Agnostico lui, Pif (pseudonimo di Pierfrancesco Diliberto, ndr). Profondamente credente lei, Giusy Buscemi. Siciliani entrambi (lui palermitano, lei di Menfi, nell’Agrigentino), sono Arturo e Flora, i protagonisti di …che Dio perdona a tutti, il nuovo film di Pif, nelle sale da giovedì 2 aprile.

I due si incontrano, si innamorano e si scontrano, dando vita a una storia che intreccia sentimenti, fede e identità. Lui è golosissimo dei dolci siciliani, lei è una pasticcera dal talento innovativo: «È un film che parla di Dio e di ricotta palermitana», racconta Pif, «perché la fede sta anche nelle piccole cose».

La pellicola è tratta dall’omonimo romanzo pubblicato nel 2018 da Feltrinelli, subito diventato un bestseller (e ora ripubblicato nella nuova collana Stelle), e già nel titolo richiama, con quei tre puntini iniziali, il proverbio siciliano “Futti futti ca Diu pirduna a tutti”, espressione di un cinismo popolare che invita a pensare al proprio tornaconto confidando nell’impunità o nel perdono divino.

La locandina del film (soggetto e sceneggiatura di Michele Astori e Pierfrancesco Diliberto) nelle sale dal 2 aprile

Il trailer del film si apre e si chiude con un incontro che sembra scritto per il cinema e invece è tutto reale: quello tra papa Francesco e Pif durante un’udienza del 2017 in Vaticano. «Sto scrivendo un libro per colpa sua, nel senso buono», dice Pif al Pontefice. E poco dopo, con la sua consueta ironia, confessa di essere agnostico, aggiungendo: «Ho fatto l’asilo dalle suore e le elementari dai salesiani». Pronta la risposta di Bergoglio: «Per questo sei agnostico», una battuta fulminante che racchiude già il tono del film: leggero, spiazzante, profondamente umano con papa Francesco, nei panni di un sagace consigliere spirituale di Arturo, interpretato dal bravissimo attore spagnolo Carlos Hipόlito. «È la prima intervista, non siamo ancora molto allenati», dicono Pif e Buscemi protagonisti di una storia che è insieme commedia romantica e riflessione sulla fede. Arturo, è un agente immobiliare solitario, appassionato di calcetto e irresistibilmente attratto dai dolci alla ricotta. Quando incontra Flora, bella, gentile e profondamente credente, se ne innamora, ma si trova davanti a un ostacolo: lui ha smesso di credere da bambino. Per non perderla, Arturo decide di fingersi credente fino a lanciarsi in un esperimento radicale: vivere per tre settimane seguendo alla lettera il Vangelo. Un percorso che finirà per sconvolgere la sua vita e quella di chi lo circonda, portando a galla, con intelligenza e ironia, le contraddizioni della fede vissuta, le ipocrisie quotidiane e la complessità del cattolicesimo.

gloriosovalentina77@gmail.com
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Arturo (Pif) e Giusy Buscemi (Flora) in una scena del film

Partiamo dalla fede. È cambiato l’approccio, o il modo di viverla, dopo questo film?

Pif: «Non ho mai avuto il coraggio di dirlo a papa Francesco, ma da quando sono agnostico Dio è più presente nella mia vita. Il dubbio mi tiene vivo, in ricerca, mentre prima da cattolico davo tutto per scontato. Oggi mi pongo più domande, su tutto, non solo sulla fede. La mia posizione è diversa da quella di Giusy, ma la invidio: riesce a dare un senso anche alle cose brutte, ed è forse questo che a me manca di più».

Giusy Buscemi: «La frase che più mi ha colpito in questo cammino che si è sviluppato in parallelo al set, me l’ha data proprio Pif: non avere certezze, ma tenere sempre aperte le domande. Per me la fede passa da ciò che faccio, prima ancora che da quello che dico. Testimoniare la propria fede nella vita concreta, davanti agli altri, è importante. Ed è proprio questo che mi ha messo più in crisi».

Per la parte di Flora ha pensato subito a Giusy?

Pif: «Se non fossi agnostico direi che è stato Dio a farci incontrare. Conoscevo Giusy come attrice ma non sapevo fosse credente. Cercavo una siciliana: ha fatto il provino e ho capito subito che era lei la Flora che cercavo. Io scrivo sempre pensando al film ed è accaduto anche con questo romanzo, nato quasi per caso, che poi è diventato un successo inatteso».

