Lunedì 28 settembre, una coda di automobili si allunga davanti a migliaia di distributori Eni. A Milano, Napoli, a Roma, in decine di altre città si ripete la stessa scena: motori accesi, occhi fissi sul cartello dei prezzi, la pazienza di chi sa che un euro e novantanove, di questi tempi, è quasi una notizia. In parecchi impianti, prima che la giornata finisca, benzina e gasolio sono già esauriti. Non per un guasto, non per uno sciopero: per un ribasso.

È il paradosso con cui si apre l'autunno dei carburanti. Con i prezzi ai massimi di sempre, spinti dalla guerra in Medio Oriente, le tre maggiori compagnie che operano in Italia hanno deciso di vendere a meno. Prima Eni, venerdì 25 settembre. Poi IP. Infine Q8, che dal primo ottobre applicherà un tetto per trenta giorni. Si è parlato di sforzo, di senso di responsabilità, di mano tesa alle famiglie. E quando un colosso dell'energia parla di generosità, vale la pena fare ciò che si fa con ogni dono inatteso: guardare chi lo porge, e che cosa spera di ricevere in cambio.

I numeri di un ribasso

Cominciamo dai fatti. Sulla rete Enilive, da lunedì, la benzina non supera 1,99 euro al litro e il gasolio 2,19: sedici, diciassette centesimi in meno rispetto ai livelli medi della settimana precedente. Su un pieno da cinquanta litri sono circa otto euro e mezzo che restano in tasca, e qualcosa di più in autostrada, dove i prezzi sono più alti. Le stazioni Eni sono circa quattromila, un quinto del mercato italiano. Il tetto vale per un primo periodo di circa un mese, fino a fine ottobre, ma l'azienda ha lasciato aperta la porta a una proroga, forse fino a fine anno.

IP e Q8 hanno scelto strade meno lineari. Il gruppo azero Socar, che controlla Italiana Petroli, non ha fissato un prezzo massimo nazionale: lo sconto si estende per gradi, a partire dagli impianti di proprietà, circa duemila su una rete di oltre quattromilacinquecento, con condizioni che cambiano da un distributore all'altro. Q8 parla di un «approccio modulare», che tradotto dice la stessa cosa: per sapere quanto si risparmia bisogna guardare il cartello della singola pompa. Messe insieme, le tre sigle valgono più di undicimila stazioni, oltre la metà di quelle italiane. Secondo l'Osservatorio del ministero delle Imprese, i prezzi medi self sulla rete stradale sono in discesa: 2,126 euro al litro per la benzina, 2,335 per il gasolio.

La psicologia del 1,99

Che dietro il gesto ci sia anche un calcolo non è un sospetto, è aritmetica. Il prezzo non è casuale. Fermarsi appena sotto la soglia dei due euro parla al consumatore con una lingua più antica dell'economia: la benzina costa meno di due euro, anche se la distanza da 2,01 è di due soli centesimi. Il ritorno d'immagine, e l'attenzione dei giornali, valgono più del margine ceduto.

Poi ci sono i volumi. La domanda di carburante, dicono gli economisti, è rigida: chi deve andare al lavoro, accompagnare i figli a scuola, raggiungere un cantiere o un campo non smette di fare il pieno perché il prezzo è salito. In un mercato così, anche un piccolo sconto sposta clienti da un concorrente all'altro. Le compagnie rinunciano a una parte del margine su ogni litro, ma ne vendono di più, e quel di più può compensare buona parte del costo. Il limite è fisico: i distributori non hanno scorte infinite, e le code di lunedì, con le pompe rimaste a secco, ne sono state la dimostrazione plastica.

Non è un caso, allora, che dopo Eni si siano mosse le altre due: restare fermi avrebbe significato veder sfilare i clienti davanti alla propria insegna. Eni, IP e Q8 controllano circa la metà degli oltre ventunomila distributori italiani e possono permettersi di ridurre i margini. Non possono farlo le aziende più piccole e le cosiddette pompe bianche, quelle senza marchio che già in tempi normali vendono a prezzi più bassi. Ed è da lì che arrivano le proteste: concorrenza sleale, dicono le associazioni di categoria, che valutano azioni comuni anche davanti all'Antitrust. Il grande che si inchina davanti al consumatore, il piccolo che rischia di restare schiacciato: anche questa è una faccia del dono.

Il socio pubblico e l'appello del governo

C'è poi la politica, che in questa storia non sta in un angolo. Eni è partecipata dallo Stato per circa un terzo, attraverso il ministero dell'Economia e Cassa depositi e prestiti. Il suo amministratore delegato, Claudio Descalzi, è al vertice dal 2014 e il governo in carica lo ha confermato due volte, nel 2023 e lo scorso aprile. I rapporti con la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sono noti. Che una spinta da Palazzo Chigi ci sia stata è più che plausibile, e del resto la stessa Meloni ha rivendicato l'iniziativa come risposta a un appello del governo alle società energetiche. Da Praga ha detto di essere contenta dell'adesione prima di Eni, poi di IP e di Q8, ha notato che il tema si allarga ora alle bollette e ha ringraziato chi fa uno sforzo.

