Iva Zanicchi è un’antidiva. Senza fronzoli, diretta, verace. 86 anni portati splendidamente, tre Sanremo vinti (nel 1967 con Claudio Villa, nel ’69 con Bobby Solo e nel ’74 da sola, ndr), una voce da contralto che affascina. Dice di essere una peccatrice, ma prega tutte le sere e nel giardino di casa ha una piccola grotta con la statua della Madonna di Lourdes: «Nel 1971 il proprietario mi vendette il terreno a una sola condizione: non buttare giù la grotta. Gli risposi: “Ma scherza?”. Vengo sempre qui a pregare, portare i fiori e ricordare i miei familiari che non ci sono più».

Federico Guida
Federico Guida
Iva Zanicchi mentre prepara un piatto di spaghetti

Da ragazzina ha sfidato le suore indossando un paio di jeans, i comunisti con una foto in Piazza Rossa a Mosca e qualche anno fa perfino papa Francesco correggendolo su Zingara. La sua carriera riempie trentatré pagine di Wikipedia. Ride forte, racconta più forte ancora, alternando la memoria privata e familiare alla storia d’Italia. Ti parla di sua madre Erminia che scoppiò a piangere quando le disse che voleva fare la cantante, del parroco di Ligonchio, don Erio, che tuonava dal pulpito per difenderla dalle malelingue del paese, di Ermanno Olmi che le diede il primo incoraggiamento, di Mina che era già un mito quando lei bussava alle case discografiche con un pezzo di blues americano in tasca. È un misto di candore e combattività. Ti dice che le donne devono lottare per dimostrare di essere alla pari, e a volte anche più brave, degli uomini. Che la vita è sacra. Che l’odio non serve. E che tra le sue grandi passioni c’è il cibo («Mi piace mangiare. È una colpa?») come racconta anche nell’ultimo libro, Quel profumo di brodo caldo – La cucina dei miei ricordi (Mondadori), un memoir non vezzoso, per nulla artefatto, un po’ come del buon lambrusco abbinato allo gnocco fritto. Insomma, con Iva Zanicchi non fai un’intervista: fai un viaggio. E devi tenere il passo. La incontriamo nella sua casa brianzola, a Lesmo. «Sei seduto nel posto dove si metteva sempre il mio Pippi (il marito Fausto Pinna, scomparso l’8 agosto 2024 dopo una lunga malattia, ndr). L’altra sera mi ero assopita sul divano, ho aperto gli occhi di soprassalto e l’ho visto seduto lì. È stato un attimo» (si commuove, ndr).

Federico Guida
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Iva Zanicchi con il suo ultimo libro, "Quel profumo di brodo caldo" (Mondadori) in cui racconta la propria vita attraverso alcune ricette del cuore

Iva, partiamo da una curiosità. È vero che quando nel 1979 fece un servizio su Playboy disse a suo padre che era per Famiglia Cristiana?

«Sì, la vostra testata mi ha salvato (ride, ndr). Dopo che uscì il servizio mi vergognai da morire. Partii per tornare a casa a Ligonchio, dai miei, e mi fermai in tutte le edicole dei paesi vicini per comprare le copie ed evitare che mio padre Zeffiro le vedesse. Papà aveva sentito in giro delle foto su un giornale e si era spaventato, ma mia mamma gli disse: “Tranquillo, le ha pubblicate Famiglia Cristiana”. Era la rivista a cui eravamo abbonati. Comunque, quel servizio è l’unica cosa di cui mi pento nella mia vita».

Che infanzia è stata la sua?

«Avventurosa. Sono nata nel ’40 e della guerra ho ricordi che ti restano dentro. Ligonchio era sulla Linea Gotica. Ad un certo punto i partigiani sono fuggiti sui monti lasciando donne e bambini da soli».

Giampaolo Pansa ha raccontato delle lotte partigiane nel triangolo emiliano.