Buscemi: «I ruoli più vicini alla mia vita reale sono paradossalmente quelli che mi spaventano di più. Flora mi interessava proprio per le sue contraddizioni: è credente, ma anche molto concreta, tradizionale, imperfetta. Abbiamo lavorato per renderla vera e credibile».

Nel libro affrontate il tema della fede calandolo in un contesto molto concreto, quello di Palermo e della Sicilia, con tutte le sue contraddizioni come, per esempio, una fede che a volte sembra limitarsi ai riti della devozione popolare. Ma non servono anche questi per credere?

Pif: «Le feste religiose, come il Festino di Santa Rosalia, sono bellissime, frutto di tradizioni che si tramandano da secoli. Ma a tanta passione per il rito dovrebbe corrispondere anche una certa coerenza. La fede non è solo spettacolo: è rispetto per il prossimo, è vita quotidiana. Tra il Festino e il modo di vivere di tutti i giorni spesso c’è un cortocircuito. Il rito è fondamentale ma dovrebbe essere un contorno alla sostanza della vita cristiana. Invece, spesso accade il contrario: il rito diventa tutto e la sostanza marginale. Ovviamente non è sempre così, ma in certi casi la fede rischia di confondersi o farsi superare dall’apparenza e persino con la superstizione».

Buscemi: «La Chiesa ha molte sfumature e la fede si può vivere in modi diversi. Ci sono persone, anche atee, che attendono alcuni riti e tradizioni con grande devozione. Queste manifestazioni sono emozionanti perché uniscono comunità e mantengono vive tradizioni centenarie, nonostante il rischio evocato da Pif di confondere sacro e profano».

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Giusy Buscemi, nei panni di Flora, in una scena del film

Uno degli aspetti che fanno litigare Arturo e Flora è l’approccio diverso nei confronti di un politico condannato per corruzione e al quale la famiglia di lei organizza una festa di benvenuto mentre lui ad un certo punto se ne va.

Pif: «Sì, quello che mi preoccupa di più non è tanto il politico in sé quanto le persone che lo circondano e gli permettono di fare quello che fa, spesso cristiani che concedono il perdono senza verificare se quella persona si sia veramente pentita. Questo è un fraintendimento grave della fede. Un altro è la “fede”, chiamiamola così, dei mafiosi che non è autentica perché non pregano Dio ma pensano di essere Dio. Giovanni Paolo II prima e papa Francesco hanno avuto il coraggio di scomunicare i boss e questo è stato ed è fondamentale».

Buscemi: «Io penso che nel film come nella vita il perdono sia uno dei misteri più grandi della fede. Ma carità e verità devono sempre camminare insieme. La mafia può sfruttare la religione, ma la vera fede resta un cammino di responsabilità e verità».

Le riprese del film sono iniziate poco dopo la morte di papa Francesco. Che cosa ha lasciato una figura come la sua a entrambi?

Pif: «Ho avuto la fortuna di incontrarlo tre volte. Con il tempo ho capito che con il suo stile non era lui ad “abbassarsi” verso di noi ma portava noi al suo livello. Quando diceva “Pregate per me” era rivoluzionario nella sua apparente semplicità perché ti faceva capire che le tue preghiere valgono quanto le sue, che il tuo impegno conta davvero. È uno stimolo incredibile, soprattutto per chi, come me, si trova in bilico tra fede e dubbio, un modo potente di avvicinare le persone a Dio senza sopraffarle».

Buscemi: «Io l’ho incontrato diverse volte a Santa Marta e qualche volta anche a Santa Maria Maggiore grazie alle “soffiate” di una mia amica suora che mi avvisava che stava per arrivare e io correvo lì con i miei figli. Ricordo lo sguardo profondissimo. Papa Francesco incarnava davvero l’insegnamento della parabola del Figliol prodigo, ossia che chiunque può sorprenderci e insegnarci qualcosa. Anche chi sembra lontano dalla fede può fare qualcosa di grande, può amare di più di un credente, può superarti in umanità. È stato l’esempio vivente di quell’umiltà che innalza gli altri, mostrando che nella vita e nella fede siamo tutti sulla stessa strada, a lottare e crescere insieme».

Nel film, Bergoglio diventa il consigliere spirituale, e anche sentimentale, di Arturo. Se aveste papa Leone come consigliere spirituale, cosa gli chiedereste?

