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Un'automobile rimasta in bilico sul limite dell'area colpita dalla frana a Niscemi, Caltanissetta. La frana ha causato l'evacuazione di centinaia di famiglie e danni ingenti al patrimonio edilizio
Il recente maltempo ha riaperto la ferita del dissesto idrogeologico in Italia. Da Niscemi, in Sicilia, dove mercoledì è arrivata la premier Meloni e ci sono già 1.500 sfollati, ad Arenzano, in Liguria, il territorio sembra cedere sotto il peso della pioggia e dell'incuria. Abbiamo chiesto un'analisi alla dottoressa Giuliana Daddezio, ricercatrice e geologa, per capire cosa stia succedendo tecnicamente e di chi siano le responsabilità.
Daddezio, quali sono le fragilità che hanno reso il territorio di Niscemi così vulnerabile a questa ondata di maltempo?
«Il territorio presenta depositi di origine argillosa e sabbiosa che hanno problemi legati proprio alla stabilità dei versanti. In Italia esistono tantissimi posti così; siamo un Paese ad altissima vulnerabilità per quanto riguarda i fenomeni franosi. L'ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ndr)) redige con tempistiche ricorrenti una mappa della fragilità del territorio. Quindi, già naturalmente, siamo portati ad avere terreni fragili per via delle litologie presenti. In più, abbiamo questa tendenza a peggiorare una dimensione naturale intervenendo con costruzioni, disboscamenti e consumo del territorio: in qualche modo aggraviamo una situazione che già di per sé non è delle migliori».


La premier Giorgia Meloni durante il sorvolo in elicottero sulle zone colpite dal maltempo in Sicilia, in particolare Niscemi
(ANSA)Cosa succede tecnicamente nel sottosuolo? Come possiamo spiegare a un non addetto ai lavori perché il terreno scivola via?
«Perché non è un terreno “competente”. Un'immagine molto facile e comprensibile è quella della sabbia del mare: se lei scava una buca e sulla sabbia arriva l'acqua, vedrà che le pareti verticali scivoleranno giù. Non c’è coesione all'interno degli elementi che fanno parte del terreno; non è una roccia solida che ha la sua competenza, ma un terreno non coeso. Quando arriva l'acqua, il terreno diventa ancora più sciolto, diventa quasi 'tutt'uno' con l'acqua stessa».
Oltre a Niscemi, abbiamo visto la frana di Arenzano in Liguria. Al di là delle differenze tecniche, quali sono le analogie?
«Si tratta di terreni differenti e differenti tipologie di intervento. A Niscemi parliamo di un rilievo fatto di materiale poco competente con un peso sopra (le costruzioni) che rende la situazione ancora più pericolosa; il terreno si è imbevuto d'acqua diventando simile a un fango, a un fluido. È un po' quello che successe con la liquefazione nel terremoto in Emilia del 2012: terreni sabbiosi che, imbibiti d'acqua e scossi dal sisma, diventavano liquidi fuoriuscendo dal suolo. Ad Arenzano, invece, il fenomeno è più legato al 'ruscellamento': una grande quantità d'acqua che, caricandosi di materiale, porta via molto più facilmente tutto quello che trova sulla sua strada».
Dato che queste criticità sono note, di chi è la responsabilità quando un fronte franoso annunciato diventa un disastro reale?
«È una bella domanda. Ovviamente il problema è delle municipalità locali: i Comuni devono recepire le informazioni degli istituti di ricerca come l'ISPRA, che indaga la vulnerabilità dei versanti in tutto il territorio nazionale. Il grosso problema è che esiste molto 'costruito' nel passato. A Niscemi, ad esempio, questi fenomeni sono ricorrenti, descritti fin dalla fine del Settecento. Su quest'area insiste una comunità che, se non è guidata o obbligata a cambiare posto, rimane lì fino al successivo evento distruttivo. Fortunatamente questi eventi sono a bassa velocità e non ci sono state perdite umane, ma la perdita delle case e degli affetti è comunque un danno enorme. È lo stesso problema delle zone sismiche dove si continua a costruire».
L’Italia spende molto più per riparare che per prevenire. Quale sarebbe il risparmio se si facesse manutenzione ordinaria?
«È molto difficile da valutare, perché è complesso quantificare il beneficio su qualcosa che non avviene. Se lei fa un intervento di ristrutturazione antisismica e poi l'evento non produce distruzione, non può quantificare con precisione il risparmio perché l'evento non è stato distruttivo. Probabilmente chi fa queste valutazioni si basa su similitudini con il passato, ma non è un calcolo immediato 'uno a uno'. Resta il fatto che se previeni il rischio, non lo corri».


Dobbiamo rassegnarci a delocalizzare interi quartieri o possiamo ancora "curare" questi territori?
«Esistono tecniche che possono essere messe in campo. Penso a Orvieto o a Civita di Bagnoregio: città costruite su terreni tufacei che poggiano sulle argille. Si può intervenire dove il gioco vale la candela. Se costa di più intervenire rispetto a delocalizzare, allora spostarsi ha un senso maggiore. Dal mio punto di vista è fondamentale coinvolgere le comunità nelle decisioni: spostare le persone in maniera coercitiva non è mai la strategia migliore. Serve qualcuno che sappia spiegare a cosa si va incontro. Magari uno pensa: “È successo adesso, per i prossimi anni sarò tranquillo”, ma così lasci ai figli e ai nipoti un problema che inevitabilmente si ripresenterà».