«Durante la Resistenza c’erano i partigiani buoni, soprattutto quelli “bianchi”, e quelli cattivi come alcune bande di presunti partigiani composte da ex carcerati di Modena, persone senza scrupoli, di cui noi a volte avevamo più paura degli stessi tedeschi che pure un giorno misero al muro l’intero paese, me compresa, per rappresaglia dopo che i partigiani avevano sparato a un battaglione in ritirata. Molti preti sono stati uccisi dai partigiani. Uno di questi era Rolando Rivi, seminarista di 14 anni, catturato con l’accusa di essere una spia, torturato e ucciso. Lui morendo disse: “Io sono solo di Gesù”. E infatti nel 2013 è stato beatificato».

Federico Guida
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Iva Zanicchi mostra con orgoglio le foto di famiglia

Anche il ricordo di suo padre è legato alla guerra.

«Tornò dal campo di prigionia in Germania e ricordo come fosse ieri il terrore quando lo vidi. Era alto 1.85 e pesava appena 40 chili, gli occhi infossati e vuoti, la pelle emaciata, non si reggeva in piedi e non parlava. Mi immaginavo un papa biondo, alto, forte e sorridente come il Gesù che vedevo in chiesa. Piangevo giorno e notte. Non volevo vederlo. Fino a quando un giorno venne da me e di nascosto mi allungò una cartina con dello zucchero, una rarità per l’epoca: “Non lo dire alle tue sorelle, questo è solo per te”. Da quel momento è diventato mio papà».

Per la sua carriera deve ringraziare don Erio, il parroco di Ligonchio.

«Temutissimo, un’autorità. Io volevo fare la cantante ma i miei non mi avrebbero mai mandato a Reggio Emilia per studiare canto. In paese la nomea era che le cantanti fossero tutte… vabbè, ci siamo capiti. Mia mamma soffriva per i pettegolezzi sul mio conto, finché don Erio, durante la “messa grande” delle 11, dal pulpito, davanti a tutti tuonò: “La figlia di Zanicchi Zeffiro va a studiare canto dallo zio Pronto a Reggio Emilia. Non voglio sentire pettegolezzi”. Così sono partita anche se il distacco da mamma è stato duro. Il mio maestro mi portava a cantare ovunque: avevo una voce particolare, ero contralto e vincevo sempre i concorsi. È iniziato tutto così: la mia voce è stato il mio passaporto».

Ci arriviamo. Ma è vero che per un paio di jeans di cui s’era innamorata le tolsero la tessera dell’Azione Cattolica?

«Colpa di suor Beatrice. Era severissima, proibiva maniche corte e pantaloni a tutti. Io piangevo perché volevo i jeans e mia mamma non me li comprava finché un’amica benestante, Nuccia, me ne regalò un paio che non usava. Li misi e passai davanti alla chiesa rasentando i muri. Mi beccò suor Beatrice che lo disse a don Erio che chiamò mia mamma. Risultato: via la tessera per un po’».

Però poi è andata in Unione Sovietica nel 1981, prima cantante italiana ad andare lì in tournée.

«Prima di partire il prete mi disse: “Attenta, lì mangiano i bambini”. Gli dissi: “Guardi che io vado a portare la musica, l’amore”. Poi gli mandai una foto dalla Piazza Rossa con cinque bambini paffutelli e scrissi sotto: “Li stanno ingrassando per poi mangiarli” (ride, ndr). Un’altra epoca, un’altra Italia».

Federico Guida
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Iva Zanicchi con il Leone di Sanremo per la vittoria al Festival del 1974 con il brano "Ciao cara, come stai?"

Ha venduto milioni di dischi e cantato ovunque. Quando ha capito che ce l’aveva fatta?

«Nel 1965 dopo aver inciso Come ti vorrei, cover di Cry to me dei Roling Stones. Ho avuto tanti attestati di stima. Incontrai Giorgio Gaber a Viareggio e mi disse: “Ho sentito la canzone, ti voglio nel mio programma. Tu vieni dal jazz, no?”. E io: “No, vengo da Ligonchio”. E lui: “Ah, sei anche spiritosa”. Ma io ero seria, non avevo capito!»

