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Il mare, la passione e i tormenti del capitano Jacob Störr. Il romanzo ungherese The Story of My Wife: The Reminiscences of Captain Störr di Milán Füst viene portato sullo schermo dalla regista Ildikó Enyedi. Il film La storia di mia moglie è stato presentato in concorso al Festival di Cannes. Siamo negli anni Venti, a Störr non basta più solcare i mari al comando di navi mercantili. Così decide di sposarsi e si propone alla prima donna che entra nel locale in cui è seduto. Lei accetta: è l’inizio di un matrimonio turbolento, spesso in crisi.
Tra i protagonisti c’è Léa Seydoux, ma nel cast c’è anche un po’ di Italia, con Sergio Rubini e Jasmine Trinca. Rubini presta il volto a Kodor, un amico di Störr.
«Il mio è un personaggio losco, ambiguo. È come se fosse l’anima nera del protagonista, che soffre per i suoi sentimenti, e questo in qualche modo lo innalza. Kodor fugge dalle emozioni, si realizza e si arricchisce attraverso i suoi affari dalla moralità molto dubbia. È difficile stare dalla sua parte, è un uomo meschino. Invece il capitano lo vediamo spasimare, sanguinare, ma ci affascina. Questo perché l’amore è l’unica vera opportunità di elevarsi per un essere umano», spiega Rubini.
Cosa significa innamorarsi oggi?
«Evitare il compiacimento legato ai follower, andare oltre i tanti filtri fotografici che ci propongono i social. Solo così possiamo vedere il vero animo delle persone. Viviamo in un’epoca in cui si esalta l’apparenza. Dovremmo invece ritrovare qualcosa di più sincero».
E per quanto riguarda la famiglia?
«Io non ho figli, però la famiglia è un luogo dove trovare protezione, accoglienza, per crescere e migliorare la vita. Bisogna fare attenzione all’altra faccia della medaglia: in Italia purtroppo “famiglia” a volte significa anche associazione a delinquere, mafia».
La storia del film nasce da una scommessa tra il capitano e Kodor. Qual è la più grande scommessa che lei ha fatto nella sua vita?
«Forse quella di lasciare il mio paese a diciotto anni, di trasferirmi a Roma, cercando di sbarcare il lunario per affermarmi nel mondo dello spettacolo. Non mi rendevo conto di quello che stavo facendo. Se ne avessi avuto consapevolezza, magari mi sarei tirato indietro. Invece è successo tutto naturalmente, evitando l’ansia di “arrivare” a tutti i costi, che spesso ci rovina».
Una volta lei ha detto che «il Papa crede nel cinema»...
«È successa una cosa strana. Durante il lockdown molti di quelli che fanno il nostro mestiere non erano stati considerati dai decreti dello Stato. Con alcuni colleghi ci siamo chiesti come farci notare. Casualmente il Papa, durante una sua Messa mattutina, ha ringraziato gli artisti. Non perché “ci fanno ridere”, ma perché ci avvicinano alla bellezza. Questo ci ha colpito, così gli abbiamo mandato una lettera. Alla Messa successiva Francesco ci ha detto grazie ancora una volta, ed è nato una specie di scambio, che poi ha sensibilizzato il Governo. I politici ci hanno classificato come “non necessari”, ma per vivere la gente ha bisogno anche del “superfluo”. Persino l’amore potrebbe essere “non necessario”, ma è in esso che scopriamo la nostra umanità, nell’emozione che ci suscita un’opera d’arte… Tutto questo dobbiamo difenderlo».
Come cambierà la nostra società dopo la pandemia?
«Faremo fatica. Chi è al comando non vuole modificare le regole, nessuno vuole perdere i suoi privilegi. La socialità era in profonda crisi già prima e questo adesso si è estremizzato. Se cavalchiamo il cambiamento, potremmo anche avere nuove opportunità. Altrimenti soffriremo tantissimo. Durante la prima ondata io sono rimasto in casa con la mia compagna per lavorare, abbiamo scritto parecchio. Nella seconda fase di chiusure è arrivato un profondo senso di impotenza. Non sapevamo come contrastare il “nemico”, come capirlo, quale aspetto avesse. Appartengo a quelli che preferiscono fare un sacrificio in più subito per poi essere più forti l’indomani».
Cosa ha significato nella sua formazione affiancare maestri come Fellini e Camilleri?
«Ero un ragazzino, è stato incredibile. Mi ricordo ancora quando Scorsese si è inginocchiato davanti al grande Federico. Ho avuto la fortuna di incontrare dei maestri così, che mi hanno dato tanto. Dobbiamo fare attenzione, perché in Italia c’è l’abitudine di rottamare ciò che è vecchio senza pensare che possono essere proprio i “vecchi” a indicarci il futuro. Fellini e Camilleri avevano uno spirito libero, erano dei giocherelloni, spregiudicati, audaci. Dopo di loro ho visto tanti falsi giovani che se la sognavano la loro vitalità».