Pif: «In questa fase della mia vita, gli chiederei soprattutto dove sbaglio, se sbaglio, e cosa c’è di giusto nella mia posizione. Sarebbe l’occasione per confrontarmi direttamente con lui. E poi una curiosità personale: come ci si rende davvero conto di essere Papa? Quanto tempo ci vuole prima di interiorizzare una cosa così devastante psicologicamente?».

Buscemi: «Gli chiederei consigli molto concreti sul matrimonio oggi, su come andare avanti in una relazione perché la promessa di amarsi va sostenuta e alimentata giorno per giorno».

Nel film si cita tantissimo il Vangelo. C’è qualche passo che vi è tornato in mente, vi ha incuriosito, colpito o spinto a riflettere?

Pif: «Il concetto che per Gesù conta più il bene di domani che il peccato di oggi. Quando riesci ad accettarlo, forse entri davvero nella fede. Io, che tendo a soffermarmi sui dettagli del presente, faccio fatica, ma credo che uno per diventare davvero cristiano debba lavorare proprio su questo: non fermarsi troppo sul presente, ma impegnarsi per il bene dei domani. Per un agnostico come me che ogni tanto tende all’ateismo è un’idea potente».

Buscemi: «Io penso al passo di Matteo in cui Gesù invita a perdonare non “sette volte ma settanta volte sette”. Non c’è limite al bene, al perdono: Dio è sempre pronto a perdonare, basta la nostra richiesta. Mi colpisce quanto questo rappresenti la possibilità di ricominciare, di essere accolti sempre, indipendentemente dagli errori e dal male che uno può commettere».

Riccardo Ghilardi
Riccardo Ghilardi
Pif, 53 anni, con Giusy Buscemi, 32

Se doveste riassumere il messaggio del film in una domanda da lasciare agli spettatori, quale sarebbe?

Pif: «Io direi: “Tu a che punto del cammino ti trovi? Sei sicuro di essere un buon cristiano o forse sarebbe utile fare un passo indietro, staccarti un po’ e farti delle domande?”. Spesso, ironicamente ma non troppo, invito i cristiani a concedersi una “settimana di agnosticismo”: un periodo per interrogarsi, senza andare col pilota automatico. La religione è scomoda, la fede pure, e forse il modo migliore per viverla è quello di continuare a interrogarsi».

Buscemi: «Io aggiungerei questa domanda: “Sei sicuro di aver già scoperto tutto? Quanto c’è ancora da imparare e da faticare?”».

Pif: «E comunque questo film è sempre una commedia: non dobbiamo prenderla troppo sul serio. Tra le domande esistenziali che pone ce n’è una fondamentale: conosci tutti i dolci siciliani? (ride, ndr). In fondo, il film parla di Dio e di ricotta palermitana. Anche nei gesti quotidiani, come preparare bene un dolce, c’è fede. Non è un caso se molte ricette siano nate dai conventi: la tradizione culinaria è spesso intrecciata con quella spirituale».

E poi, non dimentichiamolo, tutto prende avvio da un innamoramento.

Buscemi: «Una bellissima storia d’amore che parte da due punti di vista molto diversi. Il film mostra il desiderio di aprirsi all’universo dell’altro. Spero che il pubblico, alla fine, torni a casa con la voglia di amare di più, di riconoscere la bellezza di una relazione che cresce giorno dopo giorno, anche nella fatica».

Pif: «La storia d’amore ha funzionato meglio di quanto pensassi. Per le scene dei baci temevo di sembrare impacciato ma Giusy ha compensato ogni mia incertezza (ride, ndr). Alla fine, credo che la gente uscirà dal cinema parlando non solo della fede ma anche della bella storia d’amore tra Arturo e Flora».

Cosa sperate che il pubblico si porti a casa guardando questo film?

Pif: «Mi piacerebbe che la gente uscisse dal cinema come succedeva con la commedia all’italiana: prima di tutto divertito, ma subito dopo con qualcosa su cui riflettere. L’ideale è che il film stimoli discussioni in famiglia o tra amici, che faccia ragionare e sorridere allo stesso tempo. Questa è la mia ambizione: non riuscirei a fare un film solo comico o solo serio. Far ridere è importante, ma far pensare lo è altrettanto: per me questa è la sintesi dell’esistenza».

Buscemi: «Che si porti via l’invito a interrogarsi, ad aprirsi e a scoprire l’altro».