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Lo scrittore Maurizio De Giovanni. ANSA / CIRO FUSCO
Maurizio de Giovanni non ha bisogno di presentazioni: è una delle voci più potenti e amate della narrativa italiana contemporanea, il "papà" letterario di personaggi iconici come il Commissario Ricciardi e i Bastardi di Pizzofalcone. Proprio ai "suoi" Bastardi è dedicato l'ultimo lavoro, "Figli", un romanzo che esplora con la consueta sensibilità le fragilità dei legami di sangue e la responsabilità di ciò che lasciamo in eredità a chi viene dopo.


In questa intervista, nata in occasione della Festa del Papà, de Giovanni smette per un attimo i panni dell'architetto di trame noir per vestire quelli più intimi di figlio e di genitore.
Maurizio, vorrei partire proprio da suo padre. È mancato quando lei aveva solo 22 anni: un’età in cui un ragazzo sta ancora cercando di capire che direzione prenderà la sua vita. Cosa ha significato per lei perdere così presto quello che dovrebbe essere il primo testimone della crescita di un figlio?
«Guardi, la perdita di un genitore è un evento talmente enorme e grave che ha un’incidenza profonda in qualsiasi momento della vita accada. Io ho perso mia madre solo da pochi anni e, da uomo ormai oltre i sessanta, le posso garantire che è stata comunque una ferita enorme che porto dentro ogni giorno. La perdita di mio padre, all'epoca, ebbe chiaramente anche dei risvolti pratici: avevo meno di 23 anni ed ero il primo di tre fratelli. Mio padre faceva l’avvocato e aveva poco più di cinquant'anni quando morì; ci ritrovammo improvvisamente senza un punto di riferimento fondamentale, sia dal punto di vista pratico che emotivo e sentimentale. Fu una mancanza potente che compensai con la necessità di fronteggiare le problematiche quotidiane in cui ci trovavamo. Posso dirle però con certezza che, successivamente, mio padre non ha mai smesso di mancarmi. Mi è mancato in maniera "evolutiva": quando ho avuto i figli piccoli, perché avrei voluto parlarne con lui e sapere come comportarmi; mi è mancato quando mi sono trovato davanti a dei bivi nella carriera, perché avrei voluto un suo consiglio sulle scelte da fare; e mi è mancato quando sono diventato uno scrittore, perché lui era un uomo che leggeva moltissimo e avrei voluto parlare con lui delle mie storie e della loro evoluzione. Mi manca tutt’ora, in maniera sempre diversa, e scoprire che questo vuoto non diminuisce col tempo è stato un insegnamento molto forte».
Parlando proprio dei suoi figli: oggi che il padre è lei, le capita di scorgere delle somiglianze con il rapporto che aveva con suo padre? In cosa sente di aver ricalcato le sue orme e in cosa, invece, siete persone completamente diverse?
«I tempi sono cambiati e il contesto è radicalmente diverso rispetto a quarantacinque anni fa. Mio padre apparteneva a quella generazione di uomini che parlavano poco con i figli: lui c'era sempre se lo cercavi, ma era molto discreto. Non era il tipo che ti prendeva da parte per chiederti come stavi o per affrontare discorsi intimi; non era proprio nella mentalità della sua generazione. Oggi noi siamo diversi, parliamo di tutto e forse siamo anche "troppo" amici dei nostri figli. A volte, mettendoci troppo sullo stesso piano, rischiamo di togliere loro dei punti di riferimento che invece dovrebbero restare fermi. Paradossalmente, ci siamo allontanati avvicinandoci troppo. Mi rendo conto che il modello di mio padre oggi non sarebbe proponibile, verrebbe percepito come una distanza eccessiva, eppure in un certo senso mi dispiace. Con i miei figli siamo molto vicini, ci sentiamo più volte al giorno, ma credo di essere per loro meno rilevante di quanto mio padre lo fosse per me. Lui era un uomo che andava al mare quasi in giacca e cravatta: era proprio un altro modo di approcciare l’esistenza, per cui un paragone non è davvero possibile».
Novara ai padri: «Non siete babysitter, credete in voi stessi»Rimanendo sul tema della paternità, questo argomento ha preso sempre più piede nei suoi ultimi lavori. Perché in questo momento ha sentito l’esigenza di trattarlo con più insistenza rispetto al passato?
«Perché percepisco un’incertezza generale attorno a me: politica, economica, sociale. La precarietà è diventata la regola e non si possono più fare programmi a lungo termine. Se non hai un reddito fisso, come puoi immaginare di fare un mutuo a trent'anni o decidere di mettere al mondo dei figli? In questa precarietà valoriale, il rapporto tra genitori e figli è rimasto uno dei pochissimi punti fermi. Oggi i genitori fanno da ammortizzatori sociali: i figli restano a casa fino a età molto avanzate perché non possono permettersi di andare a vivere da soli. Queste sono realtà che vanno raccontate perché fanno parte della vita quotidiana di tutti noi».
Se dovesse guardare dentro le pieghe psicologiche dei suoi personaggi, c’è qualcosa di suo padre che è scivolato dentro di loro, magari anche inconsapevolmente?
«No, non è successo inconsapevolmente. Il commissario Ricciardi è mio padre, in realtà. L'ho sempre descritto con le sue caratteristiche fisiche e caratteriali: il suo modo di fare, il suo approccio all'esistenza e quella tenerezza verso il mondo, verso gli ultimi e le persone più fragili. Ho sempre tenuto il modello di mio padre come riferimento nel raccontare Ricciardi».
Un'ultima domanda: lei è entrato in banca l'anno successivo alla scomparsa di suo padre. Cosa penserebbe lui oggi vedendo che è diventato uno scrittore così importante e cosa proverebbe nel vederla in questa nuova veste?
«Spero profondamente che sarebbe fiero. Lui era un lettore fortissimo e credo che sarebbe stato incuriosito e contento. I miei fratelli ne sono certi e lo dicono sempre. Io ho questa speranza: penso che sarebbe stato felice, magari incuriosito dagli argomenti trattati, proprio perché amava molto i libri. Sì, credo proprio che sarebbe stato contento».