È stata undici volte a Sanremo ed è la cantante donna che ne ha vinti di più.

«Arrivai che ero una sconosciuta e poi nel 1967 vinsi con Non pensare a me. Quello fu anche l’anno della tragedia di Luigi Tenco. Pensavo avrebbero sospeso il Festival e chiamai mia madre per venirmi a prendere. Scesi giù nella hall dell’Ariston con la valigia e il mio discografico disse: “Ma sei matta? Qui andiamo avanti, stasera devi cantare”. Io ero abituata che nei paesi come il mio quando moriva qualcuno si fermava tutto in segno di lutto e rispetto».

Zingara l’ha stancata?

«No, è la mia canzone simbolo, ci chiudo tutti i concerti, l’avrò cantata migliaia di volte anche se Fiume amaro ha venduto più dischi».

Per Zingara ha anche “sgridato” papa Francesco.

«Sì (ride, ndr), durante un’udienza nel 2024. I cerimonieri ci avevano detto di non toccarlo e fare solo un inchino. Io arrivo e mi presento: “Santità, sono Iva Zanicchi, una vecchia cantante italiana”. Lui: “Vecchia direi proprio di no”. Poi gli ho detto: “In un’intervista a un giornale spagnolo ha parlato di Zingara cantata da Mina. No Santità, l’unica zingara sono io!”. E lui: “Disculpame, disculpame”. Rideva divertito».

Si è lamentata in Tv che il suo paese, Ligonchio, l’ha un po’ dimenticata.

«E ho sbagliato anche se un po’ è vero. Ci torno spesso per andare al cimitero a trovare i miei genitori e mio fratello Antonio».

Le donne hanno finalmente il riconoscimento che meritano?

«Finalmente ci vengono riconosciute, anche se non del tutto, capacità che per troppo tempo sono state messe in dubbio. La strada per la parità, però, è ancora lunga. Io ho l’abitudine quando salgo sull’aereo di andare a salutare il comandante. Ricordo una volta che ai comandi c’era una donna. Era emozionata e mi disse: “Ci sono stati passeggeri che sono scesi quando mi hanno vista”. È successo un po’ di tempo fa ma certe diffidenze nei confronti delle donne esistono ancora. Purtroppo».

Dovete continuare a lottare?

«Sì ma senza strafare. Io appartengo a una generazione diversa e penso che i ruoli possano restare distinti ma non per comandare o per essere comandate, ma perché a me piace, ad esempio, che un uomo mi corteggi, mi apra la portiera, mi faccia sentire donna. Oggi il corteggiamento non c’è più e secondo me è un peccato».

Sul suicidio assistito delle gemelle Kessler ha detto parole fuori dal coro rispetto a tanti suoi colleghi.

«Io sono una grande peccatrice ma credo profondamente. Per me la vita è sacra. Non giudico, capisco la sofferenza e la volontà di andarsene insieme ma non possiamo dare la morte. Bisogna chiedere al Signore di aiutarci a vivere fino all’ultimo, anche nelle difficoltà».

Federico Guida
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Iva Zanicchi porta delle rose alla Madonna di Lourdes custodita nella piccola grotta che si trova nel giardino della sua casa

C’è qualcosa che avrebbe voluto fare e non ha fatto?

«Mi sarebbe piaciuto che dal mio romanzo I prati di Sara (che parla dell’amicizia tra due donne ed è ambientato sull’altopiano di Ligonchio, ndr) fosse nata una fiction. C’era l’idea, poi non se n’è fatto nulla. Però mai dire mai».

Qual è il pensiero che fa la sera prima di addormentarsi?

«Dico le preghiere e metto la mano sul cuscino vuoto per salutare il mio Pippi. Qui (dice indicando lo scaffale della libreria, ndr) metteva il portafogli e il cellulare. Li ho lasciati al loro posto da quando se n’è andato perché è come se fosse ancora accanto a me».