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Ilaria Capua, virologa, è una delle scienziate italiane più note al mondo.
L’intervista si interrompe subito perché la professoressa Ilaria Capua, scienziata e virologa di fama mondiale, ha bisogno di chiudere la finestra della sua stanza d’albergo: «Mi scusi, a proposito delle cose di cui mi occupo: sono appena entrate due zanzare tigre». Segue pausa (ignoriamo cosa sia successo alle zanzare) e poi iniziamo a parlare del suo libro Non mollate. Manuale di resistenza per l’affermazione del talento femminile. Attraverso una serie di storie, in parte capitate a lei, in parte ad altre donne che ha conosciuto, la scienziata propone un vademecum di virtù che lei chiama “resistosfera”: perseveranza, determinazione, intraprendenza, resilienza, curiosità, autostima e tolleranza.


La copertina dell'ultimo libro della scienziata Ilaria Capua
Virtù da spolverare quando la malcapitata incontra sulla strada della sua affermazione professionale il troglodita di turno, come il “magnifico” rettore che pretende di ricevere in dono da ogni nuova docente una crostata, perché «qualcuno deve pur tramandare le tradizioni culinarie di questo grande Paese!». “Maschio troglodita” è una definizione che Capua prende in prestito dallo scrittore Francesco Piccolo a cui il libro è dedicato: «Leggendo i suoi scritti, mi ha fatto capire che certi comportamenti maschili che a noi appaiono, appunto, trogloditici, non sono necessariamente legati a cattiveria, a una volontà di prevaricare. Magari questi uomini sono convinti di essere semplicemente spiritosi, ma non per questo noi donne dobbiamo accettare questi comportamenti o, peggio ancora, sentirci in colpa a causa di essi».
Può fare un esempio?
«La maternità. In qualsiasi modo tu la vivi, sbagli sempre. O hai fatto i figli troppo presto, o li hai fatti troppo tardi; o ne hai fatto solo uno, o ne hai fatti troppi o non li hai fatti proprio. La verità è che siamo un Paese a crescita zero che avrebbe bisogno di tanti nuovi giovani italiani. Quindi le donne che fanno figli bisognerebbe pagarle il doppio, non umiliarle».
Lei ha lavorato molto all’estero. Fuori dall’Italia le donne sono più valorizzate?
«Il gender gap c’è un po’ dappertutto. Quello che a me spaventa dell’Italia è che non accetta non solo la diversità di genere, ma proprio la diversità culturale. Tutti i gruppi di ricerca che ho diretto erano formati da persone che provenivano da ogni parte del mondo. In Italia, se si vede una persona di colore con un camice in ospedale il primo pensiero è che sia un barelliere, non un medico. Per tornare alle donne, al di là di ogni considerazione, c’è un dato puramente economico. Noi spendiamo circa 9 miliardi l’anno per far studiare giovani ragazze. In ambito biomedico, ci sono molte più iscritte donne a Medicina, Veterinaria e Odontoiatria rispetto agli uomini, ma poi poche di loro riescono a raggiungere posizioni apicali nelle rispettive professioni. C’è uno spreco di talento femminile enorme».


Ilaria Capua con il suo il team di ricercatrici. La professoressa, diventata celebre per i suoi studi sull'influenza aviaria, si è battuta per rendere il più possibile di dominio pubblico i risultati degli studi scientifici sui virus influenzali in modo da unire le forze in caso di epidemie
Tra le virtù della “resistosfera” lei indica la resilienza. Anche a lei sono capitati dei fallimenti brucianti?
«Certo. Pubblicazioni che sono state rispedite al mittente e che poi ho dovuto rimettere a posto. O anche addirittura abbandonare. Però mentre in Italia il fallimento è vissuto come un marchio di infamia, negli Stati Uniti se una piccola azienda, una startup, non è riuscita a sopravvivere questo è considerato un punto di forza. L’importante è provarci e poi, se le cose non vanno, non farne una tragedia, imparare dagli errori e tentare di nuovo. Mi sono poi capitati dei fallimenti personali molto dolorosi: amici e amiche che si sono allontanati da me perché ho promosso l’uso dei vaccini durante la pandemia».
Lei riporta l’episodio di un dirigente che, di fronte alla ferma reazione di una collega a un suo apprezzamento, sbotta: «Era solo un complimento! Non si può più scherzare, non si può più dire niente a voi donne!». Se un uomo le dice che lei è una bella donna, lei lo prende come un complimento o come una molestia?
«Dipende. Nel libro riporto anche l’episodio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump che durante un vertice sulla pace in Medio Oriente ha descritto Giorgia Meloni come “una bellissima e giovane donna” e nessuno ha detto niente. Cosa sarebbe accaduto se la presidente Ursula von der Leyen avesse definito il premier spagnolo Pedro Sanchez “un bell’uomo”? Voglio dire che in un contesto simile si è lì per i propri meriti professionali, non per quelli esteriori, e quindi certi apprezzamenti sono fuori luogo. Ma lei, esattamente, perché mi ha fatto questa domanda?».
Perché mi interessava capire se con questa fermezza da parte femminile non si rischi di perdere il gusto del corteggiamento, del romanticismo…
«Se dopo il lavoro un collega mi offre un caffè, mi chiede di uscire a cena e magari aggiunge che ho dei begli occhi, questo può farmi piacere e poi sono libera di rispondere sì o no alla sua proposta. Ma nel mio libro parlo dell’affermazione del talento femminile e in quest’ambito l’aspetto esteriore è irrilevante».
Dopo molti anni di lavoro negli Stati Uniti ha deciso di tornare in Italia, dove ora insegna alla Johns Hopkins University di Bologna. Perché questa scelta?
«Per tanti motivi. Il primo è che ho recuperato la reputazione che mi era stata strappata, dopo che le accuse di essere una trafficante internazionale di virus si sono rivelate totalmente infondate. Poi, con la seconda presidenza Trump e le sue politiche negazionistiche, ritengo che non ci siano più le condizioni per poter fare ricerca liberamente. E quindi, avendo da poco compiuto 60 anni, credo che il mio bagaglio di conoscenze possa essere più utile qui in Europa. Infine, mia figlia mi ha detto che non avrebbe voluto proseguire gli studi negli Stati Uniti».
Pensa che sua figlia riuscirà a vedere un’Europa davvero unita?
«Io ci credo e mi impegno ogni giorno. Anche perché ho sposato uno scozzese, quindi un extracomunitario».




