Il novembre del 2023 ha segnato un prima e un dopo nella coscienza collettiva italiana. Il femminicidio di Giulia Cecchettin non è stato "solo" l'ennesimo caso di cronaca nera, ma una scossa tellurica che ha attivato, come mai prima, la Generazione Z. Attraverso l’ebook “In nome di Giulia. Il coraggio di cambiare della Generazione Z”, la professoressa Cristina Pasqualini, sociologa dell'Università Cattolica, ha raccolto le voci, le paure e le speranze di migliaia di giovani che in Giulia hanno visto una sorella, un'amica, se stessi.

In questa intervista, affronta i nodi più intricati del presente: dalla necessità di una nuova mascolinità alla pervasività dei linguaggi tossici sui social, fino a commentare i recenti e controversi dati che dipingerebbero i giovani di oggi come più "tradizionalisti" dei propri nonni. Ne emerge il ritratto di una generazione in cammino, impegnata in una lenta ma inarrestabile rinegoziazione dei rapporti di forza tra i generi.

Perché il caso di Giulia Cecchettin è stato un punto di svolta così forte per la Generazione Z?

«Giulia apparteneva pienamente alla Gen Z e la sua storia unisce l'ordinario allo straordinario. Era una studentessa con obiettivi chiari e valori sani, che aveva vissuto la fine di una relazione in modo comune a molti coetanei. Ciò che l'ha resa un'icona per la sua generazione è stata la sua levatura morale: si preoccupava per il futuro dell'ex partner più che per se stessa. Questa immedesimazione è stata totale perché Giulia era "una di loro"».

Anche la reazione della famiglia ha spostato il piano della discussione dal personale al collettivo?

«Assolutamente. La sorella Elena ha trasformato il dolore in una battaglia politica e sociale, chiedendo giustizia non solo per Giulia, ma per tutte le donne. Il padre ha lanciato messaggi di cambiamento profondo, sottolineando l'importanza di un impegno corale affinché nessun altro debba vivere lo stesso dramma. La Fondazione nata in suo nome, presentata recentemente in Università Cattolica, punta tutto sull'educazione come unica via per la trasformazione culturale».

Giulia Cecchettin in una foto pubblicata sul suo profilo instagram.
Giulia Cecchettin in una foto pubblicata sul suo profilo instagram.
Giulia Cecchettin in una foto pubblicata sul suo profilo Instagram. (ANSA)

In che modo il patriarcato si manifesta nei piccoli gesti quotidiani che la Gen Z sta cercando di scardinare?

«Il patriarcato non è un concetto astratto; si annida negli stereotipi su cosa sia "adatto" a un uomo o a una donna in famiglia, nello studio e sul lavoro. La Gen Z ha una consapevolezza superiore perché è cresciuta con genitori (Gen X) che hanno già iniziato a praticare la parità dei carichi familiari. Tuttavia, il processo è lento: i ragazzi devono capire che la parità non è un traguardo raggiunto, ma un impegno faticoso da rinnovare ogni giorno».

Spesso però i ragazzi vedono ancora il lavoro di cura gravare quasi interamente sulle madri. Come si supera questa discrepanza?

«I dati mostrano che, sebbene permangano divisioni ruoli classiche, molte altre attività familiari sono ormai condivise equamente tra i genitori della Gen X. Questo è il vero cambiamento in atto. Lo sbilanciamento che ancora osserviamo è dovuto alla lentezza dei processi culturali, che non si modificano per legge ma attraverso i tempi lunghi della società».

Come stanno reagendo i ragazzi alla necessità di abbandonare i modelli della "mascolinità tossica"?

«È un percorso complesso, soprattutto per i maschi che per secoli hanno goduto di privilegi sociali e relazionali. Oggi devono ripensare la propria identity in un contesto di collaborazione e non di dominio. La buona notizia è che stanno comprendendo come la parità porti vantaggi anche a loro, migliorando la qualità delle relazioni e della vita sociale nel lungo periodo».

Musica trap e meme misogini: sono cause del problema o semplici specchi di un disagio esistente?

«I social network hanno reso virali linguaggi che spesso esaltano stereotipi retrogradi. La Gen Z, però, dimostra una capacità critica notevole: sanno ridere dell'ironia leggera, ma diventano molto seri quando il sessismo tocca la violenza. Chi ha più strumenti culturali si preoccupa per i coetanei più fragili (come i NEET o chi ha abbandonato gli studi) che potrebbero non avere la capacità di decodificare correttamente questi messaggi pericolosi».

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Quali dovrebbero essere i pilastri di un'educazione all'affettività che risulti davvero efficace nelle scuole?

«La richiesta dei giovani è enorme: all'ultimo evento in Cattolica abbiamo avuto oltre 6.000 studenti collegati da tutta Italia. È fondamentale che l'educazione sia gestita da professionisti e non lasciata al "fai-da-te" o alla pornografia, che per molti resta purtroppo l'unica fonte di informazione. Non possiamo delegare tutto alle famiglie, perché non tutte possiedono gli strumenti culturali per affrontare temi così complessi».

Recentemente alcuni dati Ipsos sembrano dipingere una Gen Z più maschilista dei Boomer. Qual è la tua visione su questo?

«Quei dati sono discordanti rispetto a ciò che osserviamo in anni di studi sulla condizione giovanile. Esistono delle resistenze, è vero, ma il trend a lungo termine è chiaramente orientato verso l'emancipazione e la parità. Stiamo passando da valori materialisti a valori post-materialisti. Il cambiamento è lento, passa dai Boomer alla Gen X, ai Millennials, fino agli Z e agli Alfa, ma la rotta è tracciata e non si può tornare indietro. Il vecchio modello patriarcale non fa bene a nessuno, né agli uomini né alle donne».