PHOTO
Claudio Santamaria GRM FOTO/RASERO GUBERTI
Con l’arrivo nelle sale di Super Mario Galaxy il prossimo 1° aprile, Claudio Santamaria torna a prestare la sua voce all’iconico idraulico baffuto. Un ritorno attesissimo che celebra la tenacia e il coraggio di chi non si arrende mai davanti alle difficoltà
Torna a dare voce a Mario dopo il successo del primo film. Che effetto fa ritrovare questo personaggio? È stato come rincontrare un vecchio amico?
«Sono elettrizzato. Doppiare i cartoni mi diverte, ma Mario ha qualcosa di speciale: ti porta in una dimensione fantastica. All’inizio, tendevo a fare subito il “drammatico” nei momenti tristi, ma il direttore del doppiaggio, Carlo Cosolo, mi correggeva: “Ricordati che è un cartone, serve una voce drammaticamente cartonata!”. Il segreto? Guardarlo negli occhi. Mario ha un’espressività incredibile: fissare il suo sguardo mi ha aiutato a entrare nella sua dimensione tecnica ed emotiva molto più del semplice labiale».
Mario è un eroe semplice, affronta le difficoltà con un fervore e una “tigna” particolari. C’è qualcosa di questo carattere che rivedi nel tuo percorso professionale?
«Certo. Per fare l’attore, o hai la “tigna” o non lo fai. È un mestiere che ti mette di fronte a tante aspettative deluse, perché non dipende mai solo da te. La caratteristica di Mario di non mollare mai e di guardare sempre il lato positivo delle situazioni è qualcosa che ci accomuna profondamente».


Nella tua carriera hai attraversato una galleria infinita di volti, dal Dandi al supereroe di Tor Bella Monaca. Tra tutti i personaggi, ne senti uno che ti rappresenta di più oggi?
«Ho imparato che i personaggi non si cercano fuori, ma dentro di noi. Abbiamo tutto dentro: abbiamo Mario, abbiamo Yoshi, abbiamo persino il cattivo Bowser Junior. Forse il caposaldo resta Lo chiamavano Jeeg Robot. Non perché io sia come lui, ma per la sua “trasparenza emotiva”. Aveva una corazza di muscoli, ma una sincerità nel cuore che non riusciva a nascondere le emozioni. Ecco, quella fragilità sincera è l’aspetto che più mi rappresenta».
Viviamo in un mondo che corre veloce e ci fa sentire spesso piccoli. Qual è il valore che oggi cerchi di trasmettere ai tuoi figli?
«Il valore dello studio, della costanza e della padronanza delle cose attraverso la ripetizione. Oggi c’è l’illusione che i traguardi – economici o di carriera – siano a portata di mano, facili, veloci. Ma quando ti scontri con la realtà, questa illusione provoca disagio e delusione. Non esiste nulla senza la fatica. Mario, per riuscire nelle sue imprese, ci mette un impegno enorme. Non gli riesce nulla “facile”. Mettere tutto sé stessi in ciò che si fa: questo è l’insegnamento».
Sei un romano doc, ma oggi vivi a Milano e ne dirigi il Film Fest. Come vedi la realtà cinematografica milanese?
«Milano è una città meno “battuta” dal cinema rispetto a Roma, e per questo è diventata molto viva e necessaria. È vero che Roma è Cinecittà, è più comoda per le produzioni, ma ultimamente vedo molti set spostarsi qui. Io vivo a Milano da sette anni e non sento più il bisogno di stare a Roma per forza. Il cinema sta cambiando: pensiamo a film come Vermiglio di Maura Delpero o Gloria! di Margherita Vicario. Non sono film “romanocentrici”. Il talento e le storie oggi sanno viaggiare ovunque».
Con tua moglie Francesca Barra avete costruito una famiglia con tanti bambini. Qual è il vostro segreto per far convivere così tante anime diverse?
«Volersi bene e rispettarsi. Sembra banale, ma è la base. Il segreto è creare dei rituali: fare gite insieme, viaggiare, ma soprattutto ritrovarsi a cena eliminando i cellulari e la televisione. Bisogna parlarsi. In questo modo si crea una piccola comunità dove ognuno sente di avere valore e di essere ascoltato. Questo è il traguardo umano di cui vado più fiero: aver usato il mio mestiere per fare i conti con le mie nevrosi e diventare un uomo più consapevole».






