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Troppo spesso consideriamo la Costituzione come un testo sacro da conservare in una teca, un elenco di principi nobili ma distanti dalla nostra quotidianità. Andrea Franzoso, nel suo ultimo libro “La Costituzione allo specchio”, ribalta questa prospettiva e ci invita a un esercizio di onestà brutale: usare la Carta non come un piedistallo, ma come uno specchio in cui riflettere le nostre piccole e grandi incoerenze.
È proprio con questo spirito che l’autore sta attraversando l'Italia, entrando nelle classi e dialogando instancabilmente con gli studenti.


La democrazia inizia tra i banchi di scuola, eppure oggi vediamo bullismo e aggressività, anche verso gli insegnanti. Come facciamo a spiegare a un ragazzo che rispettare le regole e dare del "lei" a un professore non è una cosa da vecchi, ma l’unico modo per vivere in una società e in una democrazia giusta?
«I ragazzi non sempre ci ascoltano, ma ci osservano. Ci pesano, ci misurano. Quando viene meno l’alleanza educativa tra famiglia e scuola, si entra in cortocircuito: i messaggi sono contrastanti, in conflitto tra loro, i ragazzi diventano campo di battaglia. Come avviene nelle famiglie in crisi, quando c’è una brutta separazione. Come si può, allora, invocare il rispetto degli insegnanti se già molti genitori, per primi, ne svalutano la figura, contestando voti e decisioni?
Per insegnare ai ragazzi il rispetto delle regole, noi adulti dovremmo incominciare a dare l’esempio. Occorre essere credibili e coerenti, a partire dalle piccole cose: il rispetto di un insegnante verso i propri alunni si misura già a partire dalla puntualità, dalla cura nella preparazione delle lezioni, dalla serietà e onestà nelle valutazioni, dall’amore per il proprio lavoro, dal senso di responsabilità e anche dal contegno tenuto sia in classe sia fuori.
Ho dedicato questo libro al mio maestro elementare: per me è stato un autentico educatore. Veniva a scuola in abito, in giacca, trasmetteva il senso della dignità del proprio lavoro, tutti ci alzavamo in piedi quando entrava. Se mi riprendeva, i miei genitori non avrebbero mai preso le mie parti, anzi».


Mi ha colpito molto la storia di Jacob nel capitolo sul lavoro. Era un calciatore nel suo Paese, arriva qui e finisce a raccogliere arance per pochi centesimi. Quando troviamo offerte troppo convenienti, spesso dietro c’è lo sfruttamento. Come facciamo a smettere di far finta di non vedere?
«Ci fa comodo far finta di non vedere. Per questo nel capitolo dedicato al tema del Lavoro ho inserito un contributo di Stefano Zamagni sul capitalismo di consumo: a livello teorico siamo tutti d’accordo sull’importanza dei diritti e sulla sicurezza, ma poi nella pratica? Vedo giovani attenti all’ambiente e a parole sensibili alle ingiustizie, che poi comprano su Shein o Temu, dove una maglietta costa pochi euro. È la Fast Fashion. Ma se la maglietta costa quattro soldi, quanto è stato pagato l’operaio che l’ha prodotta? Che materiali sono stati usati? La vera sfida è essere onesti con sé stessi e guardarsi allo specchio. Il titolo del libro esprime questo intento: calare i principi nella realtà, alla luce delle sfide del mondo di oggi. Ci riconosciamo almeno un po’ ipocriti? Magari enunciamo un principio con magniloquenza e poi lo tradiamo con un “click” per un acquisto compulsivo.
Nella bandella del libro ho usato un’espressione fuori moda: “esame di coscienza”. Sembra roba da catechismo della chiesa cattolica più che da scuola, ma per me è centrale. Non puoi andare alle manifestazioni per l’ambiente e poi lasciare immondizia ovunque, o comprare capi di abbigliamento senza porti qualche domanda e senza l’accortezza di evitare quei prodotti che probabilmente sono stati realizzati sfruttando il lavoro di disperati».
La Costituzione dice che lo Stato deve aiutare le famiglie e proteggere la maternità. Eppure, per una giovane coppia, fare un figlio oggi è un azzardo economico e si finisce l'università sempre più tardi. Cosa ne pensi di questa situazione e del mancato aumento dei giorni di paternità per i papà?
