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«Un rinnovo al vertice dello Ior nel silenzio di questi anni non avrebbe significato ammissione di colpevolezza, ma semplicemente la volontà di riportare l’opera nei suoi fini iniziali». A scrivere queste parole per chiedere la rimozione del presidente della banca vaticana Paul Casimir Marcinkus, con l’abituale prosa pacata, lucida e articolata, è l’arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini in una lettera datata 6 marzo 1987 all’allora segretario di Stato della Santa Sede Agostino Casaroli. La missiva è contenuta nel volume di Francesco Anfossi dal titolo IOR, Luci e ombre della banca vaticana, dagli inizi a Marcinkus, edito da Ares, con la prefazione dello storico Agostino Giovagnoli, una cavalcata dentro la storia intrigante e romanzesca (ma è tutto vero) dell'Istituto per le Opere di Religione dagli inizi alla fine dell'epoca del prelato lituano su cui ancora oggi pende una sorta di damnatio memoriae. Un volume che fa piena luce su molti misteri d'Italia.


Ma torniamo alla lettera di Martini. Da quattro anni si è chiuso il contenzioso tra il Vaticano e le banche creditrici del Banco Ambrosiano, l’istituto di credito milanese considerato il gioiello del cattolicesimo popolare lombardo. Utilizzando la “sponda” dell’Istituto per le opere di religione guidato da Marcinkus, l’allora “dominus”dell’Ambrosiano Roberto Calvi aveva trasferito all’estero, a uno sciame di consociate, ingenti capitali. Alla fine lo Ior era rimasto con il cerino in mano, grazie ad alcune lettere di patrocinio firmate dallo Ior in favore di Calvi. E così il ministro delle Finanze Beniamino Andreatta, nella seduta alla Camera di venerdì 8 ottobre 1982, dopo il crack dell’istituto di piazzetta Ferrari, aveva presentato al Vaticano un conto di 1.159 milioni di dollari. Una cifra colossale, che avrebbe mandato in bancarotta il Vaticano. Una banca d’affari creditrice aveva chiesto in pegno persino la Pietà di Michelangelo.


A fare luce sulla vicenda sono le carte desecretate del Fondo Casaroli conservate per lungo tempo nell’Archivio di Stato di Parma, dove sono presenti la lettera di Martini e altri scottanti documenti, riportate nel volume. In realtà lo Ior – come attesta un rapporto segreto dello stesso Marcinkus a Casaroli riemerso dal Fondo – aveva svolto solo operazioni di tesoreria, “dirottando” il denaro in alcune società estere dell’Ambrosiano. Sarebbero finite in un rivolo di investimenti, di cui ancora oggi non si conosce del tutto la destinazione, compresi ambienti massonici legati alla P2. Ma è chiaro che quella colossale operazione di trasferimenti di valuta all’estero non sarebbe stata possibile senza la collaborazione dello Ior di Marcinkus. Andreatta stabilì la responsabilità dello Ior sulla base delle lettere di “patronage” esibite da Calvi. Casaroli, dopo una lunga, sotterranea, silente guerra all’interno delle stanze vaticane (Marcinkus e i presuli della commissione economica cardinalizia premevano affinché il Vaticano facesse muro), decise che la Santa Sede avrebbe versato, a titolo di indennizzo morale, senza riconoscere alcuna responsabilità, una somma di 250 milioni di dollari. L’accordo venne firmato il 25 maggio 1984 a Ginevra. Ma il prelato americano di origini lituane rimase al suo posto. A volere la sua rimozione non era solo Martini. Ci furono pressioni dei gesuiti delle Bahamas, della Chiesa americana del cardinale Joseph O’Connor (Marcinkus era cittadino statunitense) e di altre diocesi italiane. Tra cui quella di Firenze, presieduta dal cardinale Giovanni Benelli. Già l’11 luglio 1982, tre mesi prima del discorso in Parlamento di Andreatta, Benelli, porporato di tendenze riformatrici, aveva scritto a Casaroli: «Lungi da me giudicare. Ma, anche ammesso che monsignor Marcinkus sia del tutto esente da colpa e abbia anzi compiuto con diligenza il suo ufficio, esiste oggi, ed è molto forte, l’odium plebis, che colpisce certi comportamenti, forse innocui in altri tempi, ma non più oggigiorno, e non risparmia né le persone né le istituzioni a ogni livello.È insomma un aspetto pastorale grave che mi permetto di sottoporre alla sua più alta e illuminata considerazione». Alla fine la “linea Casaroli” finì col prevalere. Una linea saggia e complessa, da grande diplomatico qual era. Da un lato riconobbe a titolo morale un risarcimento, dall’altro avviò la riforma in senso laico dello Ior, che avrebbe portato a un consiglio di sovrintendenza e a un presidente, ruolo per cui verrà scelto l’allora presidente del Mediocredito Lombardo Angelo Caloia. Ma Marcinkus, colpito da mandato di cattura per bancarotta fraudolenta dalla Procura di Milano, sarebbe rimasto al suo posto, protetto dall’immunità vaticana.


L’accordo sull’indennizzo di 250 milioni di dollari fu avallato anche da Giovanni Paolo II in una riunione segreta che si tenne a Castel Gandolfo nell’agosto 1983 alla presenza del Pontefice, del segretario di Stato Agostino Casaroli, del sostituto alla Segreteria di Stato Eduardo Martinez Somalo, dell’allora assistente di Wojtyla Stanislav Dziwisz e dello stesso Marcinkus. Per far fronte a quella somma lo Ior dovette vendere le partecipazioni del Banco di Roma per la Svizzera. Il resto venne ricavato dal fondo pensione dei dipendenti. Ma l’Istituto vaticano si riprese presto da quello “shock” finanziario, grazie anche alla liquidità garantita dai conti di Madre Teresa di Calcutta, prima depositante per entità. La fondatrice delle Missionarie della Carità voleva che i suoi conti fossero i più redditizi possibile a vantaggio dei suoi poveri, ma era fiera che dell’Istituto si avvantaggiasse anche il Pontefice per le opere di beneficenza e altre necessità. Era un modo di servire la Chiesa due volte. Tre anni dopo l’accordo di Ginevra, anche Martini, sconcertato, si domanda come mai Marcinkus fosse ancora al suo posto.






