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Una barca con migranti in acque internazionali davanti alla Libia, nel Mediterraneo Centrale
Don Mattia Ferrari non è un prete che resta a guardare dal pulpito. Da anni, come cappellano di Mediterranea Saving Humans, una piattaforma della società civile nata nell’ottobre 2018 a Bologna, in risposta all’indignazione per le migliaia di morti nel Mediterraneo e alla politica dei porti chiusi che impedivano il soccorso umanitario, è un punto di riferimento per chi opera in mare e per chi arriva sulle nostre coste, portando la sua voce laddove la politica preferisce il silenzio. Lo abbiamo raggiunto per commentare la tragedia del ciclone Harry di fine gennaio e le conseguenze che ha avuto sulle rotte dei migranti nel Mediterrano. Una strage annunciata che, nel 2026, solleva interrogativi pesantissimi sulle tecnologie di soccorso e, soprattutto, sulla nostra umanità.


Don Mattia Ferrari è il cappellano di bordo di Mediterranea Saving Humans
(ANSA)Don Mattia, le allerte meteo per il ciclone Harry erano chiare e i segnali sulle partenze da Sfax, in Tunisia, erano noti. Com’è possibile che nel 2026, con tutte le tecnologie di monitoraggio di cui disponiamo, otto imbarcazioni possano semplicemente 'scomparire' senza che scatti un'operazione di ricerca e soccorso su vasta scala?
«Il numero di dispersi tra l’altro probabilmente è più alto di quello che sembrava inizialmente. Il problema é l’assenza di dispositivi strutturali di ricerca e soccorso e i contemporanei ostacoli che vengono posti alle navi della società civile. Lo diciamo da tempo: chiediamo dialogo, riconciliazione e collaborazione. Solo insieme, tutti insieme, possiamo affrontare questa sfida, che è una sfida epocale».


Le testimonianze dei profughi in Tunisia suggeriscono un allentamento sospetto dei controlli costieri proprio durante la tempesta. C’è il rischio che i migranti siano stati usati deliberatamente come 'carne da macello' per mandare un segnale politico all'Europa?
«Il problema principale sono le violenze che le milizie continuano a commettere ai danni delle persone migranti che si trovano negli accampamenti in Tunisia. Queste violenze, intensificatesi in quei giorni, costituiscono un “push factor”, un fattore di spinta. L’esternazionalizzazione delle frontiere, l’affidamento e i finanziamenti ai Paesi esteri perché contengano i migranti, produce questo. C’è una violenza disumana, in Libia, in Tunisia e non solo. Questa violenza costituisce un fattore di spinta. In Libia poi i trafficanti spesso fanno parte dello stesso sistema di cui fanno parte le milizie che gestiscono i lager e i respingimenti. Hanno creato una sorta di sistema circolare, con cui gestiscono partenze e respingimenti. La lotta ai trafficanti si fa collaborando con tutta la società civile che già lotta contro i trafficanti, denunciandoli e contrastando il loro operato».
L'Italia e Malta tacciono, nonostante i dispersi. Lei che vive a stretto contatto con le ONG, percepisce questa inerzia come un limite tecnico dei soccorsi o come una precisa scelta politica di lasciar fare al mare il 'lavoro sporco'?
«Quello che posso dire è che questo silenzio ci fa soffrire molto e che il problema non è solo il silenzio delle autorità, ma anche il silenzio di larga parte della società. L’indifferenza ci rende complici. Dobbiamo svegliare le nostre coscienze: siamo tutti responsabili, siamo tutti fratelli e sorelle».
Dietro i nomi dei dispersi ci sono figure come l’attivista nigeriano scomparso o i figli del dottor Ibrahim. Come si combatte la narrazione che riduce queste vite a semplici statistiche di un evento atmosferico avverso?
«È un tema molto serio. Non si possono ridurre le persone a dei numeri. Sono nomi, volti, storie. É fondamentale che tutti, nella società come nei mezzi di comunicazione, rimettano al centro la persona umana, ogni persona umana, la dignità infinita che essa ha e la fraternità che ci lega».
Proprio mentre inizia il processo per la strage di Cutro, assistiamo a un nuovo massacro. Non teme che l'assenza di corpi e di testimoni diretti, a causa della violenza del ciclone, renda questa tragedia l'ennesimo crimine senza responsabili?
«Il punto è che i responsabili siamo tutti. Quelle persone si trovano in quelle condizioni per colpa dell’ingiustizia globale, per la chiusura dei canali legali di accesso, per l’assenza di dispositivi strutturali di soccorso. C’è quindi un tema di giustizia. E c’è un tema di fraternità, perché sono nostri fratelli e sorelle. Siamo quindi tutti responsabili e tutti dobbiamo agire, dialogando e collaborando, prendendoci per mano e darne carne alla giustizia, alla solidarietà e alla fraternità».






