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Paolo Jannacci
Finché non ride è solo Paolo Jannacci, ma quando si mette a ridere, facendo vibrare gli occhiali neri dalla montatura spessa, al volto più morbido di Paolo si sovrappone il sorriso dissacrante di Enzo, e si capisce che c’è una continuità genetica che non si lascia nascondere.
Nel nuovo disco, Scimmie ovunque, in uscita il 16 ottobre, il secondo di Paolo da cantautore, dopo anni di musica jazz, c’è un omaggio al padre, anzi due: una cover Due gelati, canzone scelta non tra le più note e un brano nuovo di zezza che ha come protagonista il padre Enzo, ritratto in un incrocio di Milano che molte cose ha visto di loro due. Il tutto in un album dalla forte impronta sociale, declinata in modo personale, con uno stile proprio che però finisce per legare i due Jannacci Sr e Jr.
Paolo, c’entra la sensibilità che le è stata trasmessa, nella vita oltreché nell’arte?
«L’arte deve essere attenta, almeno questa è la mia visione di artista, alle tematiche sociali, cittadine, umane. Il giullare deve rendere conto di qualche problematica, e deve farlo a mio giudizio con ironia: questo è il mio retaggio, il mio passepartout per raccontare storie anche scomode, difficili. L’artista ha il dovere anche solamente di far notare quello che non funziona, poi potrebbero esserci persone, migliori, più capaci, che risolvono il problema».
Il tema sociale è molto più presente rispetto al passato, cos’è cambiato?
«Nel disco precedente ho guardato più dentro di me che a quello che mi succedeva intorno, questa volta, 5-6 anni dopo, ho sentito di dover raccontare quello che mi sta succedendo intorno e non mi va molto a genio: racconto questi miei fantasmi, che diventano scimmie, che fanno ridere ma allo stesso tempo mi mettono paura perché possono reagire violentemente».
Vien da pensare alla scimmia nuda di Desmond Morris: sono scimmie umane questo fantasma interiore?
«L’incubo è che ci sia un'involuzione che porta all'imbarbarimento, porta all'egoismo pieno, misto alla rabbia e che si inneschi una degenerazione nell'annullamento di tutto quello che invece abbiamo di più umano dal punto di vista più alto anche shakespeariano. L’uomo è meraviglioso quando la sua intelligenza è volta alla creazione di qualche cosa di buono, ma mi ha sempre spaventato il fatto che possa essere volta anche al male, alla ricerca della sofferenza».
Prima ha evocato il giullare, viene in mente Ho visto un re, ma soprattutto il fatto che la chiave di lettura del giullare è la dissacrazione. Viviamo in un tempo di grande suscettibilità: non ha temuto questo aspetto quando ha messo nel disco temi che possono molto dividere come il politicamente corretto, come il femminicidio, con questa modalità?
«No, però mi spaventa il fatto di farmi un'autocensura preventiva per ogni cosa che mi viene in mente. Quando invece lavoravo con mio padre, non succedeva, lui diceva: ‘Posso dire questa cosa? Perché non dovremmo dirla? Perché non dovrei dirla? Sto dicendo la verità’. Se l’artista, il giullare dovesse mentire, allora ci dovremmo preoccupare. Io già cominciavo ad essere preoccupato all'inizio degli anni Duemila, adesso qualsiasi cosa possa farmi venire in mente mi faccio otto censure preventive: questa cosa mi dà molto fastidio e mi dispiace. Cerco di utilizzarla come esercizio di stile perché cerco di comunque di raccontare verità scomode che esistono, senza essere io violento e senza offendere nessuno».
Va in questa direzione Politically Topless, una satira sugli eccessi del politicamente corretto, nata dalla collaborazione con Elio?