Per il governo il ribasso è un doppio successo. Il primo è visibile: un calo dei prezzi vero, che lo sconto sulle accise non era riuscito a produrre. Quella misura è costata finora oltre due miliardi di euro, con effetti modesti, perché il taglio veniva puntualmente riassorbito dai rincari del prezzo industriale. È la componente più mobile del prezzo alla pompa, quella che dipende dal petrolio, dai margini di raffinazione e dal trasporto, dunque dalla guerra e dalle decisioni delle aziende, mentre accise e Iva restano fisse. Adesso che a fissare il tetto sono proprio le società che controllano quella parte, lo sconto si vede.

Il secondo successo è meno appariscente e più sottile. Il costo del calmiere è stato scaricato sulle spalle dei privati, e questo consente allo Stato di ritirarsi dal fronte delle accise senza pagare il prezzo politico dello scontento. Lo sconto sul gasolio, di 12,2 centesimi tra il 18 e il 25 settembre, è stato dimezzato il 26 a 6,1 e scade il 5 ottobre. Dal giorno dopo, in assenza di interventi, l'aliquota tornerebbe piena; il governo ha già annunciato di voler usare le accise mobili, che legano la riduzione all'extragettito Iva prodotto dal rincaro del petrolio. Ma uno sconto che varia non si può calcolare in anticipo, e l'automobilista scoprirà il risparmio solo sul display della pompa. Ridurre le accise era stata una bandiera di Meloni quando sedeva all'opposizione; ammainarla, oggi, richiedeva un aiuto.

epa08348372 Pump jacks operate in the oil fields near Midland, Texas, USA, at sunrise 07 April 2020. Midland, Texas is a city in western Texas, part of the Permian Basin area. Low oil prices are reportedly causing also the gas prices to drop dramatically. EPA/LARRY W. SMITH
epa08348372 Pump jacks operate in the oil fields near Midland, Texas, USA, at sunrise 07 April 2020. Midland, Texas is a city in western Texas, part of the Permian Basin area. Low oil prices are reportedly causing also the gas prices to drop dramatically. EPA/LARRY W. SMITH
epa08348372 Pump jacks operate in the oil fields near Midland, Texas, USA, at sunrise 07 April 2020. Midland, Texas is a city in western Texas, part of the Permian Basin area. Low oil prices are reportedly causing also the gas prices to drop dramatically. EPA/LARRY W. SMITH (EPA)

Il premio dell'assicurazione

Resta la partita più grossa, quella della tassa sugli extraprofitti, di cui il governo discute da mesi. Sarebbe la replica di quella introdotta nel 2022 dal governo Draghi, quando l'energia rincarò per la guerra in Ucraina: si puntava a raccogliere quasi undici miliardi, ma ricorsi e falle nel meccanismo ridussero il gettito reale a due miliardi e otto, un miliardo dei quali versato dalla sola Eni. Il precedente pesa, e gli interessati lo sanno.

Il tetto, secondo alcune stime, costa a Eni circa cento milioni al mese. Nel secondo trimestre di quest'anno, in piena guerra, l'azienda ha raddoppiato i profitti rispetto a un anno prima, arrivando a 2,3 miliardi di euro: quasi quanto l'intero 2025, chiuso a 2,6. Il confronto suggerisce la lettura più naturale, anche se nessuno l'ha dichiarata: un premio di assicurazione. Una somma piccola, se serve a scongiurare un prelievo più grande e a guadagnare un credito presso il governo.

Ma le due strade non si equivalgono, e sarebbe ingenuo trattarle come intercambiabili. Il tetto volontario ha il merito dell'immediatezza: è semplice, si vede, arriva quando serve. Ha però il difetto dello sconto sulle accise: va a tutti, senza distinguere tra chi fatica a riempire il serbatoio e chi guida un'auto potente e assetata, e anzi premia di più chi consuma di più. La tassa sugli extraprofitti avrebbe permesso di raccogliere risorse per interventi mirati, verso chi ne ha davvero bisogno, ma avrebbe richiesto tempo per essere incassata e avrebbe incontrato con ogni probabilità gli stessi ricorsi di quattro anni fa. Da una parte la rapidità, dall'altra la giustizia: nessuna delle due strade le offre entrambe.

Un inverno lungo

Sullo sfondo, un orizzonte che non concede illusioni. Bruxelles ha avvertito che l'inverno sarà impegnativo e che i prezzi dell'energia resteranno molto alti: nessun rischio immediato per le forniture di gas o petrolio, ma timori per famiglie e imprese, tanto che si valuta di rinviare al 2028 i vincoli sulle importazioni legati alle fughe di metano. Agli automobilisti, intanto, resta un consiglio semplice: confrontare ogni giorno i prezzi, perché gli sconti cambiano da impianto a impianto e su un pieno si possono risparmiare diversi euro.

C'è qualcosa, in questa storia, che il cartello luminoso del distributore non dice. Un ribasso è sempre una buona notizia per chi deve far quadrare il mese: sarebbe ipocrita negarlo. Ma la generosità che nasce da un calcolo è un'altra cosa. Non per questo è falsa, ma va letta per ciò che è: un investimento in reputazione, una difesa delle quote di mercato, una polizza contro un prelievo, un favore reso a un governo che cercava una via d'uscita. Il Paese riceve, per un mese, un po' di respiro. Resta da capire che cosa accadrà dopo, quando il tetto scadrà, le accise saranno mobili e l'inverno avrà presentato il conto.

Quel numero, 1,99, è una cifra da tenere a mente. Ma è utile ricordare che, nella catena che porta il petrolio al serbatoio, chi fissa il prezzo non è mai il consumatore: è sempre qualcuno che, prima di concedere uno sconto, ha fatto bene i conti.