PHOTO
Kader Abdolah al Festivaletteratura di Mantova nel 2022.
Trump minaccia di far scomparire una civiltà in una sola notte, un’ecatombe, per ora rimandata, annunciata con inaccettabile leggerezza e che, oltre alla violenza e alla disumanità del proposito, mostra che chi minaccia non è in grado di capire quanto le armi possano fare ben poco di fronte alla forza di una storia e di una cultura millenaria. Lo si percepisce dalle parole del celebre scrittore iraniano Kader Abdolah (pseudonimo di Hossein Sadjadi Ghaemmaghami Farahani), autore che ha fatto della memoria, dell’esilio e dell’identità culturale il cuore della propria opera. Nato in Iran nel 1954, Kader Abdolah studia fisica a Teheran dal 1972 e inizia presto a scrivere in persiano. Dopo la pubblicazione di due raccolte e, per la sua sicurezza, l’adozione di uno pseudonimo è costretto all’esilio nel 1985: passa dalla Turchia ai Paesi Bassi, dove ottiene asilo politico. Qui impara l’olandese da autodidatta e sceglie di scrivere in questa lingua. Con i suoi romanzi, editi in Italia da Iperborea, avvia un percorso autobiografico sull’esperienza dell’esilio: l viaggio delle bottiglie vuote (1997), Scrittura cuneiforme (2000) e La casa della moschea (2009), un successo internazionale pluripremiato.
Perché usa uno pseudonimo?
«È stata la vita a deciderlo per me. Quando pubblicai il mio primo libro in Iran, era pericoloso usare il mio vero nome e dovetti scegliere un nome d’arte affinché il libro potesse essere venduto sul mercato nero. In quel periodo, due miei amici furono giustiziati: Kader e Abdolah. Ho unito i loro nomi e da allora sono Kader Abdolah.»
Ha lasciato l’Iran molti anni fa e da allora guarda il suo paese da lontano. Cosa ha provato quando è scoppiata la guerra?
«Voglio dirle una cosa. Qualcosa che potrebbe suonare strano. Quando iniziarono i bombardamenti, ho avuto più paura per l’unità del mio paese che per la mia famiglia. Non dovrei dirlo, ma non voglio censurarmi. Ho pensato a tutti i danni che avrebbero potuto lacerare un paese tenuto insieme dalla letteratura e dalla cultura classica. Ho pensato che stessero bombardando la Persia culturale e questo mi ha colpito profondamente. Solo dopo pensai a mia madre anziana, che non aveva nessun posto dove fuggire.»
Secondo lei, quale aspetto dell’anima iraniana è più spesso frainteso in Europa e in Occidente?
«Forse l’Occidente fatica a comprendere che la combinazione dell’antica cultura persiana e della religione sciita ha dato al paese uno spirito forte: un’esistenza potente, misteriosa e complessa. Le faccio un esempio: quando la casa di Khamenei è stata bombardata, lo hanno ucciso. Poi hanno proposto suo figlio come nuovo leader. Ma non siamo sicuri che questo figlio sia vivo. C’è una grande possibilità che sia morto. Eppure hanno scelto proprio lui come guida, così Israele o gli Stati Uniti non possono ucciderlo. È una scelta storica e religiosa che solo gli iraniani possono fare, perché nella religione sciita si attende ancora ogni giorno il sacro Mahdi, scomparso mille anni fa».
Negli ultimi anni molti giovani iraniani sono scesi in piazza per chiedere libertà e diritti. In queste proteste vede l’inizio di un cambiamento?
«Vedo disperazione, rabbia e coraggio. Dieci volte coraggio. Fanno tutto questo disarmati. Li invidio. La loro lotta non sarà premiata subito, ma sono tutti passi necessari. Un tempo toccava a noi. Ora tocca a loro».


La sua più recente pubblicazione, Quello che cerchi sta cercando te, è dedicata al poeta Rumi (uno dei più grandi maestri spirituali del XIII secolo), che come lei fu costretto a lasciare il proprio paese. Cosa significa oggi per lei la parola “esilio”?
«Pensavo che l’esilio sarebbe stato terribile, che avrei perso tutto. Ed è così. È molto duro: si perde molto ed è difficile restare in piedi, soprattutto per la prima generazione. Ma non so come ad un certo momento la vita mi ha suggerito questo: “cambia la lingua in cui scrivi e riprenditi tutto ciò che hai perso”. Così sono stato ricompensato e ho ottenuto ancora di più. Ho potuto prendere in mano la mia vita e diventare un nuovo scrittore, una nuova personalità, forse persino costruire una nuova identità».
E così ha scelto di scrivere in olandese, la lingua del paese in cui vive. È stato difficile?
«È stato sicuramente molto difficile. Un lavoro continuo, senza sosta. Le dico questo: nei Paesi Bassi non c’è nessuno che negli ultimi trent’anni abbia dedicato più tempo alla lingua olandese di me. Arduo, ma affascinante. Una ricerca straordinaria sul significato del partire, del fuggire. E sull’incontro con “l’altro”».


Nel suo romanzo La casa della moschea racconta la storia di una famiglia e di una comunità travolte dalla rivoluzione. Quanto c’è di autobiografico?
«Prima le ho detto che, cambiando la lingua in cui scrivo, la vita mi ha dato più forza e possibilità. Un buon esempio di questo riguarda un tragico evento familiare: quando il regime giustiziò mio fratello, non potemmo seppellirlo nel cimitero. Lo seppellimmo in montagna. Un dolore eterno per me. Ma in seguito l’ho seppellito di nuovo raccontandolo in olandese. Tutto in quel libro è autobiografico, ma con il cemento di una nuova lingua e dell’immigrazione».
La moschea al centro del romanzo è sia un luogo di spiritualità che il centro della vita sociale. Nell’Iran di oggi la religione è ancora uno spazio di fede o è diventata soprattutto uno strumento di potere?
«Lo spirito del paese è caratterizzato da una combinazione della fede di Zarathustra e della fede sciita. È questa l’identità del popolo persiano. La politica non può trasformarla né appropriarsene. Questo regime scomparirà, prima o poi ma non la nostra fede. La fede e la cultura in questo paese sono antiche di migliaia di anni e così forti che gli attuali leader sono troppo piccoli per cambiarle. Questo è un fatto».
Qual è il ricordo che custodisce più gelosamente della sua infanzia in Iran?
«Mio padre era sordomuto. A casa comunicavamo con il linguaggio dei segni. Ho un ricordo bellissimo della mia infanzia. Da bambino, per la prima volta, provai a dirgli qualcosa con le mani e lui rise: ero riuscito a parlare con lui».
Immagino che speri ancora di poter tornare liberamente nel suo paese. Chi vorrebbe incontrare?
«Mia madre ha quasi cento anni e ha dimenticato tutto. Non può camminare, non può comunicare. Ma non muore, perché aspetta suo figlio, me. Spero di poter tornare a casa, abbracciarla, baciare la sua testa grigia e accompagnarla in paradiso».




