio amico Claudio Marini, professore di matematica a Siena. A dicembre, uscirà un libro biografico, scritto sempre con Marini, dal titolo La mia vita. Un prete racconta il suo infinito a un matematico».

Che regalo vorrebbe, per i suoi 80 anni?

«L’ho già avuto. Un ragazzo della parrocchia, fra’ Alessandro, che a 40 anni quest’anno diventerà sacerdote, frate cappuccino».

Se dovesse scegliere una parola per descrivere la sua vita, quale sceglierebbe?

«Tutte quelle con cui ho intitolato i miei dischi: nomade, piccola traccia, scintilla… La mia vita è stata una piccola scintilla accesa al fuoco di Gesù».