Il semiologo e il cardinale. Il bibliofilo e il biblista. Lo scrittore e il teologo. O semplicemente: il laico e il credente. Ci sono tanti modi per definire lo strano connubio tra Umberto Eco, di cui ricorrono, il 19 febbraio, i dieci anni dalla scomparsa, e il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente emerito del Pontificio Consiglio della cultura e del dialogo interreligioso. Eppure si tratta di un sodalizio autentico, basato sul comune amore per un oggetto materiale e spirituale: il libro. «Non riesco a fissare un punto esatto del nostro rapporto di amicizia», racconta il porporato. «Ma direi che tutto si è consolidato in modo sistematico quando io sono arrivato all’Ambrosiana».

Eco cominciò a frequentare con regolarità la Biblioteca Ambrosiana. Veniva per studiare, certo, ma poi si fermava. «Stava con me a parlare di tutto e di più. Non solo di libri: di religione, di linguaggi, di codici, di simboli». A legarli, anzitutto, un passato, una sensibilità che pochi ricordano. «Lui veniva dall’Azione cattolica di Alessandria. Aveva una sensibilità religiosa autentica, anche se poi la fede l’aveva perduta. Ma non aveva perso il rispetto. Mi diceva: “Tutto quello che hai alle spalle tu, io non ce l’ho più”. Intendeva due millenni di storia della Chiesa». Eco era affascinato dal dialogo tra le religioni, dall’idea dei tre monoteismi come volti diversi dell’unico Dio. «Aveva persino studiato l’arabo per dialogare con l’islam e studiarlo. Non era cosa comune, allora».

Da sinistra, Umberto Eco, il cardinale Gianfranco Ravasi e l'arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi all'inaugurazione dell'anno accademico della Biblioteca Ambrosiana, l'11 novembre 2004.
Da sinistra, Umberto Eco, il cardinale Gianfranco Ravasi e l'arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi all'inaugurazione dell'anno accademico della Biblioteca Ambrosiana, l'11 novembre 2004.
Da sinistra, Umberto Eco, il cardinale Gianfranco Ravasi e l'allora arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi all'inaugurazione dell'anno accademico della Biblioteca Ambrosiana, l'11 novembre 2004. (IPA)

Le visite all’Ambrosiana diventavano occasioni di meraviglia. Ravasi ricorda l’entusiasmo dello studioso davanti al codice delle opere di Virgilio appartenuto al Petrarca, con una miniatura di Simone Martini e le glosse eccentriche del poeta ai margini: «Petrarca faceva annotazioni a rombo, a grappolo d’uva, era genio puro». E poi l’Etica nicomachea di Aristotele copiata a mano da Boccaccio: «Vedere la grafia di Boccaccio è un’emozione che non si dimentica. Noi non potremo mai vedere quella di Dante, ma quella di Petrarca e Boccaccio sì. Per lui era un’esperienza unica».

Eco, del resto, si era laureato su Tommaso d’Aquino. «Gli mostrai un bifoglio del suo trattato Summa contra Gentiles. Gli dissi: “Non riusciresti a leggere una riga”. Ed era vero. La grafia di Tommaso è quasi indecifrabile, esisteva un solo studioso, un monaco domenicano, che sapeva leggerla. Ma per lui toccare quei fogli era entrare in dialogo con una mente che aveva studiato per anni». Le conversazioni sconfinavano spesso nell’ironia. «Quando si parlava di religione, introduceva sempre una battuta che sdrammatizzava. Era il suo modo di non mitizzare troppo». Eco citava recensioni fulminanti di Ennio Flaiano come modello ideale di recensione: «Un libro ponderoso. Punto. Che fa pensare. Punto. Ad altro». Ma l’amicizia non si consumava solo tra codici e pergamene. Ci fu un episodio decisivo che coinvolse anche il cardinale Carlo Maria Martini. L’arcivescovo di Milano stava preparando la sua celebre lettera pastorale sui mezzi di comunicazione, quella che poi sarebbe stata ricordata come Il lembo del mantello. «L’arcivescovo disse: organizziamo una giornata di confronto».

Ravasi chiamò subito Eco. Con lui Beniamino Placido, Aldo Grasso, Armando Torno. «Dovevamo passare un giorno intero insieme a discutere di televisione, linguaggio, responsabilità». Era un vero laboratorio culturale, senza retorica. Ed è lì che Eco tirò fuori una delle sue battute fulminanti. «A un certo punto disse a Martini: “Se vuole, Eminenza, la lettera pastorale gliela scrivo io. Poi lei la corregge e la firma”». Una provocazione affettuosa, detta con il sorriso. Martini, uomo fine e prudente, sorrise con qualche esitazione. «Conoscendolo, non era tipo da cedere la penna», commenta Ravasi. «Ma capì il gioco».

Quel confronto segnò un passaggio importante. Da allora gli incontri si moltiplicarono. Ogni convegno sul libro, ogni riflessione sulla scrittura diventava occasione per rivedersi. Eco amava ripetere che «non bisogna sperare di liberarsi dei libri». Per lui erano memoria, identità, futuro. Celebre anche la telefonata in cui lo invitava, alla vigilia del Conclave del 2013 che elesse Francesco, a puntare al pontificato: «“Devi fare di tutto per diventare Papa, così finalmente avrò un Pontefice a cui dare del tu”». Nel 1980 Eco aveva già pubblicato Il nome della rosa: «È stato il migliore dei suoi romanzi», afferma Ravasi senza esitazioni. «I successivi, pur importanti, erano più ponderosi. Qui c’era leggerezza, colpi di scena, una costruzione perfetta». Il Medioevo emergeva nella sua grandezza, contro stereotipi e banalizzazioni. «Eco ha restituito dignità a un’epoca che molti liquidano come oscura. E dentro quel Medioevo ha inserito inquietudini modernissime».

Il successo mondiale e la trasposizione cinematografica non lo stupirono: «Era un romanzo primario, destinato a lasciare il segno». Eppure Eco continuava a lavorare come un artigiano ossessivo: studi notturni sotto la Torre Eiffel per ricreare atmosfere, mappe, appunti, postille infinite. «Non era uno che si sedeva e scriveva cinque pagine al giorno. Costruiva prima l’intero edificio, poi lo abitava narrativamente».

Tra i ricordi più divertenti, Ravasi cita la “gara” delle lauree honoris causa. Eco ne aveva accumulate quasi cinquanta. «Mi pare fossero quarantotto, qualcosa del genere», ricorda. «Io ne avevo solo ventuno. Gli dissi: “Guarda, quand’anche vivessi due o tre volte la tua vita, non riuscirei mai a raggiungerti».

Eco amava questi confronti giocosi, ma dietro c’era la consapevolezza di una statura internazionale. «Parlava francese con naturalezza impressionante, come dimostrò, intervistato da Bernard Pivot alla trasmissione della Tv francese dedicata ai libri L’apostrophe, che mi capitò di vedere. Mi inviava i suoi romanzi, con dediche bellissime, spesso in rima. Studiava, progettava, costruiva i romanzi come architetture complesse». Tra loro non vi fu mai un rapporto familiare in senso stretto, ma un legame intellettuale e umano profondo. «Era un curioso instancabile. Uno studioso vero. E, soprattutto, un uomo capace di stupirsi ancora davanti a un codice miniato». Forse è questo il tratto che Ravasi conserva più nitido: «La cultura contemporanea poteva offrirgli molto, ma quei manoscritti, quelle grafie antiche, quell’odore di pergamena, lì sentiva di ricevere qualcosa che altrove non avrebbe trovato».