«Dico delle cose sulla bocca di tutti ma le esaspero a tal punto da farle diventare quasi un elemento distopico, dove non posso di più neanche usare i colori, il bianco, il nero. L’eccesso di "wokismo”, che in sé è un'idea positiva, volta a migliorare qualche cosa, a porsi con rispetto, si distorce quando nel cercare di raggiungere la purezza rischia di sfociare nel puritanesimo bigotto e di restringere sempre di più il campo. Così facendo si rischia di toccare l’estremo opposto, di sterilizzare tutto. Ma la sterilità non permette più il rapporto con il negativo. E invece noi abbiamo bisogno di rapportarci con il negativo, per riuscire invece a trovare una strada alternativa verso qualche cosa che ci migliora, che ci porta alla sensibilità, all'empatia, alla ricerca della bellezza senza cadere nell’abitudine. L’abitudine è pericolosa: ci si abitua anche alle morti, alle cattiverie, ai bollettini di guerra che sentiamo alla sera e questo sì, è altamente degradante».
Ha mai pensato che oggi forse non si riuscirebbe a scrivere El purtava i scarp del tenis con dentro la parola barbun senza essere fraintesi?
«Non ci voglio pensare. Se cominciamo a porci dei limiti anche in questo senso, allora si avverranno i miei incubi distopici di metà del disco, perché vuol dire che abbiamo smesso di capire le cose fondamentali che sono il contesto in cui una canzone è nata e lo sguardo, l’intenzione con cui è stata scritta e cantata: non sarebbe stata la stessa cosa con una parola diversa, che so, clochard. Una parola francese fuori tempo nella Milano degli anni Quaranta-Cinquanta in cui è ambientato il testo, quando tutti usavano barbun non necessariamente senza rispetto di chi era andato in difficoltà e viveva per strada: una parola diversa non avrebbe reso l’atmosfera di quella canzone e del suo tempo».
È cresciuto a Milano, l’ha vista cambiare, è diverso anche cantarla?
«Sì, ma come quando parlo di esseri umani ne parlo eliminando tutte le sovrastrutture che ci possono essere, etnie diverse, colori diversi, lingue diverse, perché il sangue è sempre rosso, uguale per tutti e il desiderio di bellezza o di beatitudine o di desiderio di protezione sono sempre gli stessi, per sé stessi e per la propria famiglia. Come disse Kennedy nel discorso all’università: respiriamo tutti dalla stessa aria e viviamo tutti in questo piccolo pianeta. Ecco. Così quando penso a Milano, dentro di me la penso come l’ho vissuta nei primi anni, come mi sono tracciato la sua identità vedendola nelle vecchie fotografie. Non che fosse una città idillica, ero bambino negli anni di piombo: quando le cose si mettevano male e c’era paura che qualcuno sparasse, nei parchi ci dicevano ‘bambini buttatevi giù’ e non c’erano le aiuole riservate ai cani: pare che una volta avessi un loden bianco nuovo di zecca e che mi abbiano tirato su per la cintura e portato dritto nella vasca da bagno. Ma sento la dimensione molto vivida molto umana di una città anch’essa senza sovrastrutture, che quando ci cammino riesco ancora a sentire perché ci sono affezionato, anche se adesso ammetto di non riconoscerla tanto nella confusione della città turistica che è diventata: è una confusione che faccio un po’ fatica a reggere».
È vero che aveva mandato due canzoni dell’album a Sanremo?
«Sì, ma non è arrivata risposta, l’ho interpretato come un no e le ho messe nell’album. Ma non è un problema, penso che l’arte debba essere libera e il no ne fa parte. Non condivido l’idea di chi pretende di dire agli artisti che cosa devono fare, se devono schierarsi o no».
Che cosa ha ispirato la canzone dedicata a suo padre?
«È stato tutto abbastanza immediato. Io me lo sento sempre vicino, mi consiglia, tengo sempre conto dei suoi insegnamenti. Avevo scritto una melodia che mi piaceva molto e poi una sera mi è venuto questo momento di nostalgia e mi sono messo a tradurre queste immagini dedicate a lui e le ho associate alle note già composte: mi sembrava perfetta a questo punto, e allora ho detto: sì, la pubblico».





