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Il primo giorno in una scuola elementare a Milano nel 1975 (Ipa/Archivio De Bellis).
«C’è stato un tempo in cui la scuola in Italia iniziava il 1° ottobre». «Dai, papà, non scherzare». Sembra quasi una leggenda narrata da genitore attempato o da un nonno in vena di ricordi, eppure fino a mezzo secolo fa era davvero così. Il 1976 è stato l’ultimo anno che ha visto chiusi i cancelli di istituti e collegi per tutto il mese di settembre. «Vogliamo le prove!», chiedono a gran voce figli e nipoti, increduli di una parte di storia che per loro assume i contorni di una fantastica Età dell’Oro. «E allora perché si chiamano “Remigini” i bambini che iniziano la prima elementare? In onore di san Remigio, che si festeggia il… 1° ottobre». Dunque, era vero. Ai nipoti non resta che accettare un’insospettabile verità.
Le cose sono cambiate con la Legge n. 517 del 1977 che ha riformato l’impianto scolastico a diversi livelli e che ha anticipato l'avvio delle lezioni nel mese di settembre. Il Ministro per la Pubblica Istruzione, in base a quella norma, ogni tre anni stabiliva il calendario scolastico per i vari ordini di scuola anticipando la data di inizio tra il 10 e il 20 settembre e il termine delle lezioni tra il 10 e il 30 giugno. Aveva inoltre la facoltà di differenziare il calendario scolastico per regione o per provincia.


Non solo la data di inizio dell’anno scolastico, anche altri aspetti legati al mondo della scuola si sono esauriti a metà degli Anni Settanta e chi, come il sottoscritto, ha fatto in tempo a viverli, li ricorda con un pizzico di nostalgia, ma anche con la consapevolezza che la società italiana era cambiata e che l’istituzione scolastica andava modificata per adattarsi a nuove esigenze. Settembre era il mese della vendemmia e, in una società ancora in parte contadina come l’Italia del Secondo Dopoguerra, l’aiuto dei bambini nei vigneti a raccogliere i grappoli era praticamente manodopera gratuita. Venendo nel tempo a mancare questa esigenza, la scuola ha potuto anticipare l’inizio delle lezioni.
Le nostre vacanze estive duravano quasi quattro mesi, dato che le lezioni finivano intorno alla prima o seconda settimana di giugno per ricominciare il 1° ottobre (e il 4 ottobre si stava a casa per San Francesco d’Assisi, festività tolta nel 1977 e ripristinata quest’anno). A compensare, va detto che pochissimi erano i “ponti” e le pause durante l’anno, non esistevano, per esempio, le vacanze di Carnevale o le attuali settimane di “pausa didattica”.
Anche i programmi riflettevano un’idea di scuola più tradizionale. Alle elementari l’importante era imparare a leggere, scrivere e “fare di conto”, quindi passavamo gran parte del tempo tra letture, poesie imparate a memoria, dettati e conticini. Prima che l’editoria scolastica diventasse un affare per pochi e un salasso per le famiglie, usavamo un unico libro, il celebre “sussidiario”, che racchiudeva tutte le materie (storia, geografia, scienze e matematica) in un solo volume, accompagnato da un libro di letture. Sulle pareti dell’aula, le carte geografiche dell’Italia fisica e politica oltre al Crocifisso. I voti erano quelli “classici”, dall’1 al 10, trascritti in cifre e in parola sul diario e sulla pagella in cartoncino a fine anno. Il grembiule era obbligatorio alle elementari, di solito nero o blu per i maschi e bianco per le femmine.
Altri tempi, altra scuola, altra società. Era giusto e doveroso cambiare strutturalmente i modi di istruire bambini e ragazzi per prepararli a un mondo che stava cambiando sotto i loro piedi – ricordo ancora come termini nuovi “consumismo” e “inquinamento” – e oggi questo “inseguimento” della scuola sulla società è pure accelerato.
Se qualcosa va salvato di quella tradizionale impostazione, pare che debba essere proprio l’inizio dell’anno scolastico. È degli scorsi mesi la proposta di gruppi di docenti di posticipare l’inizio della scuola al 1° ottobre a causa delle temperature elevate di settembre e del caldo soffocante nelle aule. Un ritorno al passato come rimedio a problemi attualissimi?





