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Gli sfoghi di Donald Trump sul suo social network Truth ormai ci accompagnano quotidianamente da quando è iniziato il conflitto in Medio Oriente con l’Iran. A distanza di poche ore da quello che avrebbe potuto essere un momento di svolta della guerra – l’incontro tra le due delegazioni a Islamabad, che però non si è più svolto- il presidente americano ha utilizzato la rete per chiedere la liberazione di otto ostaggi. Otto donne che, secondo Trump, sarebbero prossime ad essere giustiziate dal regime iraniano.
L’appello è arrivato attraverso un messaggio dai toni perentori rivolto direttamente ai vertici di Teheran:
«Ai leader iraniani che presto negozieranno con i miei rappresentanti: apprezzerei molto la liberazione di queste donne. Sono certo che ne terranno debitamente conto. Vi prego di non fare loro alcun male».


La risposta di Theran non si è fatta attendere ed è arrivata tramite Mizan, un’agenzia di stampa collegata direttamente al potere iraniano. Sostengono che Trump sia caduto vittima di una fake news e che alcune di queste donne siano già state rilasciate, mentre altre rischierebbero al massimo il carcere, senza che nessuna di loro corra il rischio di essere condannata a morte.
I dati che sicuramente non confortano sono quelli legati al numero esorbitante di giustiziati in Iran: 1.639 l’anno passato, già almeno 145 nel 2026. Ma chi sono le donne al centro della questione?
Secondo le denunce della Ong Hengaw, la morsa della repressione in Iran continua a stringersi attorno a queste donne, a partire dal drammatico caso di Bita Hemmati che, insieme al marito, affronta una condanna a morte con l’accusa di aver fomentato le rivolte di gennaio. La donna è stata poi costretta a confessare mentre venivas ripresa dalle telecamere per la televisione. Una sorte simile di coercizione mediatica è toccata a Venus Hossein Nejad, coinvolta in un’inchiesta mirata contro i fedeli di confessione Baha’i, mentre il regime colpisce duramente anche chi ha prestato soccorso ai manifestanti: è il caso di Golnaz Naraghi, dottoressa di pronto soccorso arrestata a Teheran a gennaio, e di Mahboubeh Shabani, fermata a febbraio con l'unica colpa di aver curato i feriti durante le proteste. La violenza delle autorità non risparmia nemmeno le giovanissime Panah Movahedi, Diana Taher Abadi e Ghazal Ghalandari, tre adolescenti e studentesse finite nel mirino delle forze di sicurezza, né le madri come Ensieh Nejati, arrestata a gennaio a Darab e separata forzatamente dal figlio di soli cinque anni.







