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Fabrizio Gifuni e Francesca Romana Vergano in una scena di Il tempo che ci vuole
C’è una scena molto tenera all’inizio de Il tempo che ci vuole, l’emozionante film che Francesca Comencini ha dedicato al suo rapporto con il padre Luigi, uno dei maestri del nostro cinema che stasera va in onda su Rai 5 alle 21.15. Mentre il regista (interpretato magnificamente da Fabrizio Gifuni) sta lavorando al Pinocchio televisivo, legge sul giornale la notizia di una balena imbalsamata che sarà esposta in un tendone. Propone alla figlia di andare a vederla. Lei è elettrizzata, ma quando vanno lì la paura vince. Il papà però non rinuncia. La affida alla bigliettaia e, prima di entrare, le rivolge uno sguardo da birbante. Come a dirle: «Non sai cosa ti perdi».


«È andata proprio così. Quella mancanza di coraggio è un ricordo che mi sono portata dietro», ricorda la regista che abbiamo incontrato alla Mostra del cinema di Venezia, dove il film è stato presentato. «Ci sono tante cose, anche inezie, di cui mi sono vergognata. Ma poi ci ho lavorato sopra perché, come faccio vedere nel film, il fallimento è la quintessenza della vita: bisogna imparare dagli errori, perdonarsi e perdonare. E poi andare avanti».
Anche le sue sorelle Cristina, Paola ed Eleonora lavorano nel cinema, ma nel film ci siete sempre e solo voi due. Perché questa scelta stilistica?
«Ovviamente non ho voluto cancellare nessuno, anzi: ho beneficiato dell’amore totale delle mie sorelle verso questo progetto. Ma non volevo fare un film familiare. Nella mia memoria sono emersi dei ricordi precisi che riguardavano solo me e papà e mi sono focalizzata su quelli».
Nel film mostra come suo padre da bambina la portava sui set dei suoi film, in particolare di Pinocchio. Qual è il suo ricordo più forte?
«Il Paese dei Balocchi con tutte le sue luci e i suoi personaggi incredibili. Sono stata proprio fortunata: papà creava davanti ai miei occhi una favola proprio quando avevo l’età in cui si crede ancora alle favole: tutto per me era un sogno».


Un'altra scena del film Il tempo che ci vuole
E di Andrea Balestri, l’interprete di Pinocchio, che ricordo ha?
«Forse, come accenno nel film, ne ero un po’ gelosa perché papà passava tanto tempo con lui».
Questo rapporto idilliaco è diventato conflittuale quando lei è cresciuta e in particolare quando ha avuto problemi di tossicodipendenza. Suo padre l’ha davvero portata con sé a Parigi per aiutarla a uscirne?
«Sì, siamo rimasti chiusi in una stanzetta per un paio di mesi solo io e lui. Finché poi è tornato in Italia, mentre io sono rimasta lì, dove in seguito mi sono pure sposata».
Nella scena più drammatica del film, suo padre minaccia di non vederla mai più se lei fosse uscita da quella stanza senza di lui. Pensa che l’avrebbe fatto davvero?
«Questo non lo so, ma so che mi ha salvato la vita e con questo film ho cercato di esprimere la gratitudine che provo per lui».
Da bambina vediamo suo padre mentre per gioco le insegna come si fa la barba. Da grande è invece lei a farla davvero a lui. Che significato ha questo gesto?
«È il prisma della vita che gira dove i nostri genitori all’inizio sono per noi le persone più forti del mondo e poi a un certo punto diventano fragili e siamo noi a doverci prendere cura di loro».
In un’altra scena lo si vede mentre sistema alcuni dei libri della sua vastissima biblioteca. Teneva anche una copia della Bibbia?
«Sono sicura di sì, anche perché a me ha regalato un Vangelo che ora sta leggendo il mio figlio più piccolo. Ha scritto pure una dedica: “Questo è un libro bellissimo. Potrai scegliere in cosa credere, ma ricordati che ignorarlo non è una prova di intelligenza, ma un peccato di presunzione”».
Anche il suo film d’esordio, Pianoforte, era ispirato alle sue esperienze personali. In Il tempo che ci vuole suo padre le dice che non lo avrebbe visto anche perché in tutta la sua carriera ha sempre cercato di tenere fuori la sua vita dal suo cinema. Com’è andata nella realtà?
«Alla fine lo ha visto, ma alla sua concezione del cinema teneva molto e io con questo film gli ho disobbedito un’altra volta. Ma sono felice di averlo fatto».
Il film si chiude con un’immagine molto poetica di voi due a Napoli. Perché suo padre, che era milanesissimo, la amava così tanto?
«Prima di tutto perché adorava mia madre, che era napoletana. In più, lui era cresciuto in una famiglia di religione valdese con un’educazione molto rigida, dove si insegnava a tenere tutto dentro. Quando stava con mia madre e quando andava a Napoli credo che si sentisse più leggero, più gioioso, più libero».
Lei è madre di tre figli. Le capita mai di pensare: “Mi sto comportando con loro come papà faceva con me”?
«Magari. Io non sono così brava come lui. Però cerco di trasmettere loro i suoi valori: il rispetto verso gli altri, il rigore verso il proprio lavoro e il mantenere sempre un profilo basso, senza mai montarsi la testa».