«La famiglia è un’istituzione sotto scacco, in difficoltà per svariate ragioni, innanzitutto culturali. A volte sembra quasi ci sia un progetto per disgregarla anziché sostenerla. In pieno inverno demografico, i governi occidentali dovrebbero incentivare e sostenere la natalità e le famiglie, e invece no. Molti pensano più all’eutanasia o a inserire il “diritto all’aborto” in Costituzione, come hanno fatto i francesi. Mi sembra una società in preda a una freudiana pulsione di morte. La cultura degli ultimi decenni è andata contro la famiglia. Tutto è precario, liquido, si ha paura del “per sempre”. Gran parte dei giovani fugge dall’impegno: i matrimoni religiosi sono pochi, ma da tempo stanno calando anche quelli civili; si preferisce convivere perché «l'amore è bello finché dura». Il “problema” è che un figlio è per sempre. C’è un egoismo di fondo: un figlio richiede tempo, dedizione e sacrificio, e noi non ne siamo più abituati. Ci sono sempre mille scuse da accampare per sottrarsi all’impegno e alla responsabilità.
Oggi c’è anche molta confusione su cosa sia una famiglia. C’è talvolta anche un certo malsano perfezionismo: «Faccio un figlio solo quando ho la casa di proprietà e la carriera ben avviata». Un tempo si era più poveri ma c’era fiducia nella divina Provvidenza; oggi l’uomo confida solo sui propri mezzi. La crisi della famiglia si accompagna alla crisi della fede. La società liquida propugna una libertà assoluta che porta a sciogliere tutti i legami. È il nostro peccato originale: vogliamo farci dio, decidere in totale autonomia ciò che è bene e ciò che è male, spesso in base alle convenienze del momento. Ma l’uomo ha bisogno di significato, per vivere. Di riscoprire il senso della Legge. Ha bisogno di legami stabili e di radici. Come diceva Simone Weil, il radicamento è il bisogno più importante ma più misconosciuto dell’animo umano. Nel libro ho voluto dedicare spazio anche alla libertà generativa e all'educazione morale dei figli, temi su cui dovremmo soffermarci di più, sia in casa sia a scuola».
Il tema della pace è molto attuale. La Costituzione dice che l’Italia "ripudia" la guerra. Tu spieghi che è un verbo attivo: l'Italia deve darsi da fare per costruire la giustizia, non solo evitare di sparare per risolvere le controversie internazionali. Come spieghiamo a un ragazzo che vede solo devastazione in TV che la pace inizia dalle nostre azioni quotidiane?
«Purtroppo, anche su questo grande è la confusione. Alla tv e sui giornali persino chi predica la pace lo fa talvolta con parole violente o polemiche sterili. La guerra è prima di tutto nel cuore degli uomini. Senza una vera conversione, la diplomazia non può tutto. La pace inizia da come mi pongo con gli altri. Oggi siamo prigionieri delle “bolle” dei social: gli algoritmi ci rimandano solo notizie che confermano le nostre idee e ci spingono alla lite. La violenza è stata sdoganata, anche da importanti leader politici. Con il crollo della scuola e delle agenzie educative, i ragazzi fanno fatica a riflettere, sono in balia di ondate emotive, spesso superficiali. Il mondo digitale ci porta a "scrollare" velocemente, la soglia di attenzione è bassissima e questo impedisce di soffermarsi sulla ragione delle cose.
Per costruire la pace bisogna partire dai fondamentali, mattoncino dopo mattoncino. Non si costruisce con le frasi infiocchettate acchiappa-like. Cultura di pace, a scuola, significa aiutare i ragazzi a guardare la realtà da prospettive diverse, esercitare lo spirito critico, ascoltare chi la pensa diversamente; significa onestà intellettuale, non doppio standard, non doppia morale, non censura o autocensura. Nel libro propongo dei "debate" da organizzare in classe, anche su fatti di attualità o temi spinosi: leggere giornali di diverso orientamento, rispettare chi la pensa diversamente, approfondire.... Oggi purtroppo l’avversario viene quasi sempre demonizzato, viene visto come un nemico da abbattere. Anche se uno ha idee lontane dalle mie, devo permettergli di esprimersi, poi potrò controbattere punto su punto. Si costruisce la pace educando ad argomentare, mentre oggi la gente spara sentenze attingendo a fonti dubbie o dando credito a imbonitori e fake news».
La salute è un diritto di tutti, ma oggi un anziano che non ha soldi per il privato deve aspettare mesi per una visita. Ci siamo dimenticati che la vita di un povero vale quanto quella di un ricco? Come difendiamo questo diritto prima che curarsi diventi un lusso?
«Questo tema mi sta a cuore. Però bisogna essere chiari: la crisi non è solo colpa dei tagli dei governi o delle regioni. La responsabilità è anche nostra come cittadini: noi esercitiamo il voto, ma siamo anche un Paese di evasori. La sanità non si paga stampando moneta, ovvio, si paga con le nostre tasse. Gli italiani evadono ogni anno all’incirca 100 miliardi di euro: se lo Stato disponesse di quei soldi, potrebbe assumere più medici e infermieri, pagarli meglio, avere ospedali migliori».